Il mio paese

Indice

 

Poesie………..……………...……………………….… 9

Polsi -Inno mariano

Bora

Sui tigli

La pioggia

Pensieri serali

L’amore

Rose

Momenti

Stasera

Il mio paese

La fonte di Petrite

Donne di ieri

Malanda

Sto sognando

Il vecchio mulino

A Nino

Sarajevo

Tempi moderni

La vela

Bambolina

Uomo di tante battaglie

L’emigrante

Come giovane fanciulla

La bontà del ricco

Amore

Da dietro un’anta

Vendemmia

Racconti……………………………………….….….. 37

L’opera sacra

Dinami

Aspromonte

La pietra di Liso

Storielle………………………………………….. .…. 65

La cura per le botte

Il confessionale

L’individuo

Le scivolate

Il maiale a due code

Il coppolino rosso

La confessione di mastro Peppe

L’avvocato e il contadino

Il seminarista

Fratelli in chiesa

Cogli l’attimo

Pane e cipolle

Ecce homo

Il problema del mezzogiorno

Le tovaglie dell’altare

Le persone divine

Il troppo stroppia

La soluzione di tutti i problemi

Il pianoforte

La Santa Cocuzza

I venditori imbroglioni

La visita dal medico

La cacasentera

Un mestiere importante

Vacanze d’estate

La corona d’oro

U’ scupettolu

La volpe e la lumaca

Conclusione…………………………………….. .…. 119

Indice

 

Il mio paese

di Maria Fiumara

Edizioni “il Proclama”

Circolo Culturale SATURNIO

Redazione e Amministrazione: Via Real Collegio 20, Moncalieri

E mail: saturnio@saturnio.it

Autorizzazione Tribunale di Torino n° 343 - del 20 ottobre 1994

Stampa a cura della ILO Grafica Moncalieri

Finito di stampare nel mese di giugno 2006

Stampato in Italia – Printed in Italy

 

Poesie

 

9

Polsi - Inno mariano

A tarda sera tra gli alberi

di abeti addormentati

la luna si fa spazio tra le stelle

con l'argentato luminoso raggio

illumina il sentiero

che i pellegrini porta in Aspromonte.

Camminano per giorni senza posa

fino a raggiungere la meta,

grande è la fede tanta la speranza

che il peso del cammino non si sente.

Tra luce di candele e odor d'incenso

nel santuario affiora un dolce canto

come una nenia cantata da una mamma:

ascoltala, Maria, questa preghiera

tu che la mamma sei di tutti noi.

(8 luglio 2001)

 

10

Bora

Impetuoso

vento di tramontana

dagli usci scricchiolanti

dalle tegole cadenti

ti infili negli anfratti più remoti

raggiungi anche gli angoli appartati

scruti nelle pieghe

più segrete.

Mulinello di foglie inanimate

volteggiano sul lago

come canne

lungo la palude.

 

11

Sui tigli

In cima alla collina,

stormo di uccelli

dalle varie voci

diffondono nell'aria

un festoso canto.

Sparsa qua e la

nella brughiera

l'erica è fiorita

e il profumo del vento

si confonde

sa di fieno brinato

di menta spicata

sui muretti di pietra

ai bordi del prato.

 

12

La pioggia

Amo la pioggia

quando scende leggera

e bagna le zolle

arate di fresco.

Il grano germoglia

e già mi par di sentire

il profumo del pane.

 

13

Pensieri serali

La sera su questa scogliera

il cielo si tinge di rosa

lo sguardo si trastulla

tra le onde in cerca

di una conchiglia ove sostare.

 

14

L'amore

L'amore è come un'arpa

nelle sapienti mani di un artista,

fa vibrare le corde del cuore

sono quelle dei primi amori.

 

15

La siepe è frammista

di calendule e rose.

Rose,

di svariati colori

per ritrovare un amore

sognato

tradito

infinito.

Boccioli di rosa

per il bouquet di una sposa

per addobbare una chiesa

per coronare una tesi

gioite

soffrite

amate.

Protagoniste voi siete.

Rose!

 

16

Momenti

Profumo di salsedine nell'aria

al sorgere dell'alba

al nuovo giorno.

Dal mare calmo quasi trasparente,

il sole illumina le case

negli antichi vicoli di pietra

dove un vecchio lavora le sue ceste

intrecciando i rami di castagno

e le donne tessono al telaio tele di seta

da dare in dote alle novelle spose:

giovani spose, fiori di loto,

in voi c'è la primavera, c'è la vita.

 

17

Stasera

A lume di luna

ombrata dai racemi

della bougainvillea,

ho riletto la mia favola d'amore.

Ho rivissuto l'inquietudine del cuore

e le sensazioni di quella età senza pensieri.

Sfogliando nei ricordi del passato

in una sera d'estate,

nel silenzio delle ore,

ho sognato.

 

18

Il mio paese

Sono tornata al paese del Sud

e l'ho cercato fra tanti palazzi.

Una volta fra piccole case

era il ritrovo dei vecchi amici .

Ora cammino per le strade

e più non vedo il volto sorridente

dei bimbi che giocavano con niente.

Vado a ritroso con la fantasia

e rivedo gli anni dell'infanzia mia.

 

19

La fonte di Petrite

Fra rovi contorti

e muschio sempre verde

la ginestra fiorisce

su una rupe incolta.

Come farfalla vado

su per i sentieri

alla ricerca della fonte antica.

Un dolce ricordo d'incanto mi assale,

lo sguardo smarrito fra mille pensieri,

memorie lontane di un tempo che fu.

 

20

L'alba le sorprendeva

a cantare in coro

chine sotto gli annosi alberi di ulivo.

Camicette colorate

e lunghe gonne di tela turchina,

con le mani screpolate dal grecale,

cercavano le olive celate

tra ciuffi d'erba e foglie inumidite

con la semplicità dei loro pensieri.

Donne di ieri.

 

21

Melanda

La seggiola impagliata

la porta sempre chiusa

confidano al silenzio il tuo passato.

Nelle tue antiche case,

arroccate attorno alla merlata torre,

la fioca luce della lucerna ad olio

creava giochi d'ombre alle pareti

un po’ caliginose.

E in quella madia grezza,

dal tempo e dall'usura levigata,

aroma di vinello ancora mosto

e pane di granturco cotto al forno

avvolto nelle foglie di castagno.

Sul focolare acceso con ramaglie,

la brace ravvivata dal ventaglio,

dava il sapore dell'inverno

alle silenti sere d'autunno.

 

22

Sto sognando

Il Monviso si staglia alle mie spalle

il vento sfiora i miei capelli,

osservo il verde che mi circonda

e il fiume che scorre nella valle.

Mi immergo nei miei pensieri

e con gli occhi della mente

vedo un mondo ricco d'amore.

Ma il fruscio delle foglie mi desta

e mi accorgo che stavo sognando.

(16 settembre 1996)

 

23

Il vecchio mulino

Giù nella verde vallata

c'è il vecchio mulino

sepolto nel profondo oblio.

Non s'ode più

lo stridolio delle macine di pietra

né lo scalpitio del cavallo

lungo il sentiero.

L'edera s'inerpica

sui muri sgretolati

e il fiume scorre

lento e solitario.

Tutto è silenzio intorno;

soltanto il passo s'ode

di qualche ramingo passante

e il cinguettio degli uccelli

saltellanti sui pioppi,

unici testimoni rimasti

nella verde vallata.

 

24

A Nino

Il quattro febbraio non è ancora primavera,

il cielo è avvolto di malinconia

e il giorno fatica a sorgere e a morire.

E Tu sei già andato via

dalla scena del mondo

lasciando come il vento tra le foglie

l'eco del tuo entusiasmo:

la passione per l'arte, l'amore per la vita.

Rimarrai nei ricordi e nei pensieri

di quanti ti conobbero e ti han voluto bene.

Si è spento un faro ed in cielo

si è accesa una stella:

quella stella sei tu

e ci guiderai lungo il nostro cammino.

(4 febbraio 2002)

 

25

Sarajevo

Nel cielo buio

un guizzo, un lampo

e la terra trema.

Bimbi che giocano

e madri con i figli al petto

cadono come stelle all'imbrunire.

Scene di apocalisse

vibrano ancora nelle nostre menti.

 

26

Tempi moderni

Da nord a sud

sembra una Babele

si parla solo con Internet ed e-mail.

La musica di Bach puoi ascoltare

dal jingle di un cellulare;

in viaggio non ti senti mai isolato

se il viva voce hai attivato.

Se sei vecchio o sei bambino

il cellulare hai sempre con te vicino;

se vuoi saper nel mondo cosa accade

con internet ti puoi collegare.

Anche i messaggi degli innamorati

a un cellulare vengono affidati.

Mi fermo:

ripenso al passato,

quando con gli occhi si sapeva amare

senza l'ausilio dell'auricolare.

Ma tutto questo si sa,

è segno di modernità.

 

27

La vela

All'alba

arriva la vela,

la riva l'accoglie

e il mare

con le sue onde

in bianca spuma

le fa festa.

Al tramonto

la vela riparte,

lasciando dietro di sé

una piccola scia

che piano piano

si perde nel nulla.

 

28

Sei graziosa,

sei carina,

sei una bambolina

di panno lenci colorata,

adesso in un cantuccio

conserva.

Eri il sogno di ogni bambina,

ed io ti chiamerò Regina.

 

29

Uomo di tante battaglie,

maestro di vita eri tu.

Ricordo il tuo passo svelto

e mi rivedo bambina

con piede affaticato a starti dietro.

Ricordo il tuo sguardo profondo

e poi la tua voce possente,

di quel ciao che mi dicevi

quando venivo a salutarti.

E' così che ti voglio ricordare

e non sotto il peso degli affanni

che in un giorno d'autunno

ti portarono via per sempre.

Anche se so che tu non mi rispondi,

ti voglio dire ancora: ciao papà!

(12 ottobre 1989)

 

30

L'emigrante

Terre lontane, terre sconosciute

veniamo a voi per un pezzo di pane,

con la speranza in cuor di ritornare

nella casetta intorno al focolare.

Man man che invecchio

mi accorgo che non posso più tornare,

e allora penso:

quant'è triste l'emigrare.

(1977)

 

31

Come giovane fanciulla,

mi lascio andare

in reminiscenze giovanili

quando nel parlar con te

mi eri amica discreta

e premurosa mamma.

Ai tanti miei perché

tu rispondevi

con proverbiale calma

che era la tua regola di vita.

Nei vasti campi,

acquerelli di colore,

raccoglierò un fiorellino di prato

da conservare insieme alle tue cose

e al tuo dolce sorriso, Mamma.

(2001)

 

32

La bontà del ricco

Un ricco esce da un cancello

di un palazzo in mezzo a una città.

Un poverello gli tende la mano

e chiede: <Me la fai la carità?>

Il ricco mette la mano in tasca

prende un soldino

e glielo dà al meschino.

Poi con indifferenza se ne va

e il poverello dice: <Che bontà!>

(1978)

 

33

Amore

è una carezza di mamma,

un sorriso di un bimbo,

una rosa che si schiude al mattino.

Tutto questo puoi avere vicino,

se il tuo cuore ritorna bambino.

 

34

Nel verde intenso di ulivi secolari

sogni protesi ad ascoltar quel canto

inebriano la mente e i pensieri

Da dietro un'anta,

che il vento ha un po' socchiusa,

sguardi fugaci e innocenti sorrisi

si librano nell'aria come ali di gabbiano.

Quante emozioni in quei teneri flash d'amore.

 

35

Vendemmia

Si colorano di rosso le foglie

nei vigneti quieti di settembre:

i grappoli d'uva tra i filari

bagnati di rugiada

brillano come perle

all'apparir del sole d'autunno.

Nascono amori

s' intrecciano i canti

le ceste son pronte:

si vendemmia

ed è festa!

Poi,

nella pallida luce della sera,

felici e stanchi,

si ritorna a casa.

 

 

Racconti

 

39

L'opera sacra

Pasqua era per me il periodo più bello dell'anno.

Le celebrazioni della Santa Pasqua iniziavano con

la domenica delle Palme. Noi ragazze del paese

andavamo a messa portando in mano un rametto di

ulivo assieme a dei fili di palma bianca intrecciata

in vari modi. I ragazzi e gli uomini, invece,

portavano dei rami di ulivo e di palma molto grandi.

Durante la funzione il prete benediva le palme e gli

ulivi e allora si usciva dalla chiesa e tutti osannanti

si andava verso il calvario. Questa processione

rappresentava l'ingresso trionfante di Gesù in

Gerusalemme.

In quei giorni, tutto il paese era coinvolto nei

preparativi e ovunque c'era un gran fermento.

Gli uomini, in particolare, si dedicavano

all'allestimento dell'Opera Sacra, una

rappresentazione della vita e della passione di

Cristo.

Già qualche mese prima della Pasqua, mio padre

tirava fuori dal cassetto il libricino con la copertina

blu e le scritte dorate dell'Opera Sacra e insieme ad

un gruppo di amici iniziava le prove della recita.

 Tutti i paesani che venivano scelti per recitare

un ruolo, si trovavano due o tre volte alla settimana

nel salone parrocchiale e le prove continuavano

finché ritenevano che tutti sapessero recitare bene

la loro parte.

I personaggi più importanti dell'opera erano Gesù,

la Madonna, i sommi sacerdoti Caifa, Anna e tutti i

componenti del sinedrio, e poi ancora Pilato,

Giuseppe d'Arimatea, la Maddalena, San Pietro e

San Giovanni. Nei locali della chiesa, i falegnami

preparavano il palco e quando era finito anche

l'arredo, veniva chiamato il costumista che riuniva

tutti i personaggi e cercava di trovare il costume

adatto ad ogni attore.

La sera scelta per la recita, di solito qualche

giorno prima della Pasqua, tutto il paese accorreva in

chiesa.

L'Opera Sacra appassionava tanto la gente che

addirittura una volta, alla scena di Gesù che viene

arrestato mentre prega nell'orto degli ulivi, una

fedele si era così immedesimata che aveva

esclamato: "Gesù mio, ma perchè tutti gli anni

andate a pregare nello stesso orto? Non lo sapete che

lì vi arrestano?"

Ma l'Opera Sacra non era l'unico momento

coinvolgente della settimana di Pasqua.

A me piacevano molto i primi tre giorni della

settimana Santa, erano giorni di meditazione, di

riflessione. La chiesa rimaneva aperta tutto il giorno,

così si poteva andare in qualsiasi momento. Ricordo

che tutti gli anni, verso le due del pomeriggio,

andavo in chiesa insieme a mia madre e stavamo

qualche ora in raccoglimento.

Quella luce che filtrava dai grandi finestroni con i

vetri colorati ce l'ho ancora negli occhi: era la luce

della primavera!

Alle funzioni del giovedì santo i fedeli

partecipavamo numerosi perchè durante la Santa

Messa aveva luogo la rappresentazione dell'ultima

cena. Si apparecchiava una tavola con il pane, il vino

e dell'insalata di lattuga. Alcune persone che

rappresentavano i dodici apostoli prendevano posto

intorno alla tavola. Il sacerdote lavava loro i piedi e,

alla fine, dopo averglieli asciugati e baciati,

simbolicamente si metteva a tavola insieme a loro,

mangiavano qualche fogliolina di insalata,

assaggiavano il vino e poi ad ognuno di loro il prete

distribuiva il pane come simbolo dell'istituzione

dell'Eucarestia. I pani che rimanevano venivano

tagliati dalle donne e distribuiti ai bambini che

aspettavano impazienti un po' di pane benedetto. La

liturgia terminava con la comunione di tutti fedeli.

Il venerdì Santo era invece il giorno della

passione. Neanche le campane suonavano e per

avvertire i fedeli prima dell'inizio delle funzioni, un

ragazzino faceva il giro del paese con uno strumento

di legno, detto la tocca, che azionato produceva un

suono: quello era il segnale che in chiesa stava per

iniziare la predica. La predica contemplava la

passione e la morte di Gesù e iniziava con queste

forti parole: " La terra tremò, il cielo si oscurò e il

figlio di Dio reclinava il capo".

La predica si concludeva con la chiamata della

Madonna che entrava in chiesa preceduta dai

membri della congrega, i quali entravano

incappucciati e vestiti con un camice bianco e con

delle candele accese in mano, suscitando sempre una

qualche inquietudine nei bambini che si trovavano in

chiesa.

Il suono del tamburo accompagnava l'ingresso

della statua della Madonna.

La Madonna veniva portata vicino al pulpito e il

sacerdote le consegnava tra le braccia il corpo di

Gesù. In quel momento tutti i fedeli si alzavano in

piedi invocando il perdono del Signore e alcuni

fedeli rimanevano in chiesa a pregare anche per

tutta la notte.

La mattina di sabato mia mamma si alzava presto

per preparare le ciambelle di pane con le uova e

anch'io mi alzavo presto insieme a lei perchè volevo

andare in chiesa per la processione che il prete

guidava verso il calvario. Il rullo dei tamburi era il

segno che la processione stava per iniziare. Mia

madre mi chiedeva di aiutarla, "Maria - mi diceva -

prepara almeno le uova che devo mettere nelle

ciambelle". Io volevo aiutarla ma non volevo

perdere la funzione e, in fretta in fretta, cercavo di

fare quello che potevo e mentre il tamburo faceva

l'ultimo rullo io ero già arrivata in chiesa.

La funzione del sabato di Pasqua la ricordo bene

perchè veniva fatta all'alba. Raggiunto il calvario,

che si trovava un po' fuori dall'abitato, il parroco

recitava le preghiere e poi iniziava una predica cosi

carica di pàthos che stavamo ad ascoltarlo in

religioso silenzio. Anche mio padre partecipava

sempre a questa liturgia.

Mentre la funzione volgeva al termine,

spuntavano i primi raggi di sole nel cielo terso del

mese di aprile.

Questa funzione era molto seguita dai giovani, sia

dalle ragazze che dai ragazzi, forse perchè anche in

mezzo a tanta solennità, con la complicità della

primavera, si riusciva a calamitare qualche sguardo

che rendeva la funzione ancora più appassionante.

Dopo tanti giorni di silenzio, finalmente le

campane tornavano a suonare a festa. Era la

domenica di Pasqua. La domenica c'era prima la

Santa Messa e dopo la rappresentazione

dell'affruntata, che era l'incontro tra la Madonna e

Gesù risorto. La messa di Pasqua era una messa

cantata e accompagnata dall'organo e i canti erano

canti di gioia e di gloria per il Cristo risorto. Ad

assistere alla rappresentazione dell'affruntata, che si

svolgeva davanti alla chiesa, c'erano tutti i serratesi.

La statua della Madonna veniva tenuta in un posto

un po' appartato, mentre la statua di Gesù rimaneva

vicino alla chiesa. San Giovanni andava a passo

svelto per tre volte ad annunciare a Maria l'avvenuta

resurrezione di Gesù. La terza volta, Maria scendeva

insieme a Giovanni e, alla vista di Gesù, i quattro

abili giovani che portavano a spalle la statua, la

facevano correre qualche passo in avanti e indietro.

Mentre avveniva l'atteso incontro, si lasciava

cadere il manto scuro e la Madonna rimaneva vestita

con un abito bianco tutto ricamato in oro. Era una

statua bellissima con i capelli biondi. Per i fedeli

quell'incontro era un altro dei momenti più intensi ed

emozionanti delle festività pasquali. Poi le statue,

prima di rientrare in chiesa, venivano portate in

processione per le vie di tutto il paese.

La sera della domenica si andava ancora in chiesa,

ma eravamo tutti un po' tristi perchè le funzioni

pasquali per quell'anno erano terminate, anche se

pensavamo già ai fioretti del mese Mariano e alle

processioni del Corpus Domini e, soprattutto,

all’estate che sarebbe presto arrivata.

 

45

Dinami

Tutti gli anni, all'inizio dell'estate, lo zio

Vincenzino veniva a Serrata a prendermi e mi

portava a Dinami a casa della nonna Giulia.

Io ero molto contenta di andare con lui perché

potevo trascorrere le vacanze insieme alla nonna e

alle tante cuginette della mia età. Quando si

scendeva dalla corriera, prima di arrivare a casa

della nonna, si doveva passare per un viale, il viale

del Re, lungo il quale c'erano tante piante di

oleandro fiorite. Era proprio uno spettacolo vederle,

sembravano tanti ombrellini colorati.

Dall'altro lato del viale, su un'altura, c'era la torre

con l'orologio, il palazzo comunale e una fontana

dove tutti i giorni io e le altre mie cugine Bianca e

Adua figlie di zia Angelina andavamo a prendere

una brocca di acqua fresca che serviva per il pranzo.

Quando andavamo a prendere l'acqua, lo zio

Giuseppe ci dava anche una bottiglia di vino da

mettere una decina di minuti sotto il getto dell'acqua

della fontana a rinfrescarsi, perché a quei tempi non

c'era ancora il frigorifero.

I giorni a Dinami passavano allegramente

giocando con le amiche. Giocavamo con le bambole

e con altri giochi che inventavamo sul momento.

Vicino alla casa della nonna abitavano la zia

Mariannina e lo zio Pietro, la zia Teresina e lo zio

Antonino. La casa della nonna era molto in alto e dal

suo balcone si vedevano tanti paesini che alla sera

sembrano dei piccoli presepi illuminati.

Zia Angelina e zio Giuseppe, abitavano sullo

stesso piano della nonna e avevano anche le porte

interne comunicanti, tanto da sembrare un'unica

famiglia.

Io trascorrevo molto tempo a casa della zia

Angelina. Lei aveva la passione dell'allevamento del

baco da seta, come allora si usava in tante case. I

bachi venivano depositati su delle impalcature

appositamente costruite e venivano alimentati con

foglie di gelso. Ogni tanto, qualche baco cadeva

dall'impalcatura e andava a finire per terra. La zia

Angelina, allora, mi invitava a raccoglierli e a

rimetterli sulle foglie: era una mansione di cui

andavo molto orgogliosa. E alla fine della giornata,

la zia mi ricompensava sempre con dei piccoli dolci

fatti in casa che lei sapeva fare molto bene, e quella

era per me la migliore paga per il mio aiuto!

A Dinami, secondo un'antica tradizione, nel mese

di luglio si celebrava la festa patronale della

Madonna della Catena.

I festeggiamenti duravano una settimana intera e,

per l'occasione, mia madre mi veniva a trovare.

Nell'estate del 1943, nonostante ci fosse la guerra,

la mamma era venuta con mio fratello Nino e con

l'altro fratellino più piccolo, Francesco. Dopo aver

salutato la nonna e i parenti, la mamma aveva

lasciato il piccolo Francesco a casa con la nonna, e si

era incamminata insieme a me e a mio fratello Nino

verso la chiesa.

Nel momento in cui la festa stava per concludersi

con la processione della Vergine, con il palco tutto

illuminato e la chiesa piena di fedeli, mentre tutti

gioivano nel trascorrere una splendida giornata

estiva, improvvisamente ci fu un bombardamento al

vicino campo d'aviazione.

Il bombardamento spaventò tutti i fedeli raccolti

in chiesa per assistere alla funzione. Ci fu un

momento di panico e di scompiglio perché tutti si

precipitavano verso l'uscita, affrettandosi a trovare

un riparo tra le bancarelle della fiera o nelle

campagne circostanti.

Mia madre prese me e mio fratello e si mise a

correre. Fortunatamente tutto finì solo con un grande

spavento, che mi rimane ancora vivo nella mente

nonostante siano trascorsi tanti anni.

Finita la festa sono tornata a Serrata assieme alla

mamma e ai miei fratellini.

La guerra continuava, e per metterci al riparo,

papà decise di andare ad abitare in una casetta in

campagna dove c'erano anche delle altre famiglie.

Fu così che conobbi una bambina della mia età

che si chiamava Maria Rosa, con la quale, dopo aver

fatto amicizia, passavo tante ore a giocare insieme,

soprattutto con una bella altalena che il nonno aveva

costruito con delle funi e un asse di legno. Noi

bambine non capivamo bene il motivo perché

eravamo lì, pensavamo di essere in villeggiatura. Ma

una sera, mentre eravamo sedute davanti a casa

insieme ai nostri genitori, sono arrivati degli aerei

che hanno lanciato dei razzi luminosi. Volevano

capire se sotto gli alberi si nascondeva un

accampamento tedesco.

I miei genitori capirono che anche quel posto era

poco sicuro e decisero che era meglio andarsene,

perché lì eravamo troppo in vista. Col chiarore della

luna, ci siamo incamminati per una strada di

campagna. Mio padre camminava un passo più

avanti della mamma e di noi bambini, così ci poteva

dare indicazioni sulle condizioni della strada che era

un po' dissestata.

Dopo qualche ora di cammino al buio, finalmente

arrivammo giù nella vallata dove c'era il mulino di

mio nonno, un posto meno in vista e più tranquillo.

Per tanti giorni siamo stati bene, fino allo sbarco

degli americani in Sicilia. Da quel giorno i tedeschi

hanno iniziato la ritirata verso il nord Italia, e dopo

essere passati sui ponti, li facevano saltare per

impedire agli americani di avanzare.

Una mattina mentre io e mio fratello Nino

giocavamo davanti al mulino, si sentì uno

spostamento d'aria e un forte boato.

La mamma in quel momento si trovava dentro il

mulino e stava allattando mio fratellino Francesco.

Papà anche quella mattina era andato in paese,

come faceva di tanto in tanto. Una volta sbrigate le

commissioni aveva salutato la nonna, che aveva

preferito rimanere in paese, e si era incamminato

verso il mulino. Di solito, quando arrivava ad una

cinquantina di metri di distanza, per avvertire che

stava arrivando, con un piccolo fischietto mandava

dei suoni ed io gli correvo incontro. Ma quel giorno

invece di vedere me corrergli incontro, vide una

pioggia di detriti cadere proprio sopra il mulino. Non

capiva cosa stava succedendo e si preoccupò molto

per noi. Non vedeva l'ora di arrivare per potersi

accertare come stavamo.

Per fortuna eravamo tutti al riparo.

Il nonno Antonino, che durante la prima guerra

mondiale era stato al fronte per molti anni, avendo

capito che eravamo in pericolo, aveva fatto appena

in tempo a portarci in salvo, prima che i detriti

cadessero proprio dove stavamo giocando noi.

Qualche ora dopo, il nonno volle andare a vedere

cos'era successo e portò anche me. Ricordo di aver

visto un grande cratere, ma ero troppo piccola per

capire cosa fosse accaduto e chiesi al nonno e lui mi

rispose che i tedeschi avevano fatto saltare

l'ennesimo ponte.

Mamma e papà hanno capito che posti sicuri non

ce n'erano e hanno deciso di ritornare al paese

sperando che la guerra finisse al più presto.

E per fortuna la guerra finì.

Lo zio Vincenzino si sposò con una bella ragazza

molto giovane, la zia Antonuzza. Gli anni passavano

e io crescevo, ma lo zio Vincenzino - ogni estate -

veniva a Serrata a prendermi per portarmi a Dinami

a casa sua. Adesso c'era la zia Antonuzza con i suoi

bambini ad attendermi. Ricordo quando è venuto a

prendermi per il battesimo di mio cugino Franco, il

loro primo figlio, e poi, via via, gli altri tre figli,

Michele, Renato e, per ultimo, Piero, che adesso è

Don Piero, parroco di un paese vicino a Dinami. Di

Piero ricordo bene il battesimo, anche perché il

padrino lo fece mio fratello Francesco.

Qualche giorno prima della festa lo zio veniva a

trovarci per invitarci a casa sua. Così il giorno della

festa andavo a Dinami insieme ai miei genitori, ai

miei fratelli Nino e Francesco e mia sorella Giulia

che, come i figli della zia Antonuzza, è nata dopo la

guerra.

Eravamo tutti felici di riunirci per questa festa, ma

la più contenta era di certo mia madre perché

ritornava al suo paese e con l'occasione poteva

incontrare tutti i parenti e anche tante sue amiche

che non aveva occasione di vedere durante l'anno.

Nel mese di settembre, gli zii iniziavano la

vendemmia e per l'occasione ritornavo solo io a

Dinami.

Anche quelli erano giorni di festa perché andavo

in compagnia della zia e di tante altre persone nei

vigneti per raccogliere l'uva. Il giorno lo passavo

insieme agli altri in allegria e la sera mi sentivo un

po' triste vedendo i filari di vite tutti spogli e senza

nemmeno un grappolo d'uva.

Fosse stato per me, avrei voluto che la vendemmia

non finisse mai!

Negli anni, con la zia Antonuzza, si creò un

rapporto affettuoso, come con una sorella maggiore.

Un anno, quando ero ancora adolescente, la zia andò

al mare con i suoi bambini Franco e Michele e portò

anche me.

Era la prima volta che andavo al mare. Arrivati

alla stazione di Nicotera Superiore, si doveva fare un

tratto di strada in discesa per arrivare a Nicotera

Marina. Svoltata una curva, vidi una grande distesa

azzurra e rimasi davvero a bocca aperta.

Era il mare!

Questo legame con Dinami è rimasto sempre vivo,

come è rimasto vivo il legame con la famiglia dello

zio Vincenzino, non solo finché sono rimasta a

Serrata, ma anche adesso che sono ormai molti anni

che sono andata via dal mio paese.

In estate quando ritorno, è una vera gioia rivederli

e non sembra che sia passato un anno, ma è come se

ci fossimo visti il giorno prima e quando arrivo

davanti a casa degli zii, mi sembra di tornare quella

bambina con le trecce dell'estate del 1943.

 

53

Aspromonte

Da bambina andavo spesso a trovare la nonna

Annuzza e lei mi intratteneva raccontandomi le

storie vere come se fossero delle novelle.

Quando arrivavo da lei prima la salutavo e poi

quasi sempre le chiedevo:

"Nonna, me la racconti una storia?"

La nonna ci pensava un po' e poi mi diceva:

"Maria, stai seduta qui vicino a me che ti racconto

una bella storia".

Io mi sedevo al suo fianco, poggiavo la testa sulle

sue ginocchia e lei, mentre con la mano mi

carezzava il viso, iniziava a raccontare.

Erano sempre delle belle storie.

Un giorno, ricordo, mi raccontò la storia del

pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Polsi.

Mi parlò di quando i pellegrini si mettevano in

cammino di buon mattino a piedi. I pellegrini

dovevano camminare per tanti giorni, attraversando

chilometri di boschi intervallati dai caratteristici

paesini montani, prima di raggiungere il santuario.

Percorrevano viottoli quasi nascosti dal fogliame e

ombreggiati da giganteschi faggi.

Si doveva camminava per tutto il giorno.

Verso sera si raggiungeva un altopiano dove c'era

una sorgente di acqua fresca e lì ci si fermava per

dissetarsi e per riposare. Anche se era estate, in

montagna di sera la temperatura si abbassava e si

doveva accendere il fuoco. Con dei rami secchi che

si trovavano sul posto si preparava un gran falò che

serviva per riscaldarsi e anche per allontanare gli

animali selvatici che di notte si aggiravano nei

boschi.

Una volta acceso il fuoco si disponevano tutti

intorno a forma di cerchio, stendevano delle tovaglie

bianche per terra e si cenava con quel poco che

avevano messo nelle bisacce. Di solito erano

prodotti locali, salumi, formaggi, del pane fatto in

casa e qualche bottiglia di buon vino.

Gli uomini portavano anche qualche piccolo

strumento musicale, come l'armonica a bocca, e per

rallegrare la serata suonavano qualche tarantella che

le giovani donne ballavano con i ragazzi che le

accompagnavano.

All'alba ricominciava il cammino verso il

santuario che si trova vicino al fiume al fondo di una

ripida discesa.

Arrivati al santuario dove è esposta la statua molto

imponente e tutta adornata di ex-voto della Madonna

di Polsi, i pellegrini in coro intonavano inni di lode e

di ringraziamento. Nella chiesa, con la luce che

proveniva dalle candele votive e l'odore dell'incenso,

si creava un'atmosfera surreale. Si ascoltava la Santa

Messa e si pregava per tutta la comunità. Nei locali

vicino al santuario i fedeli si riposavano prima di

intraprendere il cammino del ritorno a casa.

Quello del Santuario della Madonna di Polsi era

un pellegrinaggio di fede molto faticoso ma anche

un'evasione dalla solita vita di lavoro, specialmente

per le donne che in quegli anni non avevano mai

occasione di uscire dal paese.

Il rientro in paese dei pellegrini di solito era

preannunciato dai loro canti; i bambini correvano

incontro al pullman e le donne si affacciavano dai

balconi per salutarli e i pellegrini regalavano un

rametto di faggio benedetto assieme all'immaginetta

della Madonna in segno di devozione.

Questo pellegrinaggio si ripete ancora oggi, tutti

gli anni nel mese di agosto, ma non è più la stessa

cosa. A tarda sera i pellegrini si radunano davanti

alla chiesa e da lì si parte con pullman turistici

attrezzati di tutte le comodità e al mattino seguente

per l'ora della messa sono già arrivati al Santuario.

Forse ci potrà essere ancora qualche piccolo

disagio, ma di certo non è nulla in confronto al

pellegrinaggio del racconto di nonna Annuzza.

 

57

La leggenda della pietra di Liso

Serrata è un piccolo paese della Calabria, situato

su un altopiano a venti chilometri dal mare, ai piedi

del monte Liso.

Si racconta che in tempi assai remoti gli abitanti

di Serrata erano diventati troppo cattivi. Vedendo

tanta cattiveria una fata decise di distruggere l'intero

paese, ma non sapeva come fare. Pensa e ripensa,

finalmente le venne una bella idea: decise di far

rotolare sull’abitato un'enorme pietra dalla cima del

monte Liso.

Allora la fata si mise a cercare una pietra adatta

allo scopo. Dopo tante ricerche, ne trovò una grande

grande, se la caricò sulla testa e si incamminò verso

la cima del monte.

Ma la Madonna, vedendo la fata con quella pietra

enorme sulla testa, capì che era destinata a

distruggere Serrata e allora, senza farsi riconoscere,

iniziò a chiacchierare con la fata finché non la

convinse a liberarsi di quel peso.

La fata, dopo essersi alleggerita dell'enorme peso,

si sedette a riposare, ma dopo un po', quando decise

di ripartire, si accorse che da sola non riusciva più a

sollevare la pietra. Chiese aiuto alla Madonna, ma la

Madonna si rifiutò di aiutarla dicendo che non era

vero che i serratesi erano così cattivi. Così la fata

dovette tornare a casa senza portare a termine il suo

intento, lasciando quell'enorme pietra dove si trova

ancora adesso, sul monte Liso, in mezzo agli alberi

di ulivo.

Questa pietra richiama da sempre molti curiosi

che la osservano attentamente cercando di scoprire

qualche particolare che aiuti a svelare il mistero di

come sia arrivata questa enorme pietra in mezzo ad

un uliveto.

Quasi tutti i serratesi sono andati a vederla almeno

una volta nella vita. Addirittura gli insegnanti

portano gli alunni in gita scolastica. Si trova sempre

un'occasione per andare a vedere la pietra e,

specialmente in estate, quelli che ritornano al paese

per passare le ferie, hanno piacere di salire sul monte

Liso anche per apprezzare lo splendido panorama

che si gode da lì sopra: si vede una rigogliosa vallata

verde e, se la giornata è serena, all'orizzonte si vede

il mare e sembra proprio una meravigliosa veduta

aerea.

 

Storielle

 

 

61

La cura per le botte

Per motivi d'interesse, compare Gianni e compare

Matteo avevano avuto un'animata discussione, che

era finita in una violenta rissa. Compare Gianni

aveva avuto la peggio e si era ritrovato con una

ferita in testa e qualche contusione sul corpo, tanto

da dover ricorrere alle cure del medico del paese.

Compare Gianni però si vergognava di dire al

medico che era stato picchiato e così quando il

dottore gli chiese cosa era successo, lui rispose che

era caduto dalle scale.

Il dottore aveva capito che si trattava di botte e

quindi gli disse:

"Dimmi, Gianni. Sei caduto o ti hanno

picchiato?"

"Dottore, io sono caduto, ve l'ho detto."

"Gianni, Gianni! Sei proprio sicuro? Guarda che

tu mi devi dire la verità!"

"Ma io vi sto dicendo la verità : sono caduto dalle

scale! Ma voi, dottore, perché insistete tanto? Che

differenza c'è?"

E il dottore, al quale piaceva ogni tanto prendere

in giro bonariamente i compaesani, gli spiegò:

"Vedi Gianni, c'è differenza nella cura. Se sono

botte, ti devo curare in un modo, se sei caduto ti

devo curare in un altro".

Il povero Gianni, che non sapeva più come fare,

allora gli disse:

"Dottore, io sono caduto... ma voi curatemi per

botte!"

 

Il confessionale

In una parrocchia di campagna vivevano il prete,

il sagrestano Vestianu e la bella moglie di Vestianu.

Un giorno il prete si accorse che nella cassettina

delle offerte mancavano i soldi e incominciò a

sospettare del sagrestano.

Allora, la prima volta che Vestianu andò a

confessarsi, il prete iniziò con le solite domande:

"Figliolo, hai peccato?"

"Sì, ho peccato"

"Va bene, dici cinque Ave Maria per penitenza".

La confessione proseguì e, ad un certo punto, il

prete colse l'occasione per domandargli:

"Senti Vestianu ma i soldi dalla cassettina delle

offerte per caso li prendi tu? Perchè non ne trovo

mai..."

"Non sento, arciprete, non sento!" rispose il

sagrestano.

"Ti dicevo se per caso sei tu che rubi le offerte in

chiesa, perchè se confessi il tuo peccato io ti posso

assolvere..."

"Niente, non si sente niente!"

Il prete allora uscì dal confessionale e chiese:

"Ma come mai non senti? Fino adesso sentivi!"

"Allora non mi credete? Inginocchiatevi voi al

posto mio e vado io dentro il confessionale."

Il sagrestano entrò nel confessionale e, visto che

in paese circolava voce che il prete se la intendeva

con sua moglie, chiese:

"Arciprete, ma è vero che ve la intendete con mia

moglie?"

"Sai, Vestianu, non si sente niente, avevi ragione!"

"E lo dicevo io che non si sente, e voi non mi

volevate credere!"

 

L'individuo

Un giorno un signore si dovette recare in Pretura

perché era stato chiamato in giudizio da un suo

vicino per una questione di limiti.

Quando arrivò in Pretura vide che l'aula era tutta

piena di persone che aspettavano che iniziassero le

udienze, così pensò di chiedere al suo avvocato se

era possibile passare per primo perché quella mattina

aveva un altro impegno da sbrigare che non poteva

rimandare.

L'avvocato gli disse:

"Venite con me che andiamo a cercare il signor

giudice e gli chiediamo se è possibile".

Il giudice stava per entrare in aula quando

l'avvocato lo vide e gli chiese se gli poteva parlare.

Il giudice si fermò e disse:

"Dite, dite, avvocato".

"Volevo solo chiedere se era possibile sbrigare

per prima la causa del mio assistito, perché

stamattina ha un altro impegno urgente".

"Certo, avvocato, faremo il possibile", rispose il

giudice. Passata una mezz'ora, il giudice si rivolse

all'avvocato e gli disse:

"Signor avvocato, chiamate quell'individuo che

diamo inizio alla sua causa".

Al che il cliente, sentendo la parola individuo, e

non sapendo cosa volesse dire, si sentì molto offeso

e pensò di reagire subito. Allora, rivolgendosi al

giudice disse:

"Signor giudice, io non lo so cosa voglia dire la

parola individuo, ma vi dico solo che se individuo è

una cosa buona, individuo io e individuo voi, ma se

individuo è una cosa mala, allora individuo voi, tutta

la vostra famiglia e pure san Brigori di Loriana!"

 

Le scivolate

In un piccolo paese di provincia, c’era l’abitudine

di dire che una donna era “scivolata” per intendere

che aveva tradito il marito.

Un giorno in paese arrivò un nuovo parroco, che

ovviamente era del tutto all’oscuro di questo modo

di dire.

Così, dopo qualche settimana, il giovane prete,

che era anche molto ingenuo, incominciò a pensare

che le strade del paese fossero veramente da

aggiustare, perché quasi tutte le donne che andavano

da lui a confessarsi dicevano di essere scivolate.

Passato qualche mese, e vedendo che la situazione

delle scivolate non migliorava affatto, il parroco

decise di prendere l’iniziativa e andò a trovare il

sindaco. Il sindaco lo ricevette con piacere e dopo i

convenevoli di rito gli chiese il motivo della visita.

"Caro signor sindaco sono venuto per farle

presente che le strade cittadine vanno assolutamente

aggiustate."

"E perché? Guardate che le nostre strade non

sono rotte hanno una buona manutenzione" rispose

il sindaco.

"E no! No! Le cose non stanno cosi come dite voi,

perché quasi tutte le donne che vengono da me a

confessarsi mi dicono che sono scivolate! Come

sindaco siete in dovere di fare qualcosa per

salvaguardare l'incolumità delle nostre donne."

Il sindaco, che sapeva cosa voleva dire scivolare

per una donna in quel paese, si mise a ridere.

Allora il parroco, vedendolo ridere, gli disse:

"Caro signor sindaco, non capisco cosa avete da

ridere. Guardate che solo in questa settimana la

vostra signora mi ha confessato che è scivolata per

ben tre volte!"

 

Il maiale a due code

Una volta nei paesi era usanza che nel periodo di

carnevale quasi tutte le famiglie ammazzassero il

maiale per fare le provviste di salame e prosciutti

che duravano per tutto l'anno.

Qualche giorno prima del carnevale, compare

Bruno e mastro Domenico si incontrarono nella

piazzetta del paese e parlando del più e del meno

arrivarono a parlare anche dell'avvicinarsi del

carnevale.

Compare Bruno, essendo un po' tirchio, iniziò a

lamentarsi che sua moglie era troppo generosa con i

vicini che non avevano il maiale, che regalava

frittole, salami e quant'altro si preparava in quei

giorni a tutti e che a lui, di conseguenza, non ne

rimaneva mai abbastanza.

L'amico allora gli disse:

"Compare, sapete come potete fare per non dare

niente a nessuno? Alla sera mettete il maiale fuori

della porta e dite che lo lasciate lì a prendere il

fresco della notte. Il mattino dopo, vi alzate presto,

ritirate il maiale e lo nascondete bene in casa. Poi

uscite fuori e vi mettete a gridare: <Mi hanno rubato

il maiale! Mi hanno rubato il maiale!>, ma lo dovete

dire tante volte così i vicini ci credono e voi non

dovrete dare più niente a nessuno!"

"Mastro Domenico vi ringrazio. Mi avete dato

proprio una buona idea. Quest'anno il maiale lo

conservo solo per la mia famiglia!".

Arrivato carnevale, compare Bruno mise in atto la

geniale idea suggerita dall’amico.

La sera lasciò il maiale fuori dalla porta ma

quando alla mattina presto si alzò per ritirarlo, ebbe

un’amara sorpresa: il maiale era sparito!

Compare Bruno allora si mise ad urlare:

"Mi hanno rubato il maiale! Mi hanno rubato il

maiale!"

Mastro Domenico, sentendo queste urla, uscì fuori

da casa e andò incontro all'amico e gli chiese cosa

gli era successo e compare Bruno gli rispose:

"Mi hanno rubato il maiale!"

"Bravissimo! Così dovete dire, compare, sennò

non ve ne resta!"

Al che l'altro di più si arrabbiava:

"Vi dico che è vero, non sto scherzando, me

l'hanno rubato veramente!"

"Lo dite cosi bene che nessuno potrebbe

dubitarne..."

Dopo un po' la discussione si stava animando

allora mastro Domenico disse:

"Sapete cosa facciamo? Venite a casa mia che io

ho ammazzato il mio porco e mia moglie sta

preparando le frittole, così mangiamo assieme e vi

calmate un po'".

Arrivati a casa, la moglie di mastro Domenico

stava vicino alla caldaia dove c'era la carne di

maiale che bolliva per fare le cosiddette frittole.

Quando furono cotte a puntino, riempì una

insalatiera, l'appoggiò al centro della tavola e,

com'era usanza, tutti iniziarono a prendere dalla

stessa insalatiera. Compare Bruno iniziò a mangiare

e dopo un po' gli capitò la coda del maiale. Tutto

contento si rivolse a quelli che erano vicino a lui:

"Ho trovato la coda, ho trovato la coda", disse

tutto felice, perché essendocene solo una si riteneva

fortunato chi riusciva a trovarla.

Visto che era anche saporita se la mangiò con

gusto.

Dopo un altro po' mise la forchetta nell'insalatiera

per prendere un altro pezzo di carne e, con somma

meraviglia, vide un'altra coda di maiale e cercò di

prenderla.

Mastro Domenico, che si era accorto che compare

Bruno aveva visto l'altra coda, tentava in tutti i modi

di spingerla in fondo all'insalatiera per nasconderla.

Per distrarre compare Bruno, lo invitava a mangiare

del gamboncello e altre parti del maiale. Ma

compare Bruno non si distraeva e pensava sempre a

quella seconda coda che aveva intravisto

nell'insalatiera e che mastro Domenico gli impediva

in tutti i modi di prendere.

Gli venne quindi un dubbio, che divenne quasi

una certezza, su chi aveva rubato il suo maiale.

Allora domandò a mastro Domenico:

"Ma ditemi, u' porcu vostru avia du cudi!"1

E l'altro, non sapendo cosa rispondere gli disse:

"Mangiate, mangiate, e non jati cercandu cudi!"2

 

1 “Ma ditemi, il vostro maiale aveva due code?”

2 “Mangiate, mangiate, e non andate a cercare code!”

 

Il coppolino rosso

Stanco di sentire dei continui tradimenti coniugali

dei suoi sudditi, un giorno il Marchese decise di

prendere qualche provvedimento per moralizzare la

vita nel suo marchesato. Così fece pubblicare in tutto

il territorio di sua appartenenza un editto del

seguente tenore: tutti gli uomini che sono stati traditi

dalle loro mogli per farsi riconoscere devono

indossare, entro un mese da oggi, un coppolino

rosso, pena una multa di cento ducati d'oro.

In ogni paese del marchesato arrivò l'araldo per

diffondere l'editto e un giorno la notizia arrivò

anche in un piccolo paese, destando in tutti un

grande scompiglio.

Non si parlava d'altro, la questione del coppolino

rosso era l'argomento più dibattuto sia in piazza

nei discorsi tra amici, che nelle famiglie del paese,

ma visto che tutti si conoscevano, nessuno voleva

ammettere di essere stato tradito dalla moglie.

Così per gli uomini mettere in dubbio l'onestà

delle loro moglie era diventato un problema serio,

ma anche per le mogli non era facile ammettere di

aver tradito i loro mariti.

Ma alla fine, dopo un po' di giorni,

incominciarono a vedersi in giro i primi coppolini

rossi, segno che le mogli avevano deciso di

confessare i loro tradimenti, anche perché la multa

prevista per i trasgressori era ben salata.

E più passavano i giorni e più i coppolini rossi

aumentavano.

Ma il marito di donna Lucia, pur avendo qualche

dubbio ben fondato sulla fedeltà di sua moglie, non

aveva il coraggio di dirglielo apertamente, e di tanto

in tanto, le chiedeva cosa ne pensava, se era bene

che anche lui mettesse il coppolino rosso e la moglie

lo rassicurava dicendo sempre di no.

Ad un certo punto, vedendo che il marito insisteva

tanto, donna Lucia lo chiamò e gli disse:

"Sai cosa ti dico marito mio?"

"Cosa?!"

"Pe' si e pe' no u coppulino russu mentitillu!"1

 

1 “Nell'incertezza ti consiglio di metterlo il berrettino

rosso!”

 

La confessione di mastro Peppe

Un giorno mastro Peppe decise di confessarsi.

Arrivato in chiesa cercò il prete e il sagrestano gli

disse che il prete non si era ancora alzato, ma che se

proprio aveva premura poteva confessarsi in camera

da letto.

Mastro Peppe entrò in camera e si inginocchiò

vicino al letto. Il prete gli disse di iniziare la

confessione e lui iniziò a raccontare i suoi peccati.

Mentre si confessava, allungò per caso le mani sotto

il letto e si accorse che c'erano delle cose. Per prima,

tirò fuori una bella resta di salami. Allora, senza

farsi vedere, la prese e la nascose sotto il mantello e

subito disse:

"Padre, ho rubato una resta di salami".

E il prete stava ad ascoltarlo.

Mastro Peppe allungò di nuovo le mani sotto il

letto e tirò fuori un formaggio e disse:

"Padre, ho rubato anche una forma di formaggio".

Il prete, che aspettava che mastro Peppe finisse di

dire tutti i peccati prima di dargli l'assoluzione, gli

disse:

"Ma figliolo, perché non me li dici tutti insieme i

tuoi peccati?"

E mastro Peppe rispose:

"Padre, come vengono!".

Dopo aver preso tutto quello che poteva, gli

vennero per le mani anche un paio di scarpe le prese

e disse:

"Padre, ho rubato anche un paio di scarpe".

Allora il prete intervenne:

"E no! Va bene il salame, va bene il formaggio! Ti

posso anche assolvere, perché si tratta di roba da

mangiare, ma le scarpe no quelle devi assolutamente

restituirle al padrone."

"Va bene padre, avete ragione. E voi le volete?"

"Io no", rispose il prete.

"E io al padrone le ho date e lui non le ha volute!"

"E allora tienile! Buone e benedette!"

Mastro Peppe, dopo avere avuto l'assoluzione per

tutti i suoi peccati, salutò il prete e se ne andò carico

di tutto quello che aveva trovato sotto il letto.

Quando il prete si alzò, si accorse che le scarpe

non c'erano più, così come erano spariti anche la

bella resta di salami e il formaggio che gli avevano

regalato.

Allora capì che tutto quello che mastro Peppe

aveva confessato di aver rubato era tutta roba sua e

che alla fine lui l'aveva pure benedetta!

L'avvocato e il contadino

Un giorno un contadino si rivolse ad un avvocato

per essere difeso in una controversia e, per prima

cosa, pattuirono il compenso: dieci chili di fagioli

paesani. Il contadino prontamente portò i fagioli e li

consegnò a donna Pasqualina, la cameriera

dell'avvocato.

Arrivati al giorno della causa, l'avvocato si

presentò in tribunale e invece di difendere a spada

tratta il suo cliente come promesso, si limitò a

rimettersi alla clemenza della corte e il povero

contadino venne condannato.

L'avvocato era tranquillo perché tanto ormai era

già stato pagato. Invece il cliente, che non era

rimasto per niente contento dell'arringa

dell'avvocato, uscì lestamente dal tribunale e corse a

casa dell'avvocato e si fece restituire i fagioli paesani

con la promessa di portare dieci chili di fagioli del

tipo migliore, i cannellini bianchi. Donna Pasqualina

gli restituì i fagioli paesani e si scusò per una

pignatta di fagioli che aveva già messo a cuocere.

Il contadino le rispose di non preoccuparsi che,

visto com'era andata la causa, l'avvocato meritava

questo e altro!

Poco dopo arrivò fischiettando l'avvocato, tutto

allegro, pensando di aver fatto fesso il suo cliente e

appena entrato in casa chiamò:

"Donna Pasqualina! Donna Pasqualina! Con due

parole bianche e nere ci siamo fatti dieci chili di

fagioli paesani!"

La cameriera uscì dalla cucina e disse:

"No avvocato! Non sono fagioli paesani! Sono

cannellini bianchi perché i fagioli paesani se li è

venuti a riprendere il cliente. Ha detto che lei oggi è

stato così bravo che merita dieci chili di cannellini

bianchi che porterà oggi stesso..."

L'avvocato capì l'antifona, che il cliente era stato

più furbo di lui, e allora si accontentò di quella

pignatta di fagioli paesani che la cameriera nel

frattempo aveva cucinato.

 

Il seminarista

Quando nei paesi la scuola dell'obbligo arrivava

solo fino alla quinta elementare, i ragazzi che

volevano continuare a studiare di solito andavano in

seminario.

Le mamme preparavano il corredo personale, le

lenzuola e quant'altro necessitava. Si faceva cucire

l'abito talare da un sarto, si comprava il cappello e si

aspettava l'inizio dell'anno scolastico. Qualche

giorno prima i genitori pagavano la retta e poi

insieme al ragazzo si recavano al seminario e lì

avveniva il rito della vestizione. Da quel momento

iniziava la vita da seminarista e per molti mesi la

giornata di questi ragazzi era fatta di studio, senza

poter tornare a casa.

La prima volta che potevano tornare a casa era di

solito per le festività del Santo Natale. In paese i

giovani seminaristi venivano guardati con rispetto

anche perché loro si davano un certo contegno,

vestiti sempre in abiti talari e con in mano un

piccolo libricino.

Partecipavano alle funzioni religiose, servivano

messa e solo quando avevano finito si concedevano

qualche distrazione con gli amici.

Andavano avanti così per tanti anni fino a quando

dovevano capire se veramente avevano la vocazione

religiosa. Quanti si sentivano chiamati continuavano

a studiare teologia, gli altri toglievano l'abito

religioso e continuavano a studiare le materie per le

quali si sentivano più portati.

Uno di questi ragazzi, avendo sentito la chiamata

del Signore, aveva deciso di continuare gli studi di

teologia e, passato qualche anno, era prima

diventato diacono e, una volta terminati gli studi, il

vescovo con tutta la solennità del caso lo aveva

ordinato sacerdote. Da quel momento poteva quindi

celebrare la Santa Messa.

Visto che in un paesino della sua diocesi c'era un

parroco che era ormai un po' anziano, il vescovo

decise di mandare quel giovane parroco come aiuto

per l’imminente festività dei Santi Pietro e Paolo.

Tutti i parrocchiani – saputa la notizia - erano

contenti dell'arrivo del nuovo parroco e non

vedevano l’ora di vederlo all’opera.

Qualche giorno prima della festa, il vecchio

parroco lo chiamò e gli disse:

"Sai, quest'anno i festeggiamenti te li lascio fare

tutti a te. Dirai la messa e farai anche il panegirico

sulla vita dei santi."

Il giovane prete era molto contento, ma essendo la

prima volta che gli capitava di dover fare un

panegirico, pensò di chiedere un aiuto all'anziano

prete:

"Per la messa non ho problemi, ma ho qualche

dubbio sul panegirico!"

Al che il vecchio prete gli rispose:

"Ma è facile! Non ti preoccupare. Inizi dicendo

Pietro disse a Paolo e Paolo disse a Pietro e poi... via

discorrendo."

Il giovane prete ingenuamente pensò che quello

che gli aveva detto il vecchio prete era sufficiente

per fare un panegirico e quindi non approfondì

l'argomento .

Il giorno della festa la chiesa era tutta piena di

fedeli.

Il giovane prete iniziò a dire messa e tutto andò

bene, ma poi arrivò il momento del panegirico, e

allora salì sul pulpito e con molta enfasi iniziò la sua

predica:

"Carissimi fratelli e carissime sorelle. Pietro disse

a Paolo... e Paolo disse a Pietro. E via discorrendo!

Paolo disse a Pietro... e Pietro disse a Paolo. E via

discorrendo!" e andò avanti cosi per tutto il tempo.

Un fedele, che stava ascoltando questo strano

panegirico, era curioso di sapere cosa si erano detti

Pietro e Paolo, ma vedendo che il giovane prete non

si decideva a dirlo e ripeteva sempre la stessa cosa,

chiese ad alta voce:

"Ma insomma, si può sapere cosa ha detto Pietro a

Paolo e Paolo a Pietro?".

Lì vicino c'era il padre del giovane prete che era

molto concentrato e orgoglioso nell'ascoltarlo per la

prima volta fare una predica. Sentendo quelle parole

si girò verso il fedele e dandogli un manrovescio

gli disse:

"Ma si no' sapi figghijuma chi studiau deci anni

au siminariu, voliti pemmu u sapiti vui!"1

1 “Ma se non lo sa mio figlio che ha studiato dieci anni

in seminario, lo volete sapere voi!”

Fratelli in chiesa

Un giorno un pover'uomo entrò in chiesa proprio

nel momento in cui il prete stava parlando di pace, di

amore e di fratellanza. Il prete diceva che chi ha da

mangiare deve darne a chi non ne ha, perché siamo

tutti fratelli.

Sentendo queste parole, il poveretto uscì dalla

chiesa e andò a casa del prete, bussò alla porta. La

cameriera si affacciò e gli chiese cosa voleva.

"Signora, sono venuto per chiedere qualcosa da

mangiare perché il prete in chiesa ha detto che

siamo tutti fratelli!"

La cameriera lo fece subito entrare, apparecchiò

anche per lui e lo invitò a prendere posto.

Il poveretto si era appena seduto a tavola e stava

già pregustando il pranzetto domenicale che la

cameriera aveva preparato per il prete, quando arrivò

il prete che nel frattempo aveva finito la funzione.

Vedendolo seduto a tavola, gli disse:

"E tu che ci fa seduto al mio tavolo?"

E il poveretto rispose:

"Arciprete, ho ascoltato quello che dicevate in

chiesa che siamo tutti fratelli! E chi ha da mangiare

ne deve dare a chi non ne ha. Così ho pensato di

venire a mangiare a casa vostra..."

Il prete allora si affrettò a chiarire bene il suo

pensiero:

"Fratelli sì ma in chiesa, non in casa....".

Cogli l'attimo

Una mattina una donna decise di andare nel bosco

per trovare della legna per fare il pane.

Mentre camminava in quei sentieri di campagna,

vide una borsa piena di monete d'oro. Dopo essersi

avvicinata, restò lì a pensare il da farsi. Era felice di

aver trovato tutte quelle monete d'oro che le

avrebbero cambiato la vita, ma poi pensò che lei era

uscita di casa per raccogliere la legna e non le

borse.

Allora pensò: "Quandu è a burzi è a burzi, quandu

è a ligna è a ligna!"1 e se andò via lasciando quel

tesoro in mezzo alla strada.

 

1 “Quando è a borse è a borse, quando è a legna è a

legna!”

 

 

Pane e cipolle

Una volta era uso che gli artigiani, specialmente i

falegnami, andassero nelle case dei ricchi signori - i

cosiddetti 'gnuri - ad eseguire dei piccoli lavori di

manutenzione.

Un giorno mastro Gianni, insieme al suo piccolo

aiutante, si recò a casa di uno di questi signori per

eseguire dei restauri su dei mobili antichi e, visto

che il lavoro era tanto, rimasero lì per una settimana

intera.

Mastro Gianni era molto contento di rimanere

perché tutti i giorni, arrivata l'ora di pranzo, la

signora metteva in tavola dei cibi prelibati ed era una

festa per il palato.

Ma un giorno che la signora non c'era, u'gnuri

mise in tavola solo del formaggio e delle cipolle

assieme a del pane.

Mastro Gianni guardò con un pò di tristezza la

tavola, perché di cipolle ne mangiava già tante tutti i

giorni a casa sua, ma pensò che almeno il formaggio

sembrava appetitoso. Quando iniziarono a

mangiare, u'gnuri, che era un po' tirchio, iniziò a

tessere l'elogio della cipolla di Tropea, esaltandone

tutti i benefici possibili ed immaginabili.

“Ah, queste cipolle sono davvero deliziose! Non

potrei mai farne a meno! E poi fanno anche così

bene alla salute!”.

Mastro Gianni, che aveva ben capito la strategia

del padrone, che voleva convincerli a mangiare solo

cipolle per risparmiare il formaggio, non gli diede

retta e continuò a mangiare pane e formaggio.

Invece, il piccolo aiutante, ingenuamente, stava ad

ascoltare quello che il padrone diceva e mangiava

solo pane e cipolle.

Mastro Gianni - che soffriva vedendo il ragazzo

mangiare solo cipolle, ma che non sapeva come

farglielo capire - all'improvviso fece finta di

arrabbiarsi con il ragazzo e dopo avergli dato un

sonoro scappellotto gli disse:

"Scostumato! Maleducato! Perché mangi le

cipolle? Mangia formaggio, che le cipolle piacciono

a u' gnuri!".

 

Ecce homo

Durante la Santa Pasqua si andava in chiesa per

assistere alle funzioni religiose della settimana santa.

Tutti i giorni c'erano delle funzioni. Ma, in

particolare, il giovedì santo c'era il rito della cena del

Signore e tutti i fedeli, anche quelli che durante

l'anno non frequentavano tanto la chiesa, avevano

piacere di assistere a quel rito, e poi fare la

comunione.

Ma per fare la comunione, ci si doveva prima

confessare.

Il prete aveva l'abitudine di confessare le donne

seduto nel confessionale, mentre per gli uomini si

sedeva vicino ad un busto che rappresentava l'ecce

homo, cioè la figura di Cristo flagellato.

Un giovedì santo, arrivò un fedele a confessarsi e

il prete, dopo essersi seduto vicino al busto dell'ecce

homo, gli chiese:

"Figliolo, dimmi i tuoi peccati".

"Padre, ho bestemmiato".

"La vedi quella corona di spine sulla testa di

nostro Signore Gesù Cristo? E' per colpa delle tue

bestemmie! E poi? "

"Padre non vengo mai a messa"

"Le vedi quelle piaghe sul volto sanguinante di

Gesù? E' per colpa tua, è per i tuoi peccati! E poi

figliolo?"

"Padre, ho mangiato carne anche durante la

quaresima..."

"Lo vedi Cristo com'è ridotto? E' tutta colpa tua!

Cristo ha sofferto per colpa dei tuoi peccati!".

Il fedele, sempre più dispiaciuto, pensò:

"Madonna mia! Cristo è stato ridotto così per colpa

dei miei peccati."

A quel punto vide che una candela accesa, che si

trovava vicino al busto dell'ecce homo, si era

piegata e stava per bruciare il mento di Gesù Cristo.

Allora gli venne spontaneo chiedere al prete:

"Arciprete! Per favore, spostate la candela, sennò

tra un po' direte che anche la barba di Nostro

Signore ha preso fuoco per colpa mia!"

 

Il problema del mezzogiorno

In paese un giorno arrivò un politico per tenere un

comizio durante la campagna elettorale del 1948.

Quasi tutti gli uomini andarono in piazza per

sentire cosa avrebbe promesso di fare per risolvere i

problemi del Sud.

Il politico parlava e prometteva tante cose che gli

uomini facevano anche fatica a capire.

"Cari elettori, se votate per me, io farò avere le

terre ai contadini! Con me avrete più scuole, più

lavoro, più ospedali, più strade!"

Nel fondo della piazza, un po' in disparte, stava un

contadino che era noto perché non aveva tanta

voglia di lavorare e mentre l'oratore esponeva tutti

questi bei propositi, lui chiosava:

"Pane per me! E lavoro per i figli miei...".

Quando l’oratore concluse infervorato dicendo

"Votate per me ed io risolverò il problema del

Mezzogiorno!", tutti applaudirono.

Il contadino, credendo che l'oratore si riferisse al

pranzo del mezzogiorno, si rivolse al suo vicino e

convinto gli disse:

"Votamulo! Votamulo! Che chistu almenu ci

risolve u' problema du menzjjornu... che poi pe a

sira n'da aggiustamu nui!"1

1 “Votiamolo! Votiamolo! Che questo almeno ci risolve

il problema del mezzogiorno... che poi per la sera ci

aggiustiamo noi!”

 

Le tovaglie dell'altare

In un piccolo paese di montagna, c'era un antico

convento dove viveva una comunità di frati

francescani.

I frati, ogni mattina, dopo avere letto le orazioni e

recitato tutte le preghiere, si dividevano i compiti.

C'era chi si interessava dell'orto, chi svolgeva dei

lavori di artigiano e, soprattutto, c'era chi curava la

parte di terreno coltivato a vigna, dalla quale si

otteneva un ottimo vino. Altri frati, invece,

andavano in giro per i paesi, portando con sé una

bisaccia a tracolla che serviva per mettere quello che

riuscivano a raccogliere chiedendo qualche aiuto

per il convento: questi frati erano detti i questuanti.

C'erano, infine, i frati che venivano chiamati dai

parroci dei paesi vicini nelle ricorrenze delle

festività importanti, come la Santa Pasqua o le feste

patronali. Questi frati, detti panegiristi o predicatori,

venivano chiamati perché avevano una buona

preparazione teologica e anche una buona oratoria e

sapevano raccontare con dovizia di particolari vita e

miracoli del santo all’occasione venerato.

Insomma, ogni frate cercava di contribuire come

poteva al buono andamento del convento. Il Padre

superiore era quello che si interessava della parte

amministrativa e doveva stare attento a tutto quello

che si spendeva, e fare in modo che a fine anno i

conti quadrassero. E per molti anni i conti

quadrarono, ma quando fu necessario intervenire

con degli importanti lavori di manutenzione

straordinaria, i conti andarono in rosso e il Padre

superiore non sapeva più come fare per metterli a

posto.

Una mattina, dopo aver recitato tutte le preghiere,

decise di indire una riunione con tutti i frati.

Arrivati nella sala delle riunioni, tutti presero

posto e il padre superiore iniziò ad esporre i fatti:

"Cari fratelli, vi ho qui convocati perché non so

più con quali risorse far fronte al debito che abbiamo

contratto per le riparazioni del convento. A tale

proposito vorrei sentire i vostri pareri, perciò vi

prego datemi qualche consiglio.".

Intervenne per primo frate Filippo, il quale a nome

dei frati più anziani disse:

"Padre superiore, abbiamo ascoltato il grave

motivo di questa riunione plenaria e siamo

assolutamente convinti che bisogna onorare i debiti.

Il consiglio che possiamo dare è quello di vendere

qualche quintale d'olio."

Altri chiesero la parola e suggerirono chi di

vendere il grano, chi il granturco, altri ancora di

vendere il vino.

In fondo alla sala si era seduto frate Paolo, un

fraticello piccolo di statura e molto riservato nel

parlare. Frate Paolo ascoltò in silenzio le varie

proposte, ma quando sentì che qualche frate

proponeva di vendere il vino, si alzò e timidamente

chiese la parola:

"Padre, posso dire la mia proposta?"

"Dimmi fratello Paolo, ti ascolto."

"Allora io vi consiglio di vendere tutto quello

che volete, le tovaglie dell’altare, i candelabri

d'argento, l’olio e il grano, ma il sangue

preziosissimo di nostro Signore Gesù Cristo, no!

Quello proprio no!"

La proposta fu subito accolta con entusiasmo da

tutti i fraticelli che, anche se non avevano il coraggio

di dirlo, un buon bicchier di vino non lo

disdegnavano certo. A quel punto il Padre superiore

rassicurò l'umile fraticello dicendogli:

"Hai ragione, fratello Paolo! Stai tranquillo che

venderemo tutto... ma il vino ce lo berremo noi!"

 

Le persone divine

Un giorno un giovane contadino, che abitava in

montagna, scese in paese perché doveva confessarsi

prima di sposarsi.

Entrò in chiesa, si avvicinò al confessionale, e

iniziò a confessarsi. Ad un certo punto il prete gli

chiese:

"Mi sai dire quante sono le persone divine?"

Il poveretto non sapendo che le persone divine

sono tre, Padre, Figlio e Spirito Santo, per paura di

offendere il prete decise di abbondare e disse:

"Mah, saranno dieci!"

E il prete:

"No figliolo, non sono dieci..."

"Allora sono venti".

"No, non sono venti!"

"E allora quante sono 'ste persone divine? Sono

forse cento?"

"Ma che cento e cento! Senti figliolo, fai una bella

cosa. Esci fuori un attimo, chiedilo alla prima

persona che incontri e vedrai che ti saprà dire quante

sono le persone divine. Poi torni da me così io ti

posso dare l'assoluzione e tu ti puoi sposare.".

Il giovane uscì fuori e fermò una donna che stava

per entrare in chiesa.

"Signora, ditemi per favore, quante sono le

persone divine?"

"Figlio, ma è facile, lo sanno tutti. Le persone

divine sono tre!"

"Possibile mai che sono solo tre? Io sono arrivato

fino a cento e il prete non si è accontentato, e adesso

secondo voi si può accontentare con tre?"

"Vai, figlio, va! Digli che sono tre e vedrai che il

prete ti assolverà".

Il contadino, non convinto della risposta, perché

tre gli sembravano troppo poche, rientrò in chiesa e

quando arrivò a qualche metro di distanza dal

confessionale dove lo aspettava il prete, disse:

"O vui 'nta stu casciuni! Vi cuntentati cu tri?"1

Il prete uscì dal confessionale e sorridendo gli

rispose:

"Finalmente! L'hai imparato che sono tre le

persone divine! Vieni che ti do l'assoluzione..."

 

1 “O voi in quel cassone! Vi accontentate con tre?”

 

 

Il troppo stroppia

Un giorno il Re decise di recarsi in visita in un

piccolo paese del Regno.

Allora diede ordine ai suoi scudieri di preparare le

carrozze e quando fu tutto pronto partirono.

All'arrivo in paese ci fu una grande festa e tutto il

popolo gridava "Viva il Re! Viva il Re!".

I notabili gli andarono incontro per riceverlo con

tutti gli onori e uno di essi del paese lo volle ospitare

a tutti costi a casa sua.

La sera, il Re andò a letto pensando di potersi

finalmente riposare tranquillo dopo una lunga e

faticosa giornata, ma non aveva fatto i conti con

l’accoglienza che lo zotico padrone di casa aveva

preparato. Infatti, non appena stava per prendere

sonno nel tepore delle candide lenzuola, il Re sentì

bussare alla porta.

“Avanti”, disse il Re.

Entrarono quattro domestici che obbligarono il

sovrano ad alzarsi perché dovevano cambiargli le

lenzuola.

La storia si ripeté ad ogni ora e a nulla valsero le

proteste del Re che chiedeva solo di essere lasciato

in pace. Quelle erano state le disposizioni del

padrone di casa, per il quale non era pensabile che il

Re dormisse tutta la notte nelle stesse lenzuola come

fosse uno del popolo.

Il mattino seguente, il Re si alzò più stanco di

quando era andato a letto. Dopo aver fatto colazione,

il sovrano e il padrone di casa si misero a discutere e

a parlare delle cose di cui il piccolo paese aveva

bisogno.

Il padrone di casa, benché ostentasse molto la sua

grandezza e le sue conoscenze, in realtà non

conosceva proprio le buone maniere ed era molto

intimorito dalla presenza del Re.

Per l'ora di pranzo le cuoche prepararono delle

portate degne dell’illustre ospite e imbandirono la

tavola con tante pietanze prelibate e del vino.

Il Re quando assaggiò le pietanze si complimentò

con le cuoche, dicendo che era tutto di suo

gradimento. Dopo avere assaggiato il vino si rivolse

al padrone di casa e si complimentò con lui.

Ma il padrone di casa, pensando di fare ancora più

bella figura, gli rispose lestamente:

"Sire! Ma questo è niente in confronto con quello

che ho ancora in cantina!".

Il Re incuriosito dalla risposta gli chiese:

"Allora come mai non lo avete servito oggi?"

E il signorotto di casa replicò:

"Quello lo conservo per occasioni... migliori!"

 

La soluzione di tutti i problemi

Compare Salvatore aveva bisogno di soldi per

sostenere delle spese impreviste e non sapendo

come fare ne parlò con la moglie e così decisero di

chiedere un prestito a mastro Nicola, un loro vicino

di casa.

Dopo qualche giorno, compare Salvatore si recò a

casa del vicino e gli disse, non senza imbarazzo, che

aveva bisogno di un prestito.

Mastro Nicola, dopo essersi consultato con la

moglie, rispose che poteva prestargli i soldi ma a

condizione che entro tre mesi glieli restituisse perché

doveva far fronte a degli impegni che non poteva

proprio rimandare. Ricevuta questa rassicurazione,

mastro Nicola diede la somma richiesta,

raccomandando ancora la massima puntualità nella

restituzione.

Compare Salvatore prese i soldi e se andò tutto

contento per aver risolto un problema che lo stava

veramente assillando.

Dopo aver sistemato le sue questioni, i giorni

passarono svelti e il tempo pattuito stava ormai per

scadere e compare Salvatore capì che difficilmente

sarebbe riuscito a trovare il modo per restituire i

benedetti soldi a mastro Nicola.

Ogni tanto ne parlava anche con la moglie, ma

entrambi non riuscivano a trovare una soluzione.

Arrivò quindi l’ultima sera prima della scadenza

del termine. Compare Salvatore andò a letto ma non

riusciva ad addormentarsi per il pensiero della brutta

figura che stava per fare con i vicini di casa e, per la

tensione, si girava e rigirava nel letto tanto da

svegliare la moglie:

"Ma cos'hai stanotte? Non solo non dormi tu, ma

non lasci dormire neanche me!" disse un po’ seccata

la moglie.

“Cos’ho? Cos’ho? Non ti ricordi che domani

dobbiamo restituire quel denaro a mastro Nicola?".

Al che anche la moglie si mise a pensare come

trovare la soluzione ma si erano ormai fatte quasi le

tre e di idee buone neanche l’ombra.

Poi, come se avesse avuto un’illuminazione, toccò

con il piede il marito e nel buio esclamò:

"Ora ci penso io".

La donna si alzò, andò alla finestra, la aprì e nel

silenzio della notte chiamò:

"Mastro Nicola! Mastro Nicola!"

Questi, che fino a quel momento stava dormendo

tranquillamente, si svegliò di soprassalto e si

affacciò per vedere cosa stesse capitando:

"Commare, che succede?

"Volevo dirvi una cosa..."

"A quest'ora! Dite commare che c'è?"

“Niente, niente. Sapete per quei soldi che vi deve

mio marito?”

“Sì, certo che lo so…”

" Beh, domani non ve li può dare".

Poi senza dargli tempo di rispondere, chiuse la

finestra e tornò a letto dicendo al marito:

"Dormiamo, dormiamo marito mio, 'che adesso

stanno svegli loro!"

 

Il pianoforte

C'era una volta una donna, che era nata in una

famiglia molto povera, ma la fortuna le fu benigna e

le fece conoscere un signore molto facoltoso con il

quale si sposò e dal quale ebbe anche una figlia

molto bella. Così, grazie al fortunato matrimonio, si

ritrovò a vivere negli agi, ma sempre un po’ zotica

rimase.

La donna sperava che la figlia riuscisse ad entrare

nella buona società e, non sapendo come fare, pensò

di iscriverla a una scuola di musica. L'idea fu buona

perché la ragazza ebbe modo di conoscere tanti

ragazzi di buona famiglia che frequentavano lo

stesso corso. Con uno di questi nacque anche una

bella amicizia e ogni tanto facevano i compiti

insieme. Spesso lui la invitava a casa sua per

esercitarsi al suo pianoforte. Un giorno anche alla

ragazza venne l'idea di invitarlo a casa sua per

suonare qualche sonata a quattro mani al pianoforte.

Mentre suonavano contenti per i giusti

sincronismi raggiunti, entrò la madre di lei.

Vedendo la scena, la donna rimase così male che

volle rimediare all’istante a quell'increscioso

inconveniente e, credendo che suonare in due sullo

stesso pianoforte fosse un segno di povertà, ordinò

alla servitù:

"Andate a comprarne subito un altro! E che non si

sappia in giro che a casa mia si deve suonare in due

allo stesso pianoforte!"

 

La Santa Cucuzza

C'era una volta un anziano prete che diceva messa

in una chiesetta di campagna molto isolata dal resto

del paese.

Non avendo neanche un calendario, non sapeva

mai quando era il periodo giusto per celebrare le

funzioni, e specialmente quelle della Santa Pasqua

gli creavano qualche problema. Così, tutti gli anni,

quando arrivava la primavera, ne parlava con la

piccola comunità dei fedeli ma non si riusciva mai a

trovare una data che accontentasse tutti. Chi

sosteneva che era ancora troppo presto, chi che era

troppo tardi. Per qualche tempo si andò avanti come

si poteva. Ma un giorno - era appena passato

l'inverno - al prete venne in mente un'idea. Svuotò

una zucca e la mise ad asciugare. Quando la zucca

si asciugò, prese quaranta semi della stessa zucca e li

mise dentro, poi la portò in chiesa e la fece vedere ai

suoi fedeli spiegando che dentro c'erano quaranta

semi di zucca e che togliendo un seme al giorno,

dopo quaranta giorni, si poteva festeggiare la Santa

Pasqua.

L'idea piacque a tutti i fedeli e così la zucca,

subito battezzata la Santa Cucuzza, fu sistemata in

un angolo appartato della chiesa.

E da quell'anno, tutti gli anni, verso la fine

dell'inverno, si ripeteva la stessa funzione: si

contavano i semi, si mettevano nella zucca e poi la

sistemavano al solito posto. Ogni mattina il prete,

entrando in chiesa per celebrare la santa messa,

toglieva un seme dalla Santa Cucuzza. Quando i

semi erano finiti, nella messa domenicale il prete

annunciava la data della Santa Pasqua.

Per tanti anni si andò avanti così, senza nessun

problema.

Ma un bel giorno, arrivò un ragazzo in parrocchia:

era il nipote del prete, il quale vedendo questa zucca

in chiesa, un po' incuriosito, andò a guardare dentro

e vide che c'erano dei semi. Non sapendo perché

erano lì dentro, ne prese un po' e se li mangiò.

Poco dopo, parlando con lo zio prete del più e del

meno, venne conoscenza della storia della Santa

Cucuzza e del perché di quei semi dentro la zucca.

Allora pensò di rimediare subito, prima che lo zio se

ne accorgesse. Prese un'abbondante manciata di semi

e li mise dentro la zucca. Dopo qualche giorno, il

ragazzo se ne andò via, senza dire niente a nessuno

dell'accaduto. Così ogni mattina il povero prete

continuava a togliere semi.

Fiorivano le rose, i campi da verdi diventavano

gialli di grano, gli alberi da frutto erano carichi di

frutta matura e quei benedetti semi non finivano

mai!

I fedeli erano un po' preoccupati per quel ritardo e

di tanto in tanto chiedevano al prete quanto tempo

c'era ancora d'aspettare e lui rispondeva che quando

sarebbero finiti i semi l'avrebbe detto in chiesa.

Ma vedendo che dopo averne già tolti tanti, ma

tanti, nella zucca ne rimanevano ancora molti, e non

sapendo a cosa attribuire un tale fenomeno, pensò

ingenuamente che in quella zucca era successo

qualcosa di soprannaturale e che l'arrivo o meno

della Santa Pasqua dipendeva tutto dalla zucca.

Così, ad un certo punto, decise di farne partecipi i

fedeli.

Finita la santa messa invitò tutti a rimanere seduti

e attenti perché doveva fare un annuncio

importantissimo. I fedeli speravano che, anche se

con molto ritardo, finalmente era giunto il momento

dell'annuncio della data della Santa Pasqua.

Invece destò una grande sorpresa, e nel silenzio

più assoluto disse:

"Cari fratelli, care sorelle, con molto dispiacere vi

devo dire che come dice la Santa Cucuzza, Pasqua

non veni pe' chist'annu!"1

E i fedeli per quell’anno si dovettero rimettere alla

volontà della Santa Cucuzza.

 

1 “Pasqua non viene per quest'anno!”

 

I venditori imbroglioni

Una volta nei piccoli paesi al mattino arrivava

sempre qualche venditore ambulante che a voce alta

reclamizzava la sua mercanzia. Le donne si

affacciavano dal balcone, stavano a sentire per

capire cosa si vendeva e, se il prodotto le

interessava, uscivano di casa e si avvicinavano

dove il venditore si fermava. Di solito si formavano

dei capannelli: c'era chi comprava, chi chiacchierava

con l'amica, insomma era anche quello un modo per

incontrarsi e scambiare due parole. Alla fine si tutti

si salutavano e si tornava alle faccende domestiche.

Quasi tutti gli ambulanti erano conosciuti nel

paese, perché tutte le settimane nei giorni stabiliti

passavano a vendere i loro prodotti quasi sempre di

buona qualità.

Una mattina però arrivò a bordo di un furgoncino

un nuovo venditore ambulante. Tutti credevano che

fosse come gli altri una brava persona, invece era un

gran imbroglione.

Con della farina gialla di granoturco aveva

confezionato tanti sacchettini, spacciandoli per una

polvere prodigiosa per uccidere le pulci. A questo

prodotto aveva dato il nome di "medicina dii pulici".

Il venditore piazzò il suo banchetto in una delle

strade più trafficate e incominciò ad invitare le

persone che si trovavano lì vicino ad avvicinarsi:

"Avvicinatevi, gente! Avvicinatevi! Venite a

vedere la scoperta del secolo: è arrivata la medicina

dii pulici! Un nuovo prodotto che vi libererà per

sempre della schiavitù delle pulci!"

A chi gli chiedeva cosa fosse quella medicina e

come si doveva usare, lui rispondeva:

"Farò una sola spiegazione per tutti alla fine della

vendita. Comprate, gente, comprate...".

La notizia fece immediatamente il giro del paese e

tutti, anche dalle ultime case, accorsero per

comprare questo miracoloso prodotto. La strada era

ormai piena di gente e tutti aspettavano la

spiegazione dell'uso del prodotto. Ma il venditore

continuava a rimandare il momento della

spiegazione e invitava le persone a fare in fretta

perché il prodotto miracoloso stava ormai per finire.

Sentendo così, anche quelli più scettici si

avvicinarono e alla fine tutti avevano comprato un

sacchettino del miracoloso prodotto contro le pulci,

anzi alcuni ne avevano comprato anche più di uno

per tenerlo di scorta non sapendo quando sarebbe

capitata un'altra occasione del genere.

Dopo che tutti avevano pagato il prezzo stabilito,

il venditore salì sul cassone del furgoncino e disse

sottovoce al suo aiutante:

"Accendi il motore...".

Poi, come promesso, iniziò a spiegare in che

modo si doveva adoperare il prodotto per ottenere il

miglior risultato:

"Allora, cari amici, ora vi spiegherò come

utilizzare al meglio il prodotto testé acquistato!

Innanzi tutto dovete prendete la pulce con due dita

della mano la sistemate fra le ginocchia e la

stringete. Poi con una mano le aprite la bocca e con

l'altra mano - state bene attenti! - prendete un

pizzico di questa medicina dii pulici e la mettete

nella bocca della pulce. Chiudetele la bocca e

tenetela ferma per qualche istante, il tempo che il

miracoloso prodotto faccia il suo effetto! Continuate,

con la stessa procedura con tutte le altre pulci e cosi

in pochi giorni vi sarete liberati per sempre da

questi fastidiosi insetti! Mi raccomando di non

mettere tanta polverina perché è così potente che ne

basta veramente poca e ne avrete per tanti mesi!".

A questo punto, tutti iniziarono a guardarsi stupiti

della spiegazione che il venditore aveva dato. Il

silenzio scese sulla piazza e lentamente lo stupore si

trasformò in rabbia. Ad un certo punto, il silenzio fu

rotto dalle imprecazioni contro il venditore e i più

animosi cercarono anche di menarlo ma, ingranata

la marcia, il furgoncino partì velocemente avvolto

da una nuvola di polvere. E da quel giorno il

venditore della medicina delle pulci non tornò più

in quel paese.

Ma dopo qualche tempo, un altro venditore di

fumo ci provò con un’altra trovata molto

interessante: cosa fare per non rimanere mai senza

pane che, a quei tempi, si faceva in casa.

Il venditore, arrivato in paese, si diresse verso la

piazza dove vide visto che c'erano tante persone e

pensò di fermarsi ad illustrare il suo metodo:

"Cari amici, volete sapere come non mancherà

mai il pane nelle vostre case?"

Sentendo queste parole, tutti si avvicinarono e

invitarono il venditore ad essere più chiaro e a

spiegare cosa dovevano fare per ottenere quanto lui

sosteneva. Il venditore , prima di iniziare ad esporre

il suo metodo, invitò i presenti a stare bene attenti su

quanto lui stava per dire ma per essere certi di non

dimenticare qualche particolare potevano comprare

il libro che lui aveva scritto e consultarlo ogni qual

volta ne avessero avuto di bisogno. Ma questa volta

le persone presenti non cascarono nell'inganno come

la volta della medicina delle pulci e si guardarono

bene dal comprare il libro prima di aver sentito la

spiegazione.

Finalmente dopo tutti i convenevoli del caso, il

venditore iniziò a spiegare in cosa consisteva il suo

metodo, rivolgendosi alle donne che nel frattempo

erano accorse numerose:

“Gentili signore, mi rivolgo a voi che siete le

regine della casa, l'angelo del focolare, a voi che

sapete quanto è triste quando manca il pane in casa.

Ebbene, state ad ascoltare quanto sto per dirvi è il

problema sarà risolto per sempre. Come vi accorgete

che il pane sta per finire, vi preparate le fascine che

servono per scaldare il forno, poi preparate il grano

lo portate al mulino lo fate macinare cosi è pronta

anche la farina, la setacciate bene e la mettete da

parte. Comprate anche il sale e lo mettete lì vicino.

Poi state tranquille fino a quando non arrivate a

l'ultima pagnotta. A quel punto, è ora di fare il pane.

La sera prima ricordatevi di preparare il lievito. Al

mattino vi alzate presto accendete il fuoco scaldate

dell'acqua e vi mettete ad impastare la farina con il

lievito. Una volta impastato il pane lo lasciate

lievitare e, mentre lievita, accendete il forno, lo

riscaldate fino alla giusta gradazione e poi infornate

il pane. Così a mezzogiorno i vostri figli e i vostri

mariti potranno gustare il pane caldo e profumato! E

adesso, donne, comprate il mio libro perché è

scientificamente provato che seguendo le mie

indicazioni a casa vostra non mancherà mai il pane!

Signore e signori, comprate il mio metodo!

Compratelo!”.

Ma questa volta i paesani si misero a ridere e si

allontanarono contenti per non essersi fatti

imbrogliare per la seconda volta. Anzi, qualcuno si

mise anche a prenderlo in giro dicendo che quel

metodo lo conoscevano già molto bene anche le loro

nonne, prima che arrivasse lui col suo trattato e per

tanto non avevano nessun bisogno delle sue

spiegazioni. Non essendo riuscito a convincerli a

comprarne neanche una copia, il venditore rimase

da solo nella piazza.

Poi ritirò mestamente le sue cose e se ne andò via

e nessuno lo vide mai più.

 

La visita dal medico

Compare Saverio, che da un po' di tempo non

stava tanto bene di salute, decise di ascoltare il

consiglio della moglie e si recò dal medico del

paese.

Il medico dopo una lunga e accurata visita gli

disse:

"Caro Saverio, non è niente di grave ma tu devi

assolutamente fare una vita più regolare. Innanzi

tutto, ti devi togliere il vizio del fumo. Poi non devi

bere vino, devi mangiare con moderazione e,

soprattutto, non devi andare a lavorare. Ascolta i

miei consigli e vedrai che i tuoi malanni

passeranno."

"Va bene, dottore, cercherò di fare come dite voi."

Appena entrato in casa, compare Saverio trovò la

moglie che lo aspettava impaziente:

"Allora, cosa ti ha detto..."

"Stai tranquilla, Lucia, non è niente di grave però

devo seguire una cura che il medico mi ha dato."

"Va bene, faremo tutto quello che ha detto il

medico. E in cosa consiste questa cura?"

"Innanzi tutto mi ha detto che non devo più

fumare"

"Te lo dicevo io! Sante parole, il medico ha fatto

bene a dirtelo!"

"Poi mi ha detto che non devo più bere il vino

neanche a tavola! E anche col cibo, mi ha detto di

stare attento a guardare un po' quello che mangio.

Insomma devo condurre una vita più regolare."

"Tutto giusto, il dottore ha ragione, abbiamo

proprio fortuna ad avere in paese un medico così

capace! Ti ha detto qualcos'altro?"

"Si! Mi ha detto pure che non devo andare a

lavorare..."

Al che la moglie sbottò contrariata:

"E mo' va videndu chiju chi dinnu i medici!"1

 

1 “E adesso vai a sentire quello che dice il medico!”

 

 

La cacasentera

Gregorio e Vincenzo lavoravano tutti i giorni

assieme nei campi. Zappare era un lavoro molto

duro anche se Gregorio, avendo l'aratro, faticava

meno di Vincenzo che lavorava ancora solo con la

zappa.

Quando finivano di lavorare, raccoglievano le loro

cose e poi li aspettava ancora un'ora buona di

cammino prima di arrivare finalmente a casa per

potersi riposare.

Una sera Gregorio, sapendo che il giorno dopo

doveva lavorare nello stesso campo, decise di

lasciare il vomere, cioè la lama dell'aratro, dietro un

cespuglio.

Vincenzo, che aveva visto il nascondiglio, decise

di ritornare indietro e di rubare il vomere dell'amico.

Il giorno dopo, quando arrivarono sul posto,

Gregorio andò dietro il cespuglio ed ebbe la brutta

sorpresa: il vomere non c'era più! Disperato, si

rivolse all'amico Vincenzo:

"Mannaggia! E' sparito il vomere! Ieri sera l'avevo

messo qui e ora non c'è più!"

"Davvero? E dove l'avevi messo?"

"Qui l'avevo lasciato! Dietro questo cespuglio!

Com'è potuto succedere?"

"Mah, secondo me se l'è mangiato la

cacasentera..."

"La cacasentera? Ma come è possibile che un

vermicello così piccolo si mangi un vomere di

ferro?"

"E' possibile, è possibile...", disse Vincenzo.

Nonostante le argomentazioni dell’amico,

Gregorio faceva fatica a credere che una

cacasentera fosse riuscita a mangiarsi il suo vomere.

Comunque, il vomere non c’era più e, senza vomere,

anche Gregorio fu costretto a tirare fuori la zappa e a

darci sotto per dissodare tutto il campo.

Il tempo passò e un giorno Vincenzo andò alla

fiera di San Gaetano dove comprò un bel maiale.

Tornato a casa, lo mise nel suo recinto in attesa che

crescesse ancora un po’.

Ma Gregorio, vedendo quel bel maiale nel recinto

di Vincenzo, pensò di fargli un bella sorpresa,

come quella che aveva avuto lui quando non aveva

trovato il vomere che aveva nascosto nel cespuglio.

Così, nella notte, si avvicinò cautamente al recinto e

si prese il maiale dell’amico.

La domenica, Gregorio cucinò il maiale e si fece

una bella scorpacciata di carne. Poi felice e contento

uscì per andare in piazza a fare due passi per digerire

tutto il ben di dio che si era mangiato.

Davanti alla chiesa incontrò l'amico Vincenzo, che

era tutto triste per la scomparsa del suo maiale.

Quando Gregorio si avvicinò per salutarlo, Vincenzo

si accorse che l’amico aveva tutto il muso unto e

allora disse:

"Cumpari, aviti u mussu cundutu?"1

Gregorio, cercando di pulirsi il mento con la

manica della giacca, rispose:

"E compare, che volete, prima di uscire mi sono

mangiato un po' di pane con due cipolle!"

Vincenzo, per niente convinto della spiegazione,

gli disse:

"Ma cumpari, la cipolla non cundi mussu!"2

E l'altro gli rispose prontamente:

"...e a cacasentera non mangia vommaru!"3

 

1 “Compare, avete il muso unto?”

2 “Ma compare, la cipolla non unge il muso!”

3 “...e la cacasentera non mangia vomere!”

 

 

Un mestiere importante

C'era una volta una signorina molto carina ma

tanto vanitosa.

Un giorno conobbe un bel ragazzo e dopo un

breve fidanzamento si sposarono.

Il marito aveva un lavoro molto umile ma lei lo

fece diventare superiore a una professione. Spesso

ostentava anche una certa agiatezza che in realtà non

aveva. Quando incontrava qualche sua amica che le

chiedeva del suo matrimonio, lei rispondeva che

andava tutto bene, l'unico problema era il lavoro di

suo marito che essendo tanto impegnativo lo teneva

molte ore lontano da casa.

Ma un giorno un’amica fu curiosa di sapere

esattamente di che lavoro si trattava e allora le

chiese:

"Forse tuo marito è un dottore!"

"Ma quale dottore e dottore!"

"Sarà un ingegnere..."

"Ma quale ingegnere!"

"E allora si può sapere cosa è questo lavoro così

importante?"

E la moglie, tutta orgogliosa nel dire la

professione di suo marito, rispose:

"Mio marito è mastru accuggjia paggjia allu

'mbastaru!"1

 

1 “Mio marito è maestro avvicina paglia all'artigiano che

costruisce l'imbasto per gli asini!”

 

Vacanze d'estate

Una volta nei paesi non molto distanti dal mare,

verso la fine di luglio, finite le celebrazioni delle

festività patronali, le donne iniziavano i preparativi

per andare al mare.

I mariti di solito rimanevano a casa e le mogli

cercavano di lasciare tutto in ordine prima di partire.

Poi preparavano il pane e i biscotti al forno e una

parte se la portavano loro e l'altra rimaneva in

casa.

Per stabilire la data di partenza si doveva poi

parlare con il signore che aveva l'unico mezzo di

trasporto disponibile a quei tempi. Il mezzo di

trasporto non era altro che un carro agricolo trainato

dai buoi.

Il giorno stabilito, si caricavano tutte le masserizie

sul carro e la sera si partiva. Il viaggio, anche se

solo di una trentina di chilometri, durava tutta la

notte. Ogni tanto si faceva qualche piccola sosta per

far riposare gli animali e il mattino seguente si

arrivava al mare.

Una volta arrivati, si dividevano in comitive di

parenti o amici e ogni gruppo affittava un unico

alloggio e trascorreva due tre settimane in allegra

compagnia.

Ma in paese c'erano anche dei mariti che non la

pensavano così, e con la scusa che non avevano la

possibilità di sostenere quelle piccole spese, le loro

mogli non potevano andare al mare.

Una di queste era commare Anna, la moglie di

compare Gianni, che non poteva andare perché

sapeva che il marito non era d'accordo. Ma quando

vide che le amiche si preparavano per partire, le

venne una grande idea: quella di andare dal medico!

Così un giorno si recò dal medico del paese che

come la vide le chiese:

"Commare Anna, di cosa avete bisogno."

"Dottore, avrei bisogno di una visita perché è da

tanti giorni che non sto tanto bene."

Il dottore, che conosceva bene i suoi pazienti,

pensò di aver capito quali erano i veri problemi di

commare Anna, perché tutti gli anni in quel periodo

le donne avevano bisogno di cure per dei malanni

che prontamente guarivano con una ventina di giorni

di mare.

Iniziò a visitarla e mentre la visitava le chiedeva:

"Commare, avete male alla schiena?"

"E sì dottore..."

"E ogni tanto vi fa male anche la testa..."

"Proprio così,.."

"E scommetto, cara commare, che vi sentite

sempre stanca..."

"Dottore mio, quanto sapete. Sto proprio, come

dite voi!".

A quel punto il dottore non aveva più il minimo

dubbio sul vero stato di salute di commare Anna,

che per sua fortuna stava veramente bene. Dalle

risposte che lei gli dava mentre la visitava, capiva

sempre di più che non si era sbagliato nel pensare

che la cura che lei voleva le fosse consigliata era

solo qualche settimana di mare!

"Cara commare, la cosa adesso non è tanto grave

ma potrebbe aggravarsi se non prendiamo

provvedimenti subito".

"Ditemi, dottore, cosa dovrei fare?"

"Ma cosa vi posso dire, commare. Invece di

prendere tante medicine, vi consiglierei qualche

settimana di aria di mare.”

“Dottore, ma questa cura non la posso fare. Come

faccio a dirlo a mio marito che lui sicuramente dirà

che non abbiamo la possibilità di sostenere le spese.

Dottore, ordinatemi qualche medicina che abbia lo

stesso effetto del mare e a me va bene lo stesso."

"A voi può anche andare bene, ma non va bene a

me che sono il medico!"

"E come posso fare io..."

"Bah, sentite commare come arrivate a casa gli

dite a vostro marito di venire da me che gli devo

parlare".

Commare Anna corse subito a casa e disse al

marito:

"Sai Gianni, oggi sono andata dal medico e mi ha

detto se puoi andare da lui che ti vuole parlare".

Il povero marito si preoccupò molto e andò subito

dal dottore.

"Dottore, mi ha detto mia moglie che mi volete

parlare e io sono corso subito da voi. Che succede?"

"Siediti, siediti Gianni! Non ti preoccupare, niente

di grave"

"Dottore, non lasciatemi in pensiero..."

"Sai, oggi è venuta tua moglie per una visita e l'ho

trovata un po' stanca e malandata. Così le avevo

consigliato di andarsene qualche settimana al mare,

ma lei mi ha risposto di no perché dice che non avete

la possibilità di sostenere le spese."

"Ma voi cosa dite dottore, che deve proprio

andare?"

"Io ti consiglio di vendere qualche cafiso di olio e

di farla andare perché respirando l'aria del mare non

deve prendere tante medicine."

"Se le cose sono così, non vi preoccupate dottore.

Adesso ci penso io: la cosa più importante è la

salute!".

Compare Gianni ringraziò il dottore e andò via.

Appena entrato in casa, chiamò la moglie:

"Anna, stai tranquilla che il dottore mi ha detto

che hai bisogno solo di qualche settimana di aria di

mare e torni a stare bene come prima. Prepara tutto il

necessario che in questi giorni i nostri vicini vanno

al mare e tu vai insieme a loro."

La moglie ovviamente era tutta contenta, ma

faceva finta di non volere andare:

"Ma no marito mio, come faccio ad andare al

mare se non abbiamo i soldi?"

"Per la salute si deve fare qualunque sacrificio",

rispose il marito.

Così, grazie all'intervento provvidenziale del

dottore, commare Anna si fece "in buona salute" due

belle settimane al mare insieme alle sue amiche.

La corona d’oro

Un giorno compare Gaetano, che doveva andare

in Sicilia per sbrigare delle commissioni, decise di

portare anche suo figlio per fargli conoscere dei

posti nuovi, che essendo ancora giovane non aveva

avuto modo di vedere.

Il viaggio iniziò con la corriera fino a Villa San

Giovanni, dove si imbarcarono sul traghetto per

Messina. Il sole era alto nel cielo e la giornata calda

e luminosa: fu una traversata bellissima! Il ragazzo

era stupito nel vedere posti così belli.

Una volta arrivati a Messina, compare Gaetano

cercò di sbrigare le sue commissioni prima possibile,

in modo da avere più tempo libero da passare con il

figlio.

E così fu.

Verso mezzogiorno si incamminarono verso

piazza Duomo dove c'è la torre con un orologio

particolare. La particolarità consiste nel fatto che

quando è mezzogiorno, invece di sentire solo i

rintocchi delle campane, l'orologio si mette in

movimento facendo vedere tante figure: il gallo,

l'angelo e tante altre.

Era veramente uno spettacolo!

Quando l'orologio finì di suonare, compare

Gaetano portò il figlio a vedere la villa comunale,

dove si sedettero su una panchina per riposarsi un

po'.

Mentre erano intenti ad ammirare i fiori che

c'erano nei giardini, incominciarono a sentire

qualche tuono, allora compare Gaetano disse al

figlio:

"Sai Antonio, è meglio che ci avviamo verso il

porto. Non vorrei che ci prendesse un bel

temporale".

Antonio, però, era così contento della gita a

Messina che non aveva nessuna voglia di andare via

e pregava suo padre di rimanere ancora, ma dopo un

po', vedendo che il tempo si metteva al brutto, anche

lui si convinse:

"Papà, hai ragione, è meglio che andiamo".

Così si incamminarono verso il porto.

Il cielo che al mattino era chiaro e luminoso era di

colpa diventato scuro. Delle grosse nuvole cariche

di pioggia incombevano sullo Stretto.

Compare Gaetano e il figlio Antonio fecero

appena in tempo a imbarcarsi che arrivò un

temporale così forte, accompagnato da raffiche di

vento, che il traghetto sbandava da una parte

all'altra.

I passeggeri erano tutti pieni di paura e si misero a

pregare la Madonna. Pure Gaetano si mise a pregare

per la paura. Tutti promettevano qualcosa, chi

prometteva una cosa chi ne prometteva un'altra. Ma

la tempesta non si placava. Così compare Gaetano,

non sapendo più cosa promettere, disse:

"Madonna mia, se ci portate in salvo, vi prometto

una corona tutta d'oro!"

Il figlioletto, che era sempre rimasto lì vicino al

padre, sentendo quella promessa gli sembrò

esagerata:

"Ma papà, come puoi fare la corona d'oro alla

Madonna se non abbiamo una lira?"

E il padre rispose:

"Lascia che ci porti in salvo, che poi per la corona

d'oro ci pensiamo!"

 

 

 

U' scupettolu

Una volta quasi tutte le donne avevano l'abitudine

di andare al mulino quando avevano bisogno di

macinare. Portavano con sé i ferri per fare le calze o

l'uncinetto e passavano il tempo sferruzzando e

chiacchierando tra di loro; spesso si ritrovavano in

due o tre amiche e il tempo passava in chiacchiere,

ma nello stesso tempo stavano lì a tenere sott'occhio

il mugnaio. Insomma, stavano lì a controllare che il

mugnaio non si prendesse troppa farina, ma lo

facevano cosi garbatamente che anche se il mugnaio

lo sapeva che stavano lì per sorvegliarlo, lavorava

tranquillamente senza nessun problema.

Ad eccezione di quando capitava commare

Teresa, la donna più petulante del paese.

Una mattina commare Teresa disse al marito

Antonio:

"Oggi non andare a lavorare perché fra poco passa

compare Peppe 'u mulinaru a prendere il grano per

macinarlo. Siccome io oggi sono impegnata a fare il

bucato, al mulino devi andare tu. Però, mi

raccomando, stai bene attento, non ti fare

imbrogliare da compare Peppe, stai sempre vicino al

mulino".

Dopo poco tempo arrivò compare Peppe, prese il

grano, lo caricò sul suo asino e insieme a compare

Antonio si incamminarono verso il mulino.

A quei tempi i mulini erano situati fuori dai

paesi, tra gli alberi, vicino a dei corsi d'acqua,

perché il loro funzionamento dipendeva proprio

dall'acqua.

Una volta arrivati scaricarono l'asino presero il

grano e lo portarono dentro il mulino.

Compare Peppe prese quello che gli spettava e il

rimanente grano lo mise nella tramoggia. Poi mise in

moto le macine e la macinazione partì.

Tutto veniva fatto alla presenza di compare

Antonio che dopo le raccomandazione della moglie

stava molto attento a non farsi imbrogliare.

Una volta messo in moto il mulino andarono a

sedersi fuori della porta: da lì potevano sentire il

campanello che suonava per avvertire che il grano

era finito ed era ora di raccogliere la farina.

Ma compare Peppe aveva capito che il compito di

compare Antonio era quello di tenere sempre sotto

controllo la situazione, visto che se ne stava sempre

vicino al mulino e non si allontanava nemmeno di

un passo. Conoscendo molto bene quanto era

saccente commare Teresa, capì che questa aveva

fatto una buona lezione al povero marito.

Così decise di dimostrarle che per quanto lo

riguardava sarebbe stato lo stesso se il marito fosse

andato ha lavorare invece di stare lì a sorvegliarlo, e

mise in atto un'idea.

"Sapete cosa facciamo! Compare Antonio?"

"Cosa? Dite compare, vi sto a sentire."

"Invece di stare ad aspettare che il grano si macini

senza far niente, prendiamo un ramo di sambuco lo

tagliamo a misura e facciamo 'nu bellu scupettolu!"

"E' una buona idea, va bene", rispose compare

Antonio.

Il mulino macinava e loro lavoravano al taglio del

ramo di sambuco, che è l'unico legno che si presta

poiché avendo un’anima molto molle si riesce a

svuotarlo e a farne un tubo adatto per lo scupettolu.

Stabilita la misura che sembrava potesse andare

bene, circa una ventina di centimetri, compare Peppe

iniziò il lavoro di finissaggio per pulirlo per bene di

fuori e svuotarlo completamente dentro.

Lo scupettolu era un strumento di legno che si

utilizzava per lanciare delle palline di canapa

bagnata come se fossero dei proiettili, utilizzando un

rudimentale sistema ad aria compressa.

Una volta finito, per provarlo, prepararono due

palline e le misero dentro u’ scupettolu.

Spinto lo stantuffo, anch'esso di legno, la prima

pallina schizzò lontana e andò a fermarsi in mezzo

all'erba.

Allora il mugnaio disse:

"Compare Antonio, chissà se avete voglia di

andare a cercare la pallina!"

"Non vi preoccupate compare, vado subito".

E mentre il compare cercava la pallina, compare

Peppe, senza farsi vedere, entrò nel mulino e prese

un bel po' di farina da quella che spettava al cliente

e la nascose. Poi tornò a sedersi dov'era prima.

Quando compare Antonio tornò tutto contento

perché aveva trovato la pallina, la campanella del

mulino suonò: era il segno che il grano era finito e

si doveva raccogliere la farina.

Compare Peppe, sempre sotto gli occhi attenti di

compare Antonio, raccolse la farina e una volta

finito di mettere tutto a posto caricò nuovamente

l'asino e parlando parlando compare Peppe e

compare Antonio arrivarono al paese.

Dopo aver scaricato la farina a casa di compare

Antonio, compare Peppe salutò e se ne andò via.

Commare Teresa, quando aprì il sacchetto con la

farina, rimase molto stupita vedendone così poca.

Allora chiamò il marito e gli disse:

"Antonio, come mai la farina è cosi poca? Cosa

hai combinato? Non sei stato attento come ti avevo

detto io, ti sei fatto imbrogliare da compare Peppe".

"E che ne so io? Io sono stato attento, sono

rimasto sempre vicino al mulino, non mi sono

mosso. Forse sarà lo spreco, sai la farina vola, il

mugnaio è pieno di farina anche addosso ai vestiti."

"Ma che spreco e spreco! Qui ne manca troppa!"

La farina era davvero poca in confronto al grano

che aveva dato da macinare, e commare Teresa non

si dava pace e pregava il marito di ricordarsi se si era

allontanato dal mulino ma lui rispondeva che era

rimasto sempre lì vicino.

"Pensa, moglie mia, che sono stato seduto davanti

al mulino con compare Peppe e abbiamo fatto anche

nu bellu scupettolu"

"E tu sempre lì?"

"E come te lo devo dire che non mi sono mai

mosso!"

Ma dopo un po' a compare Antonio venne in

mente una cosa.

"Teresa! Teresa! Sai, mi sono ricordato!”

" Cosa? Dimmi!"

"Ti volevo dire ca jivi sulu pemmu pigghjiu a

pallina du scupettolu!"1

Allora la moglie capì dov'era stato l'inghippo e da

quel giorno commare Teresa e compare Antonio non

andarono più al mulino e compare Peppe 'u

mulinaru finalmente lavorò tranquillo.

 

1 “Ti volevo dire che sono solo andato a prendere la pallina

dello scupettolu!”

 

 

La volpe e la lumaca

In un campo c’era una lumaca che stava

passeggiando tra le foglioline d’insalata.

Una volpe che si trovava a passare di lì per caso,

vedendola muoversi così lentamente, iniziò a

prenderla in giro:

“Ma guarda come sei lenta! Io con due salti sono

già dall’altra parte del prato e tu invece, di questo

passo, chissà quando arrivi!”

La lumaca, senza fare una piega, rispose:

“Sei proprio convinta? Scommettiamo che

dall’altra parte del prato arrivo prima io di te?”

“D’accordo, cara lumaca, accetto la scommessa.”

La volpe partì quindi di scatto, così baldanzosa e

sicura di vincere che non si accorse nemmeno che la

lumaca era salita di nascosto sulla sua coda.

Quando arrivò dall’altra parte del prato, la volpe

frenò e la lumaca ne approfittò per scendere di

nascosto dalla coda e nascondersi nell’erba.

La volpe – che era convinta di aver stravinto – si

girò per vedere quanto distacco aveva inflitto alla

lumaca ma con grande sorpresa la vide lì accanto,

tutta bella riposata.

“Ma tu sei già qui?” disse la volpe.

“Certo – rispose la lumaca – ed è anche da un po’

che ti aspetto. Come vedi, la gara l’ho vinta io!”

La volpe, allora, guardandola con sospetto,

replicò:

“A gara a potisti puru vinciri tu, ma a faccia i

currituri non l’hai!”.1

1 “La gara puoi anche averla vinta tu, ma la faccia di corridore non ce l’hai!”

 

 

Conclusione

 

Tutte le storielle da me fin qui scritte, le ho sentite

raccontare tante volte da mio padre. Amava così

tanto raccontare delle storielle divertenti che anche

nei momenti più delicati della sua vita, trovava

sempre il modo per sdrammatizzare la situazione

con una battuta delle sue.

Voglio concludere questo umile libretto con una

delle sue storie preferite.

E' una storia vera, il che non toglie che mio padre

sicuramente l'avrà colorita con qualche particolare.

E' la storia dei due Presidenti.

Un giorno mio padre era stato ricoverato in

ospedale per degli accertamenti. Sin dal primo

giorno del ricovero, aveva manifestato tutta la sua

voglia di uscire da lì. L'ospedale non era proprio il

suo posto ideale, essendo un uomo libero che amava

vivere la vita.

Da quando era andato in pensione, al mattino si

alzava, si vestiva con cura e usciva per la sua

passeggiata mattutina. Gli piaceva chiacchierare

soprattutto con le belle signore che trovava nei

giardinetti oppure con i commercianti della via sotto

casa sua. Ed era sempre un piacere stare ad

ascoltarlo!

All'ospedale, benché si sforzasse, non riusciva

proprio a trovare nessun motivo per stare comodo.

Così, durante quel ricovero, continuava a chiedermi:

"Maria, ma quand'è che finiscono 'sti benedetti

esami? Non vedo l'ora di tornare a casa mia."

Fortunatamente, dopo una settimana, il primario

disse che si poteva andare via.

L'infermiere andò nella sua stanza e gli disse di

iniziare a vestirsi nell'attesa che preparassero i fogli

delle dimissioni. Dopo un istante, mio padre era

già pronto per andarsene a casa. Ma i fogli

tardavano ad arrivare.

Ad un certo punto, con il suo abituale piglio

risoluto, mi disse:

"Maria, andiamo...".

Al che mio marito, che mi aveva accompagnata,

intervenne:

"Ma non possiamo andar via! Dobbiamo aspettare

i fogli!"

Ma lui, per paura che i medici potessero cambiare

idea, replicò:

"Carmelo, andiamo via! Non fare come Saragat e

Pertini! Lascia stare i gemelli..."

E si allontanò deciso e noi dietro di lui.

Salimmo in macchina e finalmente mio padre si

sentì libero. Allora gli chiesi:

"Papà, ma cosa intendevi dire con la storia di

Saragat e Pertini?"

"Ah! Non la conoscete? Allora ve la racconto io.

E' una bella storia! Saragat e Pertini - sapete di chi

parlo? Due grandi socialisti che poi sono diventati

entrambi Presidenti della Repubblica - erano stati

arrestati dai fascisti per motivi politici e si trovavano

in carcere a Regina Coeli.

I compagni socialisti si erano dati da fare per farli

uscire perché c'era il rischio che da un momento

all'altro li facessero fuori. Grazie soprattutto

all'impegno del giovane compagno Giuliano

Vassalli, riuscirono ad ottenere due lasciapassare

falsi.

Al momento della scarcerazione, Pertini capì che

la cosa non era tanto chiara e non vedeva l'ora di

uscire dalla prigione. Saragat, invece, pensava che il

lasciapassare fosse autentico e allora indugiava,

raccoglieva le sue cose con calma e Pertini lo

sollecitava a sbrigarsi ad uscire. Ma Saragat

continuava a perdere tempo.

Quando finalmente giunsero quasi sulla porta del

carcere, a Saragat venne in mente che aveva

dimenticato qualcosa: <Sandro! Aspetta, ho

dimenticato i gemelli della camicia; devo tornare

indietro a prenderli!> Al che, il buon Pertini,

alquanto irritato, sbottò: <Ma Santo Iddio, lo vuoi

capire che dobbiamo fare in fretta? Sbrigati ad uscire

e lascia perdere i gemelli!>".

Anche quel giorno mio padre era riuscito come il

suo solito a farmi sorridere, anche se stavamo

uscendo dall'ospedale.

Da vecchio socialista gli piaceva paragonare la

sua "fuga" dall'ospedale con quella di Pertini e

Saragat dal carcere di Regina Coeli perché, come

tutti i socialisti che avevano vissuto il periodo della

dittatura, amava veramente la libertà sopra ogni

cosa!

 

Moncalieri, aprile-giugno 2006

 

 

 

 

 

 

dascalia

 

 

Il mio paese

Il mio paese

Indice

 

Poesie………..……………...……………………….… 9

Polsi -Inno mariano

Bora

Sui tigli

La pioggia

Pensieri serali

L’amore

Rose

Momenti

Stasera

Il mio paese

La fonte di Petrite

Donne di ieri

Malanda

Sto sognando

Il vecchio mulino

A Nino

Sarajevo

Tempi moderni

La vela

Bambolina

Uomo di tante battaglie

L’emigrante

Come giovane fanciulla

La bontà del ricco

Amore

Da dietro un’anta

Vendemmia

Racconti……………………………………….….….. 37

L’opera sacra

Dinami

Aspromonte

La pietra di Liso

Storielle………………………………………….. .…. 65

La cura per le botte

Il confessionale

L’individuo

Le scivolate

Il maiale a due code

Il coppolino rosso

La confessione di mastro Peppe

L’avvocato e il contadino

Il seminarista

Fratelli in chiesa

Cogli l’attimo

Pane e cipolle

Ecce homo

Il problema del mezzogiorno

Le tovaglie dell’altare

Le persone divine

Il troppo stroppia

La soluzione di tutti i problemi

Il pianoforte

La Santa Cocuzza

I venditori imbroglioni

La visita dal medico

La cacasentera

Un mestiere importante

Vacanze d’estate

La corona d’oro

U’ scupettolu

La volpe e la lumaca

Conclusione…………………………………….. .…. 119

Indice

 

Il mio paese

di Maria Fiumara

Edizioni “il Proclama”

Circolo Culturale SATURNIO

Redazione e Amministrazione: Via Real Collegio 20, Moncalieri

E mail: saturnio@saturnio.it

Autorizzazione Tribunale di Torino n° 343 - del 20 ottobre 1994

Stampa a cura della ILO Grafica Moncalieri

Finito di stampare nel mese di giugno 2006

Stampato in Italia – Printed in Italy

 

Poesie

 

9

Polsi - Inno mariano

A tarda sera tra gli alberi

di abeti addormentati

la luna si fa spazio tra le stelle

con l'argentato luminoso raggio

illumina il sentiero

che i pellegrini porta in Aspromonte.

Camminano per giorni senza posa

fino a raggiungere la meta,

grande è la fede tanta la speranza

che il peso del cammino non si sente.

Tra luce di candele e odor d'incenso

nel santuario affiora un dolce canto

come una nenia cantata da una mamma:

ascoltala, Maria, questa preghiera

tu che la mamma sei di tutti noi.

(8 luglio 2001)

 

10

Bora

Impetuoso

vento di tramontana

dagli usci scricchiolanti

dalle tegole cadenti

ti infili negli anfratti più remoti

raggiungi anche gli angoli appartati

scruti nelle pieghe

più segrete.

Mulinello di foglie inanimate

volteggiano sul lago

come canne

lungo la palude.

 

11

Sui tigli

In cima alla collina,

stormo di uccelli

dalle varie voci

diffondono nell'aria

un festoso canto.

Sparsa qua e la

nella brughiera

l'erica è fiorita

e il profumo del vento

si confonde

sa di fieno brinato

di menta spicata

sui muretti di pietra

ai bordi del prato.

 

12

La pioggia

Amo la pioggia

quando scende leggera

e bagna le zolle

arate di fresco.

Il grano germoglia

e già mi par di sentire

il profumo del pane.

 

13

Pensieri serali

La sera su questa scogliera

il cielo si tinge di rosa

lo sguardo si trastulla

tra le onde in cerca

di una conchiglia ove sostare.

 

14

L'amore

L'amore è come un'arpa

nelle sapienti mani di un artista,

fa vibrare le corde del cuore

sono quelle dei primi amori.

 

15

La siepe è frammista

di calendule e rose.

Rose,

di svariati colori

per ritrovare un amore

sognato

tradito

infinito.

Boccioli di rosa

per il bouquet di una sposa

per addobbare una chiesa

per coronare una tesi

gioite

soffrite

amate.

Protagoniste voi siete.

Rose!

 

16

Momenti

Profumo di salsedine nell'aria

al sorgere dell'alba

al nuovo giorno.

Dal mare calmo quasi trasparente,

il sole illumina le case

negli antichi vicoli di pietra

dove un vecchio lavora le sue ceste

intrecciando i rami di castagno

e le donne tessono al telaio tele di seta

da dare in dote alle novelle spose:

giovani spose, fiori di loto,

in voi c'è la primavera, c'è la vita.

 

17

Stasera

A lume di luna

ombrata dai racemi

della bougainvillea,

ho riletto la mia favola d'amore.

Ho rivissuto l'inquietudine del cuore

e le sensazioni di quella età senza pensieri.

Sfogliando nei ricordi del passato

in una sera d'estate,

nel silenzio delle ore,

ho sognato.

 

18

Il mio paese

Sono tornata al paese del Sud

e l'ho cercato fra tanti palazzi.

Una volta fra piccole case

era il ritrovo dei vecchi amici .

Ora cammino per le strade

e più non vedo il volto sorridente

dei bimbi che giocavano con niente.

Vado a ritroso con la fantasia

e rivedo gli anni dell'infanzia mia.

 

19

La fonte di Petrite

Fra rovi contorti

e muschio sempre verde

la ginestra fiorisce

su una rupe incolta.

Come farfalla vado

su per i sentieri

alla ricerca della fonte antica.

Un dolce ricordo d'incanto mi assale,

lo sguardo smarrito fra mille pensieri,

memorie lontane di un tempo che fu.

 

20

L'alba le sorprendeva

a cantare in coro

chine sotto gli annosi alberi di ulivo.

Camicette colorate

e lunghe gonne di tela turchina,

con le mani screpolate dal grecale,

cercavano le olive celate

tra ciuffi d'erba e foglie inumidite

con la semplicità dei loro pensieri.

Donne di ieri.

 

21

Melanda

La seggiola impagliata

la porta sempre chiusa

confidano al silenzio il tuo passato.

Nelle tue antiche case,

arroccate attorno alla merlata torre,

la fioca luce della lucerna ad olio

creava giochi d'ombre alle pareti

un po’ caliginose.

E in quella madia grezza,

dal tempo e dall'usura levigata,

aroma di vinello ancora mosto

e pane di granturco cotto al forno

avvolto nelle foglie di castagno.

Sul focolare acceso con ramaglie,

la brace ravvivata dal ventaglio,

dava il sapore dell'inverno

alle silenti sere d'autunno.

 

22

Sto sognando

Il Monviso si staglia alle mie spalle

il vento sfiora i miei capelli,

osservo il verde che mi circonda

e il fiume che scorre nella valle.

Mi immergo nei miei pensieri

e con gli occhi della mente

vedo un mondo ricco d'amore.

Ma il fruscio delle foglie mi desta

e mi accorgo che stavo sognando.

(16 settembre 1996)

 

23

Il vecchio mulino

Giù nella verde vallata

c'è il vecchio mulino

sepolto nel profondo oblio.

Non s'ode più

lo stridolio delle macine di pietra

né lo scalpitio del cavallo

lungo il sentiero.

L'edera s'inerpica

sui muri sgretolati

e il fiume scorre

lento e solitario.

Tutto è silenzio intorno;

soltanto il passo s'ode

di qualche ramingo passante

e il cinguettio degli uccelli

saltellanti sui pioppi,

unici testimoni rimasti

nella verde vallata.

 

24

A Nino

Il quattro febbraio non è ancora primavera,

il cielo è avvolto di malinconia

e il giorno fatica a sorgere e a morire.

E Tu sei già andato via

dalla scena del mondo

lasciando come il vento tra le foglie

l'eco del tuo entusiasmo:

la passione per l'arte, l'amore per la vita.

Rimarrai nei ricordi e nei pensieri

di quanti ti conobbero e ti han voluto bene.

Si è spento un faro ed in cielo

si è accesa una stella:

quella stella sei tu

e ci guiderai lungo il nostro cammino.

(4 febbraio 2002)

 

25

Sarajevo

Nel cielo buio

un guizzo, un lampo

e la terra trema.

Bimbi che giocano

e madri con i figli al petto

cadono come stelle all'imbrunire.

Scene di apocalisse

vibrano ancora nelle nostre menti.

 

26

Tempi moderni

Da nord a sud

sembra una Babele

si parla solo con Internet ed e-mail.

La musica di Bach puoi ascoltare

dal jingle di un cellulare;

in viaggio non ti senti mai isolato

se il viva voce hai attivato.

Se sei vecchio o sei bambino

il cellulare hai sempre con te vicino;

se vuoi saper nel mondo cosa accade

con internet ti puoi collegare.

Anche i messaggi degli innamorati

a un cellulare vengono affidati.

Mi fermo:

ripenso al passato,

quando con gli occhi si sapeva amare

senza l'ausilio dell'auricolare.

Ma tutto questo si sa,

è segno di modernità.

 

27

La vela

All'alba

arriva la vela,

la riva l'accoglie

e il mare

con le sue onde

in bianca spuma

le fa festa.

Al tramonto

la vela riparte,

lasciando dietro di sé

una piccola scia

che piano piano

si perde nel nulla.

 

28

Sei graziosa,

sei carina,

sei una bambolina

di panno lenci colorata,

adesso in un cantuccio

conserva.

Eri il sogno di ogni bambina,

ed io ti chiamerò Regina.

 

29

Uomo di tante battaglie,

maestro di vita eri tu.

Ricordo il tuo passo svelto

e mi rivedo bambina

con piede affaticato a starti dietro.

Ricordo il tuo sguardo profondo

e poi la tua voce possente,

di quel ciao che mi dicevi

quando venivo a salutarti.

E' così che ti voglio ricordare

e non sotto il peso degli affanni

che in un giorno d'autunno

ti portarono via per sempre.

Anche se so che tu non mi rispondi,

ti voglio dire ancora: ciao papà!

(12 ottobre 1989)

 

30

L'emigrante

Terre lontane, terre sconosciute

veniamo a voi per un pezzo di pane,

con la speranza in cuor di ritornare

nella casetta intorno al focolare.

Man man che invecchio

mi accorgo che non posso più tornare,

e allora penso:

quant'è triste l'emigrare.

(1977)

 

31

Come giovane fanciulla,

mi lascio andare

in reminiscenze giovanili

quando nel parlar con te

mi eri amica discreta

e premurosa mamma.

Ai tanti miei perché

tu rispondevi

con proverbiale calma

che era la tua regola di vita.

Nei vasti campi,

acquerelli di colore,

raccoglierò un fiorellino di prato

da conservare insieme alle tue cose

e al tuo dolce sorriso, Mamma.

(2001)

 

32

La bontà del ricco

Un ricco esce da un cancello

di un palazzo in mezzo a una città.

Un poverello gli tende la mano

e chiede: <Me la fai la carità?>

Il ricco mette la mano in tasca

prende un soldino

e glielo dà al meschino.

Poi con indifferenza se ne va

e il poverello dice: <Che bontà!>

(1978)

 

33

Amore

è una carezza di mamma,

un sorriso di un bimbo,

una rosa che si schiude al mattino.

Tutto questo puoi avere vicino,

se il tuo cuore ritorna bambino.

 

34

Nel verde intenso di ulivi secolari

sogni protesi ad ascoltar quel canto

inebriano la mente e i pensieri

Da dietro un'anta,

che il vento ha un po' socchiusa,

sguardi fugaci e innocenti sorrisi

si librano nell'aria come ali di gabbiano.

Quante emozioni in quei teneri flash d'amore.

 

35

Vendemmia

Si colorano di rosso le foglie

nei vigneti quieti di settembre:

i grappoli d'uva tra i filari

bagnati di rugiada

brillano come perle

all'apparir del sole d'autunno.

Nascono amori

s' intrecciano i canti

le ceste son pronte:

si vendemmia

ed è festa!

Poi,

nella pallida luce della sera,

felici e stanchi,

si ritorna a casa.

 

 

Racconti

 

39

L'opera sacra

Pasqua era per me il periodo più bello dell'anno.

Le celebrazioni della Santa Pasqua iniziavano con

la domenica delle Palme. Noi ragazze del paese

andavamo a messa portando in mano un rametto di

ulivo assieme a dei fili di palma bianca intrecciata

in vari modi. I ragazzi e gli uomini, invece,

portavano dei rami di ulivo e di palma molto grandi.

Durante la funzione il prete benediva le palme e gli

ulivi e allora si usciva dalla chiesa e tutti osannanti

si andava verso il calvario. Questa processione

rappresentava l'ingresso trionfante di Gesù in

Gerusalemme.

In quei giorni, tutto il paese era coinvolto nei

preparativi e ovunque c'era un gran fermento.

Gli uomini, in particolare, si dedicavano

all'allestimento dell'Opera Sacra, una

rappresentazione della vita e della passione di

Cristo.

Già qualche mese prima della Pasqua, mio padre

tirava fuori dal cassetto il libricino con la copertina

blu e le scritte dorate dell'Opera Sacra e insieme ad

un gruppo di amici iniziava le prove della recita.

 Tutti i paesani che venivano scelti per recitare

un ruolo, si trovavano due o tre volte alla settimana

nel salone parrocchiale e le prove continuavano

finché ritenevano che tutti sapessero recitare bene

la loro parte.

I personaggi più importanti dell'opera erano Gesù,

la Madonna, i sommi sacerdoti Caifa, Anna e tutti i

componenti del sinedrio, e poi ancora Pilato,

Giuseppe d'Arimatea, la Maddalena, San Pietro e

San Giovanni. Nei locali della chiesa, i falegnami

preparavano il palco e quando era finito anche

l'arredo, veniva chiamato il costumista che riuniva

tutti i personaggi e cercava di trovare il costume

adatto ad ogni attore.

La sera scelta per la recita, di solito qualche

giorno prima della Pasqua, tutto il paese accorreva in

chiesa.

L'Opera Sacra appassionava tanto la gente che

addirittura una volta, alla scena di Gesù che viene

arrestato mentre prega nell'orto degli ulivi, una

fedele si era così immedesimata che aveva

esclamato: "Gesù mio, ma perchè tutti gli anni

andate a pregare nello stesso orto? Non lo sapete che

lì vi arrestano?"

Ma l'Opera Sacra non era l'unico momento

coinvolgente della settimana di Pasqua.

A me piacevano molto i primi tre giorni della

settimana Santa, erano giorni di meditazione, di

riflessione. La chiesa rimaneva aperta tutto il giorno,

così si poteva andare in qualsiasi momento. Ricordo

che tutti gli anni, verso le due del pomeriggio,

andavo in chiesa insieme a mia madre e stavamo

qualche ora in raccoglimento.

Quella luce che filtrava dai grandi finestroni con i

vetri colorati ce l'ho ancora negli occhi: era la luce

della primavera!

Alle funzioni del giovedì santo i fedeli

partecipavamo numerosi perchè durante la Santa

Messa aveva luogo la rappresentazione dell'ultima

cena. Si apparecchiava una tavola con il pane, il vino

e dell'insalata di lattuga. Alcune persone che

rappresentavano i dodici apostoli prendevano posto

intorno alla tavola. Il sacerdote lavava loro i piedi e,

alla fine, dopo averglieli asciugati e baciati,

simbolicamente si metteva a tavola insieme a loro,

mangiavano qualche fogliolina di insalata,

assaggiavano il vino e poi ad ognuno di loro il prete

distribuiva il pane come simbolo dell'istituzione

dell'Eucarestia. I pani che rimanevano venivano

tagliati dalle donne e distribuiti ai bambini che

aspettavano impazienti un po' di pane benedetto. La

liturgia terminava con la comunione di tutti fedeli.

Il venerdì Santo era invece il giorno della

passione. Neanche le campane suonavano e per

avvertire i fedeli prima dell'inizio delle funzioni, un

ragazzino faceva il giro del paese con uno strumento

di legno, detto la tocca, che azionato produceva un

suono: quello era il segnale che in chiesa stava per

iniziare la predica. La predica contemplava la

passione e la morte di Gesù e iniziava con queste

forti parole: " La terra tremò, il cielo si oscurò e il

figlio di Dio reclinava il capo".

La predica si concludeva con la chiamata della

Madonna che entrava in chiesa preceduta dai

membri della congrega, i quali entravano

incappucciati e vestiti con un camice bianco e con

delle candele accese in mano, suscitando sempre una

qualche inquietudine nei bambini che si trovavano in

chiesa.

Il suono del tamburo accompagnava l'ingresso

della statua della Madonna.

La Madonna veniva portata vicino al pulpito e il

sacerdote le consegnava tra le braccia il corpo di

Gesù. In quel momento tutti i fedeli si alzavano in

piedi invocando il perdono del Signore e alcuni

fedeli rimanevano in chiesa a pregare anche per

tutta la notte.

La mattina di sabato mia mamma si alzava presto

per preparare le ciambelle di pane con le uova e

anch'io mi alzavo presto insieme a lei perchè volevo

andare in chiesa per la processione che il prete

guidava verso il calvario. Il rullo dei tamburi era il

segno che la processione stava per iniziare. Mia

madre mi chiedeva di aiutarla, "Maria - mi diceva -

prepara almeno le uova che devo mettere nelle

ciambelle". Io volevo aiutarla ma non volevo

perdere la funzione e, in fretta in fretta, cercavo di

fare quello che potevo e mentre il tamburo faceva

l'ultimo rullo io ero già arrivata in chiesa.

La funzione del sabato di Pasqua la ricordo bene

perchè veniva fatta all'alba. Raggiunto il calvario,

che si trovava un po' fuori dall'abitato, il parroco

recitava le preghiere e poi iniziava una predica cosi

carica di pàthos che stavamo ad ascoltarlo in

religioso silenzio. Anche mio padre partecipava

sempre a questa liturgia.

Mentre la funzione volgeva al termine,

spuntavano i primi raggi di sole nel cielo terso del

mese di aprile.

Questa funzione era molto seguita dai giovani, sia

dalle ragazze che dai ragazzi, forse perchè anche in

mezzo a tanta solennità, con la complicità della

primavera, si riusciva a calamitare qualche sguardo

che rendeva la funzione ancora più appassionante.

Dopo tanti giorni di silenzio, finalmente le

campane tornavano a suonare a festa. Era la

domenica di Pasqua. La domenica c'era prima la

Santa Messa e dopo la rappresentazione

dell'affruntata, che era l'incontro tra la Madonna e

Gesù risorto. La messa di Pasqua era una messa

cantata e accompagnata dall'organo e i canti erano

canti di gioia e di gloria per il Cristo risorto. Ad

assistere alla rappresentazione dell'affruntata, che si

svolgeva davanti alla chiesa, c'erano tutti i serratesi.

La statua della Madonna veniva tenuta in un posto

un po' appartato, mentre la statua di Gesù rimaneva

vicino alla chiesa. San Giovanni andava a passo

svelto per tre volte ad annunciare a Maria l'avvenuta

resurrezione di Gesù. La terza volta, Maria scendeva

insieme a Giovanni e, alla vista di Gesù, i quattro

abili giovani che portavano a spalle la statua, la

facevano correre qualche passo in avanti e indietro.

Mentre avveniva l'atteso incontro, si lasciava

cadere il manto scuro e la Madonna rimaneva vestita

con un abito bianco tutto ricamato in oro. Era una

statua bellissima con i capelli biondi. Per i fedeli

quell'incontro era un altro dei momenti più intensi ed

emozionanti delle festività pasquali. Poi le statue,

prima di rientrare in chiesa, venivano portate in

processione per le vie di tutto il paese.

La sera della domenica si andava ancora in chiesa,

ma eravamo tutti un po' tristi perchè le funzioni

pasquali per quell'anno erano terminate, anche se

pensavamo già ai fioretti del mese Mariano e alle

processioni del Corpus Domini e, soprattutto,

all’estate che sarebbe presto arrivata.

 

45

Dinami

Tutti gli anni, all'inizio dell'estate, lo zio

Vincenzino veniva a Serrata a prendermi e mi

portava a Dinami a casa della nonna Giulia.

Io ero molto contenta di andare con lui perché

potevo trascorrere le vacanze insieme alla nonna e

alle tante cuginette della mia età. Quando si

scendeva dalla corriera, prima di arrivare a casa

della nonna, si doveva passare per un viale, il viale

del Re, lungo il quale c'erano tante piante di

oleandro fiorite. Era proprio uno spettacolo vederle,

sembravano tanti ombrellini colorati.

Dall'altro lato del viale, su un'altura, c'era la torre

con l'orologio, il palazzo comunale e una fontana

dove tutti i giorni io e le altre mie cugine Bianca e

Adua figlie di zia Angelina andavamo a prendere

una brocca di acqua fresca che serviva per il pranzo.

Quando andavamo a prendere l'acqua, lo zio

Giuseppe ci dava anche una bottiglia di vino da

mettere una decina di minuti sotto il getto dell'acqua

della fontana a rinfrescarsi, perché a quei tempi non

c'era ancora il frigorifero.

I giorni a Dinami passavano allegramente

giocando con le amiche. Giocavamo con le bambole

e con altri giochi che inventavamo sul momento.

Vicino alla casa della nonna abitavano la zia

Mariannina e lo zio Pietro, la zia Teresina e lo zio

Antonino. La casa della nonna era molto in alto e dal

suo balcone si vedevano tanti paesini che alla sera

sembrano dei piccoli presepi illuminati.

Zia Angelina e zio Giuseppe, abitavano sullo

stesso piano della nonna e avevano anche le porte

interne comunicanti, tanto da sembrare un'unica

famiglia.

Io trascorrevo molto tempo a casa della zia

Angelina. Lei aveva la passione dell'allevamento del

baco da seta, come allora si usava in tante case. I

bachi venivano depositati su delle impalcature

appositamente costruite e venivano alimentati con

foglie di gelso. Ogni tanto, qualche baco cadeva

dall'impalcatura e andava a finire per terra. La zia

Angelina, allora, mi invitava a raccoglierli e a

rimetterli sulle foglie: era una mansione di cui

andavo molto orgogliosa. E alla fine della giornata,

la zia mi ricompensava sempre con dei piccoli dolci

fatti in casa che lei sapeva fare molto bene, e quella

era per me la migliore paga per il mio aiuto!

A Dinami, secondo un'antica tradizione, nel mese

di luglio si celebrava la festa patronale della

Madonna della Catena.

I festeggiamenti duravano una settimana intera e,

per l'occasione, mia madre mi veniva a trovare.

Nell'estate del 1943, nonostante ci fosse la guerra,

la mamma era venuta con mio fratello Nino e con

l'altro fratellino più piccolo, Francesco. Dopo aver

salutato la nonna e i parenti, la mamma aveva

lasciato il piccolo Francesco a casa con la nonna, e si

era incamminata insieme a me e a mio fratello Nino

verso la chiesa.

Nel momento in cui la festa stava per concludersi

con la processione della Vergine, con il palco tutto

illuminato e la chiesa piena di fedeli, mentre tutti

gioivano nel trascorrere una splendida giornata

estiva, improvvisamente ci fu un bombardamento al

vicino campo d'aviazione.

Il bombardamento spaventò tutti i fedeli raccolti

in chiesa per assistere alla funzione. Ci fu un

momento di panico e di scompiglio perché tutti si

precipitavano verso l'uscita, affrettandosi a trovare

un riparo tra le bancarelle della fiera o nelle

campagne circostanti.

Mia madre prese me e mio fratello e si mise a

correre. Fortunatamente tutto finì solo con un grande

spavento, che mi rimane ancora vivo nella mente

nonostante siano trascorsi tanti anni.

Finita la festa sono tornata a Serrata assieme alla

mamma e ai miei fratellini.

La guerra continuava, e per metterci al riparo,

papà decise di andare ad abitare in una casetta in

campagna dove c'erano anche delle altre famiglie.

Fu così che conobbi una bambina della mia età

che si chiamava Maria Rosa, con la quale, dopo aver

fatto amicizia, passavo tante ore a giocare insieme,

soprattutto con una bella altalena che il nonno aveva

costruito con delle funi e un asse di legno. Noi

bambine non capivamo bene il motivo perché

eravamo lì, pensavamo di essere in villeggiatura. Ma

una sera, mentre eravamo sedute davanti a casa

insieme ai nostri genitori, sono arrivati degli aerei

che hanno lanciato dei razzi luminosi. Volevano

capire se sotto gli alberi si nascondeva un

accampamento tedesco.

I miei genitori capirono che anche quel posto era

poco sicuro e decisero che era meglio andarsene,

perché lì eravamo troppo in vista. Col chiarore della

luna, ci siamo incamminati per una strada di

campagna. Mio padre camminava un passo più

avanti della mamma e di noi bambini, così ci poteva

dare indicazioni sulle condizioni della strada che era

un po' dissestata.

Dopo qualche ora di cammino al buio, finalmente

arrivammo giù nella vallata dove c'era il mulino di

mio nonno, un posto meno in vista e più tranquillo.

Per tanti giorni siamo stati bene, fino allo sbarco

degli americani in Sicilia. Da quel giorno i tedeschi

hanno iniziato la ritirata verso il nord Italia, e dopo

essere passati sui ponti, li facevano saltare per

impedire agli americani di avanzare.

Una mattina mentre io e mio fratello Nino

giocavamo davanti al mulino, si sentì uno

spostamento d'aria e un forte boato.

La mamma in quel momento si trovava dentro il

mulino e stava allattando mio fratellino Francesco.

Papà anche quella mattina era andato in paese,

come faceva di tanto in tanto. Una volta sbrigate le

commissioni aveva salutato la nonna, che aveva

preferito rimanere in paese, e si era incamminato

verso il mulino. Di solito, quando arrivava ad una

cinquantina di metri di distanza, per avvertire che

stava arrivando, con un piccolo fischietto mandava

dei suoni ed io gli correvo incontro. Ma quel giorno

invece di vedere me corrergli incontro, vide una

pioggia di detriti cadere proprio sopra il mulino. Non

capiva cosa stava succedendo e si preoccupò molto

per noi. Non vedeva l'ora di arrivare per potersi

accertare come stavamo.

Per fortuna eravamo tutti al riparo.

Il nonno Antonino, che durante la prima guerra

mondiale era stato al fronte per molti anni, avendo

capito che eravamo in pericolo, aveva fatto appena

in tempo a portarci in salvo, prima che i detriti

cadessero proprio dove stavamo giocando noi.

Qualche ora dopo, il nonno volle andare a vedere

cos'era successo e portò anche me. Ricordo di aver

visto un grande cratere, ma ero troppo piccola per

capire cosa fosse accaduto e chiesi al nonno e lui mi

rispose che i tedeschi avevano fatto saltare

l'ennesimo ponte.

Mamma e papà hanno capito che posti sicuri non

ce n'erano e hanno deciso di ritornare al paese

sperando che la guerra finisse al più presto.

E per fortuna la guerra finì.

Lo zio Vincenzino si sposò con una bella ragazza

molto giovane, la zia Antonuzza. Gli anni passavano

e io crescevo, ma lo zio Vincenzino - ogni estate -

veniva a Serrata a prendermi per portarmi a Dinami

a casa sua. Adesso c'era la zia Antonuzza con i suoi

bambini ad attendermi. Ricordo quando è venuto a

prendermi per il battesimo di mio cugino Franco, il

loro primo figlio, e poi, via via, gli altri tre figli,

Michele, Renato e, per ultimo, Piero, che adesso è

Don Piero, parroco di un paese vicino a Dinami. Di

Piero ricordo bene il battesimo, anche perché il

padrino lo fece mio fratello Francesco.

Qualche giorno prima della festa lo zio veniva a

trovarci per invitarci a casa sua. Così il giorno della

festa andavo a Dinami insieme ai miei genitori, ai

miei fratelli Nino e Francesco e mia sorella Giulia

che, come i figli della zia Antonuzza, è nata dopo la

guerra.

Eravamo tutti felici di riunirci per questa festa, ma

la più contenta era di certo mia madre perché

ritornava al suo paese e con l'occasione poteva

incontrare tutti i parenti e anche tante sue amiche

che non aveva occasione di vedere durante l'anno.

Nel mese di settembre, gli zii iniziavano la

vendemmia e per l'occasione ritornavo solo io a

Dinami.

Anche quelli erano giorni di festa perché andavo

in compagnia della zia e di tante altre persone nei

vigneti per raccogliere l'uva. Il giorno lo passavo

insieme agli altri in allegria e la sera mi sentivo un

po' triste vedendo i filari di vite tutti spogli e senza

nemmeno un grappolo d'uva.

Fosse stato per me, avrei voluto che la vendemmia

non finisse mai!

Negli anni, con la zia Antonuzza, si creò un

rapporto affettuoso, come con una sorella maggiore.

Un anno, quando ero ancora adolescente, la zia andò

al mare con i suoi bambini Franco e Michele e portò

anche me.

Era la prima volta che andavo al mare. Arrivati

alla stazione di Nicotera Superiore, si doveva fare un

tratto di strada in discesa per arrivare a Nicotera

Marina. Svoltata una curva, vidi una grande distesa

azzurra e rimasi davvero a bocca aperta.

Era il mare!

Questo legame con Dinami è rimasto sempre vivo,

come è rimasto vivo il legame con la famiglia dello

zio Vincenzino, non solo finché sono rimasta a

Serrata, ma anche adesso che sono ormai molti anni

che sono andata via dal mio paese.

In estate quando ritorno, è una vera gioia rivederli

e non sembra che sia passato un anno, ma è come se

ci fossimo visti il giorno prima e quando arrivo

davanti a casa degli zii, mi sembra di tornare quella

bambina con le trecce dell'estate del 1943.

 

53

Aspromonte

Da bambina andavo spesso a trovare la nonna

Annuzza e lei mi intratteneva raccontandomi le

storie vere come se fossero delle novelle.

Quando arrivavo da lei prima la salutavo e poi

quasi sempre le chiedevo:

"Nonna, me la racconti una storia?"

La nonna ci pensava un po' e poi mi diceva:

"Maria, stai seduta qui vicino a me che ti racconto

una bella storia".

Io mi sedevo al suo fianco, poggiavo la testa sulle

sue ginocchia e lei, mentre con la mano mi

carezzava il viso, iniziava a raccontare.

Erano sempre delle belle storie.

Un giorno, ricordo, mi raccontò la storia del

pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Polsi.

Mi parlò di quando i pellegrini si mettevano in

cammino di buon mattino a piedi. I pellegrini

dovevano camminare per tanti giorni, attraversando

chilometri di boschi intervallati dai caratteristici

paesini montani, prima di raggiungere il santuario.

Percorrevano viottoli quasi nascosti dal fogliame e

ombreggiati da giganteschi faggi.

Si doveva camminava per tutto il giorno.

Verso sera si raggiungeva un altopiano dove c'era

una sorgente di acqua fresca e lì ci si fermava per

dissetarsi e per riposare. Anche se era estate, in

montagna di sera la temperatura si abbassava e si

doveva accendere il fuoco. Con dei rami secchi che

si trovavano sul posto si preparava un gran falò che

serviva per riscaldarsi e anche per allontanare gli

animali selvatici che di notte si aggiravano nei

boschi.

Una volta acceso il fuoco si disponevano tutti

intorno a forma di cerchio, stendevano delle tovaglie

bianche per terra e si cenava con quel poco che

avevano messo nelle bisacce. Di solito erano

prodotti locali, salumi, formaggi, del pane fatto in

casa e qualche bottiglia di buon vino.

Gli uomini portavano anche qualche piccolo

strumento musicale, come l'armonica a bocca, e per

rallegrare la serata suonavano qualche tarantella che

le giovani donne ballavano con i ragazzi che le

accompagnavano.

All'alba ricominciava il cammino verso il

santuario che si trova vicino al fiume al fondo di una

ripida discesa.

Arrivati al santuario dove è esposta la statua molto

imponente e tutta adornata di ex-voto della Madonna

di Polsi, i pellegrini in coro intonavano inni di lode e

di ringraziamento. Nella chiesa, con la luce che

proveniva dalle candele votive e l'odore dell'incenso,

si creava un'atmosfera surreale. Si ascoltava la Santa

Messa e si pregava per tutta la comunità. Nei locali

vicino al santuario i fedeli si riposavano prima di

intraprendere il cammino del ritorno a casa.

Quello del Santuario della Madonna di Polsi era

un pellegrinaggio di fede molto faticoso ma anche

un'evasione dalla solita vita di lavoro, specialmente

per le donne che in quegli anni non avevano mai

occasione di uscire dal paese.

Il rientro in paese dei pellegrini di solito era

preannunciato dai loro canti; i bambini correvano

incontro al pullman e le donne si affacciavano dai

balconi per salutarli e i pellegrini regalavano un

rametto di faggio benedetto assieme all'immaginetta

della Madonna in segno di devozione.

Questo pellegrinaggio si ripete ancora oggi, tutti

gli anni nel mese di agosto, ma non è più la stessa

cosa. A tarda sera i pellegrini si radunano davanti

alla chiesa e da lì si parte con pullman turistici

attrezzati di tutte le comodità e al mattino seguente

per l'ora della messa sono già arrivati al Santuario.

Forse ci potrà essere ancora qualche piccolo

disagio, ma di certo non è nulla in confronto al

pellegrinaggio del racconto di nonna Annuzza.

 

57

La leggenda della pietra di Liso

Serrata è un piccolo paese della Calabria, situato

su un altopiano a venti chilometri dal mare, ai piedi

del monte Liso.

Si racconta che in tempi assai remoti gli abitanti

di Serrata erano diventati troppo cattivi. Vedendo

tanta cattiveria una fata decise di distruggere l'intero

paese, ma non sapeva come fare. Pensa e ripensa,

finalmente le venne una bella idea: decise di far

rotolare sull’abitato un'enorme pietra dalla cima del

monte Liso.

Allora la fata si mise a cercare una pietra adatta

allo scopo. Dopo tante ricerche, ne trovò una grande

grande, se la caricò sulla testa e si incamminò verso

la cima del monte.

Ma la Madonna, vedendo la fata con quella pietra

enorme sulla testa, capì che era destinata a

distruggere Serrata e allora, senza farsi riconoscere,

iniziò a chiacchierare con la fata finché non la

convinse a liberarsi di quel peso.

La fata, dopo essersi alleggerita dell'enorme peso,

si sedette a riposare, ma dopo un po', quando decise

di ripartire, si accorse che da sola non riusciva più a

sollevare la pietra. Chiese aiuto alla Madonna, ma la

Madonna si rifiutò di aiutarla dicendo che non era

vero che i serratesi erano così cattivi. Così la fata

dovette tornare a casa senza portare a termine il suo

intento, lasciando quell'enorme pietra dove si trova

ancora adesso, sul monte Liso, in mezzo agli alberi

di ulivo.

Questa pietra richiama da sempre molti curiosi

che la osservano attentamente cercando di scoprire

qualche particolare che aiuti a svelare il mistero di

come sia arrivata questa enorme pietra in mezzo ad

un uliveto.

Quasi tutti i serratesi sono andati a vederla almeno

una volta nella vita. Addirittura gli insegnanti

portano gli alunni in gita scolastica. Si trova sempre

un'occasione per andare a vedere la pietra e,

specialmente in estate, quelli che ritornano al paese

per passare le ferie, hanno piacere di salire sul monte

Liso anche per apprezzare lo splendido panorama

che si gode da lì sopra: si vede una rigogliosa vallata

verde e, se la giornata è serena, all'orizzonte si vede

il mare e sembra proprio una meravigliosa veduta

aerea.

 

Storielle

 

 

61

La cura per le botte

Per motivi d'interesse, compare Gianni e compare

Matteo avevano avuto un'animata discussione, che

era finita in una violenta rissa. Compare Gianni

aveva avuto la peggio e si era ritrovato con una

ferita in testa e qualche contusione sul corpo, tanto

da dover ricorrere alle cure del medico del paese.

Compare Gianni però si vergognava di dire al

medico che era stato picchiato e così quando il

dottore gli chiese cosa era successo, lui rispose che

era caduto dalle scale.

Il dottore aveva capito che si trattava di botte e

quindi gli disse:

"Dimmi, Gianni. Sei caduto o ti hanno

picchiato?"

"Dottore, io sono caduto, ve l'ho detto."

"Gianni, Gianni! Sei proprio sicuro? Guarda che

tu mi devi dire la verità!"

"Ma io vi sto dicendo la verità : sono caduto dalle

scale! Ma voi, dottore, perché insistete tanto? Che

differenza c'è?"

E il dottore, al quale piaceva ogni tanto prendere

in giro bonariamente i compaesani, gli spiegò:

"Vedi Gianni, c'è differenza nella cura. Se sono

botte, ti devo curare in un modo, se sei caduto ti

devo curare in un altro".

Il povero Gianni, che non sapeva più come fare,

allora gli disse:

"Dottore, io sono caduto... ma voi curatemi per

botte!"

 

Il confessionale

In una parrocchia di campagna vivevano il prete,

il sagrestano Vestianu e la bella moglie di Vestianu.

Un giorno il prete si accorse che nella cassettina

delle offerte mancavano i soldi e incominciò a

sospettare del sagrestano.

Allora, la prima volta che Vestianu andò a

confessarsi, il prete iniziò con le solite domande:

"Figliolo, hai peccato?"

"Sì, ho peccato"

"Va bene, dici cinque Ave Maria per penitenza".

La confessione proseguì e, ad un certo punto, il

prete colse l'occasione per domandargli:

"Senti Vestianu ma i soldi dalla cassettina delle

offerte per caso li prendi tu? Perchè non ne trovo

mai..."

"Non sento, arciprete, non sento!" rispose il

sagrestano.

"Ti dicevo se per caso sei tu che rubi le offerte in

chiesa, perchè se confessi il tuo peccato io ti posso

assolvere..."

"Niente, non si sente niente!"

Il prete allora uscì dal confessionale e chiese:

"Ma come mai non senti? Fino adesso sentivi!"

"Allora non mi credete? Inginocchiatevi voi al

posto mio e vado io dentro il confessionale."

Il sagrestano entrò nel confessionale e, visto che

in paese circolava voce che il prete se la intendeva

con sua moglie, chiese:

"Arciprete, ma è vero che ve la intendete con mia

moglie?"

"Sai, Vestianu, non si sente niente, avevi ragione!"

"E lo dicevo io che non si sente, e voi non mi

volevate credere!"

 

L'individuo

Un giorno un signore si dovette recare in Pretura

perché era stato chiamato in giudizio da un suo

vicino per una questione di limiti.

Quando arrivò in Pretura vide che l'aula era tutta

piena di persone che aspettavano che iniziassero le

udienze, così pensò di chiedere al suo avvocato se

era possibile passare per primo perché quella mattina

aveva un altro impegno da sbrigare che non poteva

rimandare.

L'avvocato gli disse:

"Venite con me che andiamo a cercare il signor

giudice e gli chiediamo se è possibile".

Il giudice stava per entrare in aula quando

l'avvocato lo vide e gli chiese se gli poteva parlare.

Il giudice si fermò e disse:

"Dite, dite, avvocato".

"Volevo solo chiedere se era possibile sbrigare

per prima la causa del mio assistito, perché

stamattina ha un altro impegno urgente".

"Certo, avvocato, faremo il possibile", rispose il

giudice. Passata una mezz'ora, il giudice si rivolse

all'avvocato e gli disse:

"Signor avvocato, chiamate quell'individuo che

diamo inizio alla sua causa".

Al che il cliente, sentendo la parola individuo, e

non sapendo cosa volesse dire, si sentì molto offeso

e pensò di reagire subito. Allora, rivolgendosi al

giudice disse:

"Signor giudice, io non lo so cosa voglia dire la

parola individuo, ma vi dico solo che se individuo è

una cosa buona, individuo io e individuo voi, ma se

individuo è una cosa mala, allora individuo voi, tutta

la vostra famiglia e pure san Brigori di Loriana!"

 

Le scivolate

In un piccolo paese di provincia, c’era l’abitudine

di dire che una donna era “scivolata” per intendere

che aveva tradito il marito.

Un giorno in paese arrivò un nuovo parroco, che

ovviamente era del tutto all’oscuro di questo modo

di dire.

Così, dopo qualche settimana, il giovane prete,

che era anche molto ingenuo, incominciò a pensare

che le strade del paese fossero veramente da

aggiustare, perché quasi tutte le donne che andavano

da lui a confessarsi dicevano di essere scivolate.

Passato qualche mese, e vedendo che la situazione

delle scivolate non migliorava affatto, il parroco

decise di prendere l’iniziativa e andò a trovare il

sindaco. Il sindaco lo ricevette con piacere e dopo i

convenevoli di rito gli chiese il motivo della visita.

"Caro signor sindaco sono venuto per farle

presente che le strade cittadine vanno assolutamente

aggiustate."

"E perché? Guardate che le nostre strade non

sono rotte hanno una buona manutenzione" rispose

il sindaco.

"E no! No! Le cose non stanno cosi come dite voi,

perché quasi tutte le donne che vengono da me a

confessarsi mi dicono che sono scivolate! Come

sindaco siete in dovere di fare qualcosa per

salvaguardare l'incolumità delle nostre donne."

Il sindaco, che sapeva cosa voleva dire scivolare

per una donna in quel paese, si mise a ridere.

Allora il parroco, vedendolo ridere, gli disse:

"Caro signor sindaco, non capisco cosa avete da

ridere. Guardate che solo in questa settimana la

vostra signora mi ha confessato che è scivolata per

ben tre volte!"

 

Il maiale a due code

Una volta nei paesi era usanza che nel periodo di

carnevale quasi tutte le famiglie ammazzassero il

maiale per fare le provviste di salame e prosciutti

che duravano per tutto l'anno.

Qualche giorno prima del carnevale, compare

Bruno e mastro Domenico si incontrarono nella

piazzetta del paese e parlando del più e del meno

arrivarono a parlare anche dell'avvicinarsi del

carnevale.

Compare Bruno, essendo un po' tirchio, iniziò a

lamentarsi che sua moglie era troppo generosa con i

vicini che non avevano il maiale, che regalava

frittole, salami e quant'altro si preparava in quei

giorni a tutti e che a lui, di conseguenza, non ne

rimaneva mai abbastanza.

L'amico allora gli disse:

"Compare, sapete come potete fare per non dare

niente a nessuno? Alla sera mettete il maiale fuori

della porta e dite che lo lasciate lì a prendere il

fresco della notte. Il mattino dopo, vi alzate presto,

ritirate il maiale e lo nascondete bene in casa. Poi

uscite fuori e vi mettete a gridare: <Mi hanno rubato

il maiale! Mi hanno rubato il maiale!>, ma lo dovete

dire tante volte così i vicini ci credono e voi non

dovrete dare più niente a nessuno!"

"Mastro Domenico vi ringrazio. Mi avete dato

proprio una buona idea. Quest'anno il maiale lo

conservo solo per la mia famiglia!".

Arrivato carnevale, compare Bruno mise in atto la

geniale idea suggerita dall’amico.

La sera lasciò il maiale fuori dalla porta ma

quando alla mattina presto si alzò per ritirarlo, ebbe

un’amara sorpresa: il maiale era sparito!

Compare Bruno allora si mise ad urlare:

"Mi hanno rubato il maiale! Mi hanno rubato il

maiale!"

Mastro Domenico, sentendo queste urla, uscì fuori

da casa e andò incontro all'amico e gli chiese cosa

gli era successo e compare Bruno gli rispose:

"Mi hanno rubato il maiale!"

"Bravissimo! Così dovete dire, compare, sennò

non ve ne resta!"

Al che l'altro di più si arrabbiava:

"Vi dico che è vero, non sto scherzando, me

l'hanno rubato veramente!"

"Lo dite cosi bene che nessuno potrebbe

dubitarne..."

Dopo un po' la discussione si stava animando

allora mastro Domenico disse:

"Sapete cosa facciamo? Venite a casa mia che io

ho ammazzato il mio porco e mia moglie sta

preparando le frittole, così mangiamo assieme e vi

calmate un po'".

Arrivati a casa, la moglie di mastro Domenico

stava vicino alla caldaia dove c'era la carne di

maiale che bolliva per fare le cosiddette frittole.

Quando furono cotte a puntino, riempì una

insalatiera, l'appoggiò al centro della tavola e,

com'era usanza, tutti iniziarono a prendere dalla

stessa insalatiera. Compare Bruno iniziò a mangiare

e dopo un po' gli capitò la coda del maiale. Tutto

contento si rivolse a quelli che erano vicino a lui:

"Ho trovato la coda, ho trovato la coda", disse

tutto felice, perché essendocene solo una si riteneva

fortunato chi riusciva a trovarla.

Visto che era anche saporita se la mangiò con

gusto.

Dopo un altro po' mise la forchetta nell'insalatiera

per prendere un altro pezzo di carne e, con somma

meraviglia, vide un'altra coda di maiale e cercò di

prenderla.

Mastro Domenico, che si era accorto che compare

Bruno aveva visto l'altra coda, tentava in tutti i modi

di spingerla in fondo all'insalatiera per nasconderla.

Per distrarre compare Bruno, lo invitava a mangiare

del gamboncello e altre parti del maiale. Ma

compare Bruno non si distraeva e pensava sempre a

quella seconda coda che aveva intravisto

nell'insalatiera e che mastro Domenico gli impediva

in tutti i modi di prendere.

Gli venne quindi un dubbio, che divenne quasi

una certezza, su chi aveva rubato il suo maiale.

Allora domandò a mastro Domenico:

"Ma ditemi, u' porcu vostru avia du cudi!"1

E l'altro, non sapendo cosa rispondere gli disse:

"Mangiate, mangiate, e non jati cercandu cudi!"2

 

1 “Ma ditemi, il vostro maiale aveva due code?”

2 “Mangiate, mangiate, e non andate a cercare code!”

 

Il coppolino rosso

Stanco di sentire dei continui tradimenti coniugali

dei suoi sudditi, un giorno il Marchese decise di

prendere qualche provvedimento per moralizzare la

vita nel suo marchesato. Così fece pubblicare in tutto

il territorio di sua appartenenza un editto del

seguente tenore: tutti gli uomini che sono stati traditi

dalle loro mogli per farsi riconoscere devono

indossare, entro un mese da oggi, un coppolino

rosso, pena una multa di cento ducati d'oro.

In ogni paese del marchesato arrivò l'araldo per

diffondere l'editto e un giorno la notizia arrivò

anche in un piccolo paese, destando in tutti un

grande scompiglio.

Non si parlava d'altro, la questione del coppolino

rosso era l'argomento più dibattuto sia in piazza

nei discorsi tra amici, che nelle famiglie del paese,

ma visto che tutti si conoscevano, nessuno voleva

ammettere di essere stato tradito dalla moglie.

Così per gli uomini mettere in dubbio l'onestà

delle loro moglie era diventato un problema serio,

ma anche per le mogli non era facile ammettere di

aver tradito i loro mariti.

Ma alla fine, dopo un po' di giorni,

incominciarono a vedersi in giro i primi coppolini

rossi, segno che le mogli avevano deciso di

confessare i loro tradimenti, anche perché la multa

prevista per i trasgressori era ben salata.

E più passavano i giorni e più i coppolini rossi

aumentavano.

Ma il marito di donna Lucia, pur avendo qualche

dubbio ben fondato sulla fedeltà di sua moglie, non

aveva il coraggio di dirglielo apertamente, e di tanto

in tanto, le chiedeva cosa ne pensava, se era bene

che anche lui mettesse il coppolino rosso e la moglie

lo rassicurava dicendo sempre di no.

Ad un certo punto, vedendo che il marito insisteva

tanto, donna Lucia lo chiamò e gli disse:

"Sai cosa ti dico marito mio?"

"Cosa?!"

"Pe' si e pe' no u coppulino russu mentitillu!"1

 

1 “Nell'incertezza ti consiglio di metterlo il berrettino

rosso!”

 

La confessione di mastro Peppe

Un giorno mastro Peppe decise di confessarsi.

Arrivato in chiesa cercò il prete e il sagrestano gli

disse che il prete non si era ancora alzato, ma che se

proprio aveva premura poteva confessarsi in camera

da letto.

Mastro Peppe entrò in camera e si inginocchiò

vicino al letto. Il prete gli disse di iniziare la

confessione e lui iniziò a raccontare i suoi peccati.

Mentre si confessava, allungò per caso le mani sotto

il letto e si accorse che c'erano delle cose. Per prima,

tirò fuori una bella resta di salami. Allora, senza

farsi vedere, la prese e la nascose sotto il mantello e

subito disse:

"Padre, ho rubato una resta di salami".

E il prete stava ad ascoltarlo.

Mastro Peppe allungò di nuovo le mani sotto il

letto e tirò fuori un formaggio e disse:

"Padre, ho rubato anche una forma di formaggio".

Il prete, che aspettava che mastro Peppe finisse di

dire tutti i peccati prima di dargli l'assoluzione, gli

disse:

"Ma figliolo, perché non me li dici tutti insieme i

tuoi peccati?"

E mastro Peppe rispose:

"Padre, come vengono!".

Dopo aver preso tutto quello che poteva, gli

vennero per le mani anche un paio di scarpe le prese

e disse:

"Padre, ho rubato anche un paio di scarpe".

Allora il prete intervenne:

"E no! Va bene il salame, va bene il formaggio! Ti

posso anche assolvere, perché si tratta di roba da

mangiare, ma le scarpe no quelle devi assolutamente

restituirle al padrone."

"Va bene padre, avete ragione. E voi le volete?"

"Io no", rispose il prete.

"E io al padrone le ho date e lui non le ha volute!"

"E allora tienile! Buone e benedette!"

Mastro Peppe, dopo avere avuto l'assoluzione per

tutti i suoi peccati, salutò il prete e se ne andò carico

di tutto quello che aveva trovato sotto il letto.

Quando il prete si alzò, si accorse che le scarpe

non c'erano più, così come erano spariti anche la

bella resta di salami e il formaggio che gli avevano

regalato.

Allora capì che tutto quello che mastro Peppe

aveva confessato di aver rubato era tutta roba sua e

che alla fine lui l'aveva pure benedetta!

L'avvocato e il contadino

Un giorno un contadino si rivolse ad un avvocato

per essere difeso in una controversia e, per prima

cosa, pattuirono il compenso: dieci chili di fagioli

paesani. Il contadino prontamente portò i fagioli e li

consegnò a donna Pasqualina, la cameriera

dell'avvocato.

Arrivati al giorno della causa, l'avvocato si

presentò in tribunale e invece di difendere a spada

tratta il suo cliente come promesso, si limitò a

rimettersi alla clemenza della corte e il povero

contadino venne condannato.

L'avvocato era tranquillo perché tanto ormai era

già stato pagato. Invece il cliente, che non era

rimasto per niente contento dell'arringa

dell'avvocato, uscì lestamente dal tribunale e corse a

casa dell'avvocato e si fece restituire i fagioli paesani

con la promessa di portare dieci chili di fagioli del

tipo migliore, i cannellini bianchi. Donna Pasqualina

gli restituì i fagioli paesani e si scusò per una

pignatta di fagioli che aveva già messo a cuocere.

Il contadino le rispose di non preoccuparsi che,

visto com'era andata la causa, l'avvocato meritava

questo e altro!

Poco dopo arrivò fischiettando l'avvocato, tutto

allegro, pensando di aver fatto fesso il suo cliente e

appena entrato in casa chiamò:

"Donna Pasqualina! Donna Pasqualina! Con due

parole bianche e nere ci siamo fatti dieci chili di

fagioli paesani!"

La cameriera uscì dalla cucina e disse:

"No avvocato! Non sono fagioli paesani! Sono

cannellini bianchi perché i fagioli paesani se li è

venuti a riprendere il cliente. Ha detto che lei oggi è

stato così bravo che merita dieci chili di cannellini

bianchi che porterà oggi stesso..."

L'avvocato capì l'antifona, che il cliente era stato

più furbo di lui, e allora si accontentò di quella

pignatta di fagioli paesani che la cameriera nel

frattempo aveva cucinato.

 

Il seminarista

Quando nei paesi la scuola dell'obbligo arrivava

solo fino alla quinta elementare, i ragazzi che

volevano continuare a studiare di solito andavano in

seminario.

Le mamme preparavano il corredo personale, le

lenzuola e quant'altro necessitava. Si faceva cucire

l'abito talare da un sarto, si comprava il cappello e si

aspettava l'inizio dell'anno scolastico. Qualche

giorno prima i genitori pagavano la retta e poi

insieme al ragazzo si recavano al seminario e lì

avveniva il rito della vestizione. Da quel momento

iniziava la vita da seminarista e per molti mesi la

giornata di questi ragazzi era fatta di studio, senza

poter tornare a casa.

La prima volta che potevano tornare a casa era di

solito per le festività del Santo Natale. In paese i

giovani seminaristi venivano guardati con rispetto

anche perché loro si davano un certo contegno,

vestiti sempre in abiti talari e con in mano un

piccolo libricino.

Partecipavano alle funzioni religiose, servivano

messa e solo quando avevano finito si concedevano

qualche distrazione con gli amici.

Andavano avanti così per tanti anni fino a quando

dovevano capire se veramente avevano la vocazione

religiosa. Quanti si sentivano chiamati continuavano

a studiare teologia, gli altri toglievano l'abito

religioso e continuavano a studiare le materie per le

quali si sentivano più portati.

Uno di questi ragazzi, avendo sentito la chiamata

del Signore, aveva deciso di continuare gli studi di

teologia e, passato qualche anno, era prima

diventato diacono e, una volta terminati gli studi, il

vescovo con tutta la solennità del caso lo aveva

ordinato sacerdote. Da quel momento poteva quindi

celebrare la Santa Messa.

Visto che in un paesino della sua diocesi c'era un

parroco che era ormai un po' anziano, il vescovo

decise di mandare quel giovane parroco come aiuto

per l’imminente festività dei Santi Pietro e Paolo.

Tutti i parrocchiani – saputa la notizia - erano

contenti dell'arrivo del nuovo parroco e non

vedevano l’ora di vederlo all’opera.

Qualche giorno prima della festa, il vecchio

parroco lo chiamò e gli disse:

"Sai, quest'anno i festeggiamenti te li lascio fare

tutti a te. Dirai la messa e farai anche il panegirico

sulla vita dei santi."

Il giovane prete era molto contento, ma essendo la

prima volta che gli capitava di dover fare un

panegirico, pensò di chiedere un aiuto all'anziano

prete:

"Per la messa non ho problemi, ma ho qualche

dubbio sul panegirico!"

Al che il vecchio prete gli rispose:

"Ma è facile! Non ti preoccupare. Inizi dicendo

Pietro disse a Paolo e Paolo disse a Pietro e poi... via

discorrendo."

Il giovane prete ingenuamente pensò che quello

che gli aveva detto il vecchio prete era sufficiente

per fare un panegirico e quindi non approfondì

l'argomento .

Il giorno della festa la chiesa era tutta piena di

fedeli.

Il giovane prete iniziò a dire messa e tutto andò

bene, ma poi arrivò il momento del panegirico, e

allora salì sul pulpito e con molta enfasi iniziò la sua

predica:

"Carissimi fratelli e carissime sorelle. Pietro disse

a Paolo... e Paolo disse a Pietro. E via discorrendo!

Paolo disse a Pietro... e Pietro disse a Paolo. E via

discorrendo!" e andò avanti cosi per tutto il tempo.

Un fedele, che stava ascoltando questo strano

panegirico, era curioso di sapere cosa si erano detti

Pietro e Paolo, ma vedendo che il giovane prete non

si decideva a dirlo e ripeteva sempre la stessa cosa,

chiese ad alta voce:

"Ma insomma, si può sapere cosa ha detto Pietro a

Paolo e Paolo a Pietro?".

Lì vicino c'era il padre del giovane prete che era

molto concentrato e orgoglioso nell'ascoltarlo per la

prima volta fare una predica. Sentendo quelle parole

si girò verso il fedele e dandogli un manrovescio

gli disse:

"Ma si no' sapi figghijuma chi studiau deci anni

au siminariu, voliti pemmu u sapiti vui!"1

1 “Ma se non lo sa mio figlio che ha studiato dieci anni

in seminario, lo volete sapere voi!”

Fratelli in chiesa

Un giorno un pover'uomo entrò in chiesa proprio

nel momento in cui il prete stava parlando di pace, di

amore e di fratellanza. Il prete diceva che chi ha da

mangiare deve darne a chi non ne ha, perché siamo

tutti fratelli.

Sentendo queste parole, il poveretto uscì dalla

chiesa e andò a casa del prete, bussò alla porta. La

cameriera si affacciò e gli chiese cosa voleva.

"Signora, sono venuto per chiedere qualcosa da

mangiare perché il prete in chiesa ha detto che

siamo tutti fratelli!"

La cameriera lo fece subito entrare, apparecchiò

anche per lui e lo invitò a prendere posto.

Il poveretto si era appena seduto a tavola e stava

già pregustando il pranzetto domenicale che la

cameriera aveva preparato per il prete, quando arrivò

il prete che nel frattempo aveva finito la funzione.

Vedendolo seduto a tavola, gli disse:

"E tu che ci fa seduto al mio tavolo?"

E il poveretto rispose:

"Arciprete, ho ascoltato quello che dicevate in

chiesa che siamo tutti fratelli! E chi ha da mangiare

ne deve dare a chi non ne ha. Così ho pensato di

venire a mangiare a casa vostra..."

Il prete allora si affrettò a chiarire bene il suo

pensiero:

"Fratelli sì ma in chiesa, non in casa....".

Cogli l'attimo

Una mattina una donna decise di andare nel bosco

per trovare della legna per fare il pane.

Mentre camminava in quei sentieri di campagna,

vide una borsa piena di monete d'oro. Dopo essersi

avvicinata, restò lì a pensare il da farsi. Era felice di

aver trovato tutte quelle monete d'oro che le

avrebbero cambiato la vita, ma poi pensò che lei era

uscita di casa per raccogliere la legna e non le

borse.

Allora pensò: "Quandu è a burzi è a burzi, quandu

è a ligna è a ligna!"1 e se andò via lasciando quel

tesoro in mezzo alla strada.

 

1 “Quando è a borse è a borse, quando è a legna è a

legna!”

 

 

Pane e cipolle

Una volta era uso che gli artigiani, specialmente i

falegnami, andassero nelle case dei ricchi signori - i

cosiddetti 'gnuri - ad eseguire dei piccoli lavori di

manutenzione.

Un giorno mastro Gianni, insieme al suo piccolo

aiutante, si recò a casa di uno di questi signori per

eseguire dei restauri su dei mobili antichi e, visto

che il lavoro era tanto, rimasero lì per una settimana

intera.

Mastro Gianni era molto contento di rimanere

perché tutti i giorni, arrivata l'ora di pranzo, la

signora metteva in tavola dei cibi prelibati ed era una

festa per il palato.

Ma un giorno che la signora non c'era, u'gnuri

mise in tavola solo del formaggio e delle cipolle

assieme a del pane.

Mastro Gianni guardò con un pò di tristezza la

tavola, perché di cipolle ne mangiava già tante tutti i

giorni a casa sua, ma pensò che almeno il formaggio

sembrava appetitoso. Quando iniziarono a

mangiare, u'gnuri, che era un po' tirchio, iniziò a

tessere l'elogio della cipolla di Tropea, esaltandone

tutti i benefici possibili ed immaginabili.

“Ah, queste cipolle sono davvero deliziose! Non

potrei mai farne a meno! E poi fanno anche così

bene alla salute!”.

Mastro Gianni, che aveva ben capito la strategia

del padrone, che voleva convincerli a mangiare solo

cipolle per risparmiare il formaggio, non gli diede

retta e continuò a mangiare pane e formaggio.

Invece, il piccolo aiutante, ingenuamente, stava ad

ascoltare quello che il padrone diceva e mangiava

solo pane e cipolle.

Mastro Gianni - che soffriva vedendo il ragazzo

mangiare solo cipolle, ma che non sapeva come

farglielo capire - all'improvviso fece finta di

arrabbiarsi con il ragazzo e dopo avergli dato un

sonoro scappellotto gli disse:

"Scostumato! Maleducato! Perché mangi le

cipolle? Mangia formaggio, che le cipolle piacciono

a u' gnuri!".

 

Ecce homo

Durante la Santa Pasqua si andava in chiesa per

assistere alle funzioni religiose della settimana santa.

Tutti i giorni c'erano delle funzioni. Ma, in

particolare, il giovedì santo c'era il rito della cena del

Signore e tutti i fedeli, anche quelli che durante

l'anno non frequentavano tanto la chiesa, avevano

piacere di assistere a quel rito, e poi fare la

comunione.

Ma per fare la comunione, ci si doveva prima

confessare.

Il prete aveva l'abitudine di confessare le donne

seduto nel confessionale, mentre per gli uomini si

sedeva vicino ad un busto che rappresentava l'ecce

homo, cioè la figura di Cristo flagellato.

Un giovedì santo, arrivò un fedele a confessarsi e

il prete, dopo essersi seduto vicino al busto dell'ecce

homo, gli chiese:

"Figliolo, dimmi i tuoi peccati".

"Padre, ho bestemmiato".

"La vedi quella corona di spine sulla testa di

nostro Signore Gesù Cristo? E' per colpa delle tue

bestemmie! E poi? "

"Padre non vengo mai a messa"

"Le vedi quelle piaghe sul volto sanguinante di

Gesù? E' per colpa tua, è per i tuoi peccati! E poi

figliolo?"

"Padre, ho mangiato carne anche durante la

quaresima..."

"Lo vedi Cristo com'è ridotto? E' tutta colpa tua!

Cristo ha sofferto per colpa dei tuoi peccati!".

Il fedele, sempre più dispiaciuto, pensò:

"Madonna mia! Cristo è stato ridotto così per colpa

dei miei peccati."

A quel punto vide che una candela accesa, che si

trovava vicino al busto dell'ecce homo, si era

piegata e stava per bruciare il mento di Gesù Cristo.

Allora gli venne spontaneo chiedere al prete:

"Arciprete! Per favore, spostate la candela, sennò

tra un po' direte che anche la barba di Nostro

Signore ha preso fuoco per colpa mia!"

 

Il problema del mezzogiorno

In paese un giorno arrivò un politico per tenere un

comizio durante la campagna elettorale del 1948.

Quasi tutti gli uomini andarono in piazza per

sentire cosa avrebbe promesso di fare per risolvere i

problemi del Sud.

Il politico parlava e prometteva tante cose che gli

uomini facevano anche fatica a capire.

"Cari elettori, se votate per me, io farò avere le

terre ai contadini! Con me avrete più scuole, più

lavoro, più ospedali, più strade!"

Nel fondo della piazza, un po' in disparte, stava un

contadino che era noto perché non aveva tanta

voglia di lavorare e mentre l'oratore esponeva tutti

questi bei propositi, lui chiosava:

"Pane per me! E lavoro per i figli miei...".

Quando l’oratore concluse infervorato dicendo

"Votate per me ed io risolverò il problema del

Mezzogiorno!", tutti applaudirono.

Il contadino, credendo che l'oratore si riferisse al

pranzo del mezzogiorno, si rivolse al suo vicino e

convinto gli disse:

"Votamulo! Votamulo! Che chistu almenu ci

risolve u' problema du menzjjornu... che poi pe a

sira n'da aggiustamu nui!"1

1 “Votiamolo! Votiamolo! Che questo almeno ci risolve

il problema del mezzogiorno... che poi per la sera ci

aggiustiamo noi!”

 

Le tovaglie dell'altare

In un piccolo paese di montagna, c'era un antico

convento dove viveva una comunità di frati

francescani.

I frati, ogni mattina, dopo avere letto le orazioni e

recitato tutte le preghiere, si dividevano i compiti.

C'era chi si interessava dell'orto, chi svolgeva dei

lavori di artigiano e, soprattutto, c'era chi curava la

parte di terreno coltivato a vigna, dalla quale si

otteneva un ottimo vino. Altri frati, invece,

andavano in giro per i paesi, portando con sé una

bisaccia a tracolla che serviva per mettere quello che

riuscivano a raccogliere chiedendo qualche aiuto

per il convento: questi frati erano detti i questuanti.

C'erano, infine, i frati che venivano chiamati dai

parroci dei paesi vicini nelle ricorrenze delle

festività importanti, come la Santa Pasqua o le feste

patronali. Questi frati, detti panegiristi o predicatori,

venivano chiamati perché avevano una buona

preparazione teologica e anche una buona oratoria e

sapevano raccontare con dovizia di particolari vita e

miracoli del santo all’occasione venerato.

Insomma, ogni frate cercava di contribuire come

poteva al buono andamento del convento. Il Padre

superiore era quello che si interessava della parte

amministrativa e doveva stare attento a tutto quello

che si spendeva, e fare in modo che a fine anno i

conti quadrassero. E per molti anni i conti

quadrarono, ma quando fu necessario intervenire

con degli importanti lavori di manutenzione

straordinaria, i conti andarono in rosso e il Padre

superiore non sapeva più come fare per metterli a

posto.

Una mattina, dopo aver recitato tutte le preghiere,

decise di indire una riunione con tutti i frati.

Arrivati nella sala delle riunioni, tutti presero

posto e il padre superiore iniziò ad esporre i fatti:

"Cari fratelli, vi ho qui convocati perché non so

più con quali risorse far fronte al debito che abbiamo

contratto per le riparazioni del convento. A tale

proposito vorrei sentire i vostri pareri, perciò vi

prego datemi qualche consiglio.".

Intervenne per primo frate Filippo, il quale a nome

dei frati più anziani disse:

"Padre superiore, abbiamo ascoltato il grave

motivo di questa riunione plenaria e siamo

assolutamente convinti che bisogna onorare i debiti.

Il consiglio che possiamo dare è quello di vendere

qualche quintale d'olio."

Altri chiesero la parola e suggerirono chi di

vendere il grano, chi il granturco, altri ancora di

vendere il vino.

In fondo alla sala si era seduto frate Paolo, un

fraticello piccolo di statura e molto riservato nel

parlare. Frate Paolo ascoltò in silenzio le varie

proposte, ma quando sentì che qualche frate

proponeva di vendere il vino, si alzò e timidamente

chiese la parola:

"Padre, posso dire la mia proposta?"

"Dimmi fratello Paolo, ti ascolto."

"Allora io vi consiglio di vendere tutto quello

che volete, le tovaglie dell’altare, i candelabri

d'argento, l’olio e il grano, ma il sangue

preziosissimo di nostro Signore Gesù Cristo, no!

Quello proprio no!"

La proposta fu subito accolta con entusiasmo da

tutti i fraticelli che, anche se non avevano il coraggio

di dirlo, un buon bicchier di vino non lo

disdegnavano certo. A quel punto il Padre superiore

rassicurò l'umile fraticello dicendogli:

"Hai ragione, fratello Paolo! Stai tranquillo che

venderemo tutto... ma il vino ce lo berremo noi!"

 

Le persone divine

Un giorno un giovane contadino, che abitava in

montagna, scese in paese perché doveva confessarsi

prima di sposarsi.

Entrò in chiesa, si avvicinò al confessionale, e

iniziò a confessarsi. Ad un certo punto il prete gli

chiese:

"Mi sai dire quante sono le persone divine?"

Il poveretto non sapendo che le persone divine

sono tre, Padre, Figlio e Spirito Santo, per paura di

offendere il prete decise di abbondare e disse:

"Mah, saranno dieci!"

E il prete:

"No figliolo, non sono dieci..."

"Allora sono venti".

"No, non sono venti!"

"E allora quante sono 'ste persone divine? Sono

forse cento?"

"Ma che cento e cento! Senti figliolo, fai una bella

cosa. Esci fuori un attimo, chiedilo alla prima

persona che incontri e vedrai che ti saprà dire quante

sono le persone divine. Poi torni da me così io ti

posso dare l'assoluzione e tu ti puoi sposare.".

Il giovane uscì fuori e fermò una donna che stava

per entrare in chiesa.

"Signora, ditemi per favore, quante sono le

persone divine?"

"Figlio, ma è facile, lo sanno tutti. Le persone

divine sono tre!"

"Possibile mai che sono solo tre? Io sono arrivato

fino a cento e il prete non si è accontentato, e adesso

secondo voi si può accontentare con tre?"

"Vai, figlio, va! Digli che sono tre e vedrai che il

prete ti assolverà".

Il contadino, non convinto della risposta, perché

tre gli sembravano troppo poche, rientrò in chiesa e

quando arrivò a qualche metro di distanza dal

confessionale dove lo aspettava il prete, disse:

"O vui 'nta stu casciuni! Vi cuntentati cu tri?"1

Il prete uscì dal confessionale e sorridendo gli

rispose:

"Finalmente! L'hai imparato che sono tre le

persone divine! Vieni che ti do l'assoluzione..."

 

1 “O voi in quel cassone! Vi accontentate con tre?”

 

 

Il troppo stroppia

Un giorno il Re decise di recarsi in visita in un

piccolo paese del Regno.

Allora diede ordine ai suoi scudieri di preparare le

carrozze e quando fu tutto pronto partirono.

All'arrivo in paese ci fu una grande festa e tutto il

popolo gridava "Viva il Re! Viva il Re!".

I notabili gli andarono incontro per riceverlo con

tutti gli onori e uno di essi del paese lo volle ospitare

a tutti costi a casa sua.

La sera, il Re andò a letto pensando di potersi

finalmente riposare tranquillo dopo una lunga e

faticosa giornata, ma non aveva fatto i conti con

l’accoglienza che lo zotico padrone di casa aveva

preparato. Infatti, non appena stava per prendere

sonno nel tepore delle candide lenzuola, il Re sentì

bussare alla porta.

“Avanti”, disse il Re.

Entrarono quattro domestici che obbligarono il

sovrano ad alzarsi perché dovevano cambiargli le

lenzuola.

La storia si ripeté ad ogni ora e a nulla valsero le

proteste del Re che chiedeva solo di essere lasciato

in pace. Quelle erano state le disposizioni del

padrone di casa, per il quale non era pensabile che il

Re dormisse tutta la notte nelle stesse lenzuola come

fosse uno del popolo.

Il mattino seguente, il Re si alzò più stanco di

quando era andato a letto. Dopo aver fatto colazione,

il sovrano e il padrone di casa si misero a discutere e

a parlare delle cose di cui il piccolo paese aveva

bisogno.

Il padrone di casa, benché ostentasse molto la sua

grandezza e le sue conoscenze, in realtà non

conosceva proprio le buone maniere ed era molto

intimorito dalla presenza del Re.

Per l'ora di pranzo le cuoche prepararono delle

portate degne dell’illustre ospite e imbandirono la

tavola con tante pietanze prelibate e del vino.

Il Re quando assaggiò le pietanze si complimentò

con le cuoche, dicendo che era tutto di suo

gradimento. Dopo avere assaggiato il vino si rivolse

al padrone di casa e si complimentò con lui.

Ma il padrone di casa, pensando di fare ancora più

bella figura, gli rispose lestamente:

"Sire! Ma questo è niente in confronto con quello

che ho ancora in cantina!".

Il Re incuriosito dalla risposta gli chiese:

"Allora come mai non lo avete servito oggi?"

E il signorotto di casa replicò:

"Quello lo conservo per occasioni... migliori!"

 

La soluzione di tutti i problemi

Compare Salvatore aveva bisogno di soldi per

sostenere delle spese impreviste e non sapendo

come fare ne parlò con la moglie e così decisero di

chiedere un prestito a mastro Nicola, un loro vicino

di casa.

Dopo qualche giorno, compare Salvatore si recò a

casa del vicino e gli disse, non senza imbarazzo, che

aveva bisogno di un prestito.

Mastro Nicola, dopo essersi consultato con la

moglie, rispose che poteva prestargli i soldi ma a

condizione che entro tre mesi glieli restituisse perché

doveva far fronte a degli impegni che non poteva

proprio rimandare. Ricevuta questa rassicurazione,

mastro Nicola diede la somma richiesta,

raccomandando ancora la massima puntualità nella

restituzione.

Compare Salvatore prese i soldi e se andò tutto

contento per aver risolto un problema che lo stava

veramente assillando.

Dopo aver sistemato le sue questioni, i giorni

passarono svelti e il tempo pattuito stava ormai per

scadere e compare Salvatore capì che difficilmente

sarebbe riuscito a trovare il modo per restituire i

benedetti soldi a mastro Nicola.

Ogni tanto ne parlava anche con la moglie, ma

entrambi non riuscivano a trovare una soluzione.

Arrivò quindi l’ultima sera prima della scadenza

del termine. Compare Salvatore andò a letto ma non

riusciva ad addormentarsi per il pensiero della brutta

figura che stava per fare con i vicini di casa e, per la

tensione, si girava e rigirava nel letto tanto da

svegliare la moglie:

"Ma cos'hai stanotte? Non solo non dormi tu, ma

non lasci dormire neanche me!" disse un po’ seccata

la moglie.

“Cos’ho? Cos’ho? Non ti ricordi che domani

dobbiamo restituire quel denaro a mastro Nicola?".

Al che anche la moglie si mise a pensare come

trovare la soluzione ma si erano ormai fatte quasi le

tre e di idee buone neanche l’ombra.

Poi, come se avesse avuto un’illuminazione, toccò

con il piede il marito e nel buio esclamò:

"Ora ci penso io".

La donna si alzò, andò alla finestra, la aprì e nel

silenzio della notte chiamò:

"Mastro Nicola! Mastro Nicola!"

Questi, che fino a quel momento stava dormendo

tranquillamente, si svegliò di soprassalto e si

affacciò per vedere cosa stesse capitando:

"Commare, che succede?

"Volevo dirvi una cosa..."

"A quest'ora! Dite commare che c'è?"

“Niente, niente. Sapete per quei soldi che vi deve

mio marito?”

“Sì, certo che lo so…”

" Beh, domani non ve li può dare".

Poi senza dargli tempo di rispondere, chiuse la

finestra e tornò a letto dicendo al marito:

"Dormiamo, dormiamo marito mio, 'che adesso

stanno svegli loro!"

 

Il pianoforte

C'era una volta una donna, che era nata in una

famiglia molto povera, ma la fortuna le fu benigna e

le fece conoscere un signore molto facoltoso con il

quale si sposò e dal quale ebbe anche una figlia

molto bella. Così, grazie al fortunato matrimonio, si

ritrovò a vivere negli agi, ma sempre un po’ zotica

rimase.

La donna sperava che la figlia riuscisse ad entrare

nella buona società e, non sapendo come fare, pensò

di iscriverla a una scuola di musica. L'idea fu buona

perché la ragazza ebbe modo di conoscere tanti

ragazzi di buona famiglia che frequentavano lo

stesso corso. Con uno di questi nacque anche una

bella amicizia e ogni tanto facevano i compiti

insieme. Spesso lui la invitava a casa sua per

esercitarsi al suo pianoforte. Un giorno anche alla

ragazza venne l'idea di invitarlo a casa sua per

suonare qualche sonata a quattro mani al pianoforte.

Mentre suonavano contenti per i giusti

sincronismi raggiunti, entrò la madre di lei.

Vedendo la scena, la donna rimase così male che

volle rimediare all’istante a quell'increscioso

inconveniente e, credendo che suonare in due sullo

stesso pianoforte fosse un segno di povertà, ordinò

alla servitù:

"Andate a comprarne subito un altro! E che non si

sappia in giro che a casa mia si deve suonare in due

allo stesso pianoforte!"

 

La Santa Cucuzza

C'era una volta un anziano prete che diceva messa

in una chiesetta di campagna molto isolata dal resto

del paese.

Non avendo neanche un calendario, non sapeva

mai quando era il periodo giusto per celebrare le

funzioni, e specialmente quelle della Santa Pasqua

gli creavano qualche problema. Così, tutti gli anni,

quando arrivava la primavera, ne parlava con la

piccola comunità dei fedeli ma non si riusciva mai a

trovare una data che accontentasse tutti. Chi

sosteneva che era ancora troppo presto, chi che era

troppo tardi. Per qualche tempo si andò avanti come

si poteva. Ma un giorno - era appena passato

l'inverno - al prete venne in mente un'idea. Svuotò

una zucca e la mise ad asciugare. Quando la zucca

si asciugò, prese quaranta semi della stessa zucca e li

mise dentro, poi la portò in chiesa e la fece vedere ai

suoi fedeli spiegando che dentro c'erano quaranta

semi di zucca e che togliendo un seme al giorno,

dopo quaranta giorni, si poteva festeggiare la Santa

Pasqua.

L'idea piacque a tutti i fedeli e così la zucca,

subito battezzata la Santa Cucuzza, fu sistemata in

un angolo appartato della chiesa.

E da quell'anno, tutti gli anni, verso la fine

dell'inverno, si ripeteva la stessa funzione: si

contavano i semi, si mettevano nella zucca e poi la

sistemavano al solito posto. Ogni mattina il prete,

entrando in chiesa per celebrare la santa messa,

toglieva un seme dalla Santa Cucuzza. Quando i

semi erano finiti, nella messa domenicale il prete

annunciava la data della Santa Pasqua.

Per tanti anni si andò avanti così, senza nessun

problema.

Ma un bel giorno, arrivò un ragazzo in parrocchia:

era il nipote del prete, il quale vedendo questa zucca

in chiesa, un po' incuriosito, andò a guardare dentro

e vide che c'erano dei semi. Non sapendo perché

erano lì dentro, ne prese un po' e se li mangiò.

Poco dopo, parlando con lo zio prete del più e del

meno, venne conoscenza della storia della Santa

Cucuzza e del perché di quei semi dentro la zucca.

Allora pensò di rimediare subito, prima che lo zio se

ne accorgesse. Prese un'abbondante manciata di semi

e li mise dentro la zucca. Dopo qualche giorno, il

ragazzo se ne andò via, senza dire niente a nessuno

dell'accaduto. Così ogni mattina il povero prete

continuava a togliere semi.

Fiorivano le rose, i campi da verdi diventavano

gialli di grano, gli alberi da frutto erano carichi di

frutta matura e quei benedetti semi non finivano

mai!

I fedeli erano un po' preoccupati per quel ritardo e

di tanto in tanto chiedevano al prete quanto tempo

c'era ancora d'aspettare e lui rispondeva che quando

sarebbero finiti i semi l'avrebbe detto in chiesa.

Ma vedendo che dopo averne già tolti tanti, ma

tanti, nella zucca ne rimanevano ancora molti, e non

sapendo a cosa attribuire un tale fenomeno, pensò

ingenuamente che in quella zucca era successo

qualcosa di soprannaturale e che l'arrivo o meno

della Santa Pasqua dipendeva tutto dalla zucca.

Così, ad un certo punto, decise di farne partecipi i

fedeli.

Finita la santa messa invitò tutti a rimanere seduti

e attenti perché doveva fare un annuncio

importantissimo. I fedeli speravano che, anche se

con molto ritardo, finalmente era giunto il momento

dell'annuncio della data della Santa Pasqua.

Invece destò una grande sorpresa, e nel silenzio

più assoluto disse:

"Cari fratelli, care sorelle, con molto dispiacere vi

devo dire che come dice la Santa Cucuzza, Pasqua

non veni pe' chist'annu!"1

E i fedeli per quell’anno si dovettero rimettere alla

volontà della Santa Cucuzza.

 

1 “Pasqua non viene per quest'anno!”

 

I venditori imbroglioni

Una volta nei piccoli paesi al mattino arrivava

sempre qualche venditore ambulante che a voce alta

reclamizzava la sua mercanzia. Le donne si

affacciavano dal balcone, stavano a sentire per

capire cosa si vendeva e, se il prodotto le

interessava, uscivano di casa e si avvicinavano

dove il venditore si fermava. Di solito si formavano

dei capannelli: c'era chi comprava, chi chiacchierava

con l'amica, insomma era anche quello un modo per

incontrarsi e scambiare due parole. Alla fine si tutti

si salutavano e si tornava alle faccende domestiche.

Quasi tutti gli ambulanti erano conosciuti nel

paese, perché tutte le settimane nei giorni stabiliti

passavano a vendere i loro prodotti quasi sempre di

buona qualità.

Una mattina però arrivò a bordo di un furgoncino

un nuovo venditore ambulante. Tutti credevano che

fosse come gli altri una brava persona, invece era un

gran imbroglione.

Con della farina gialla di granoturco aveva

confezionato tanti sacchettini, spacciandoli per una

polvere prodigiosa per uccidere le pulci. A questo

prodotto aveva dato il nome di "medicina dii pulici".

Il venditore piazzò il suo banchetto in una delle

strade più trafficate e incominciò ad invitare le

persone che si trovavano lì vicino ad avvicinarsi:

"Avvicinatevi, gente! Avvicinatevi! Venite a

vedere la scoperta del secolo: è arrivata la medicina

dii pulici! Un nuovo prodotto che vi libererà per

sempre della schiavitù delle pulci!"

A chi gli chiedeva cosa fosse quella medicina e

come si doveva usare, lui rispondeva:

"Farò una sola spiegazione per tutti alla fine della

vendita. Comprate, gente, comprate...".

La notizia fece immediatamente il giro del paese e

tutti, anche dalle ultime case, accorsero per

comprare questo miracoloso prodotto. La strada era

ormai piena di gente e tutti aspettavano la

spiegazione dell'uso del prodotto. Ma il venditore

continuava a rimandare il momento della

spiegazione e invitava le persone a fare in fretta

perché il prodotto miracoloso stava ormai per finire.

Sentendo così, anche quelli più scettici si

avvicinarono e alla fine tutti avevano comprato un

sacchettino del miracoloso prodotto contro le pulci,

anzi alcuni ne avevano comprato anche più di uno

per tenerlo di scorta non sapendo quando sarebbe

capitata un'altra occasione del genere.

Dopo che tutti avevano pagato il prezzo stabilito,

il venditore salì sul cassone del furgoncino e disse

sottovoce al suo aiutante:

"Accendi il motore...".

Poi, come promesso, iniziò a spiegare in che

modo si doveva adoperare il prodotto per ottenere il

miglior risultato:

"Allora, cari amici, ora vi spiegherò come

utilizzare al meglio il prodotto testé acquistato!

Innanzi tutto dovete prendete la pulce con due dita

della mano la sistemate fra le ginocchia e la

stringete. Poi con una mano le aprite la bocca e con

l'altra mano - state bene attenti! - prendete un

pizzico di questa medicina dii pulici e la mettete

nella bocca della pulce. Chiudetele la bocca e

tenetela ferma per qualche istante, il tempo che il

miracoloso prodotto faccia il suo effetto! Continuate,

con la stessa procedura con tutte le altre pulci e cosi

in pochi giorni vi sarete liberati per sempre da

questi fastidiosi insetti! Mi raccomando di non

mettere tanta polverina perché è così potente che ne

basta veramente poca e ne avrete per tanti mesi!".

A questo punto, tutti iniziarono a guardarsi stupiti

della spiegazione che il venditore aveva dato. Il

silenzio scese sulla piazza e lentamente lo stupore si

trasformò in rabbia. Ad un certo punto, il silenzio fu

rotto dalle imprecazioni contro il venditore e i più

animosi cercarono anche di menarlo ma, ingranata

la marcia, il furgoncino partì velocemente avvolto

da una nuvola di polvere. E da quel giorno il

venditore della medicina delle pulci non tornò più

in quel paese.

Ma dopo qualche tempo, un altro venditore di

fumo ci provò con un’altra trovata molto

interessante: cosa fare per non rimanere mai senza

pane che, a quei tempi, si faceva in casa.

Il venditore, arrivato in paese, si diresse verso la

piazza dove vide visto che c'erano tante persone e

pensò di fermarsi ad illustrare il suo metodo:

"Cari amici, volete sapere come non mancherà

mai il pane nelle vostre case?"

Sentendo queste parole, tutti si avvicinarono e

invitarono il venditore ad essere più chiaro e a

spiegare cosa dovevano fare per ottenere quanto lui

sosteneva. Il venditore , prima di iniziare ad esporre

il suo metodo, invitò i presenti a stare bene attenti su

quanto lui stava per dire ma per essere certi di non

dimenticare qualche particolare potevano comprare

il libro che lui aveva scritto e consultarlo ogni qual

volta ne avessero avuto di bisogno. Ma questa volta

le persone presenti non cascarono nell'inganno come

la volta della medicina delle pulci e si guardarono

bene dal comprare il libro prima di aver sentito la

spiegazione.

Finalmente dopo tutti i convenevoli del caso, il

venditore iniziò a spiegare in cosa consisteva il suo

metodo, rivolgendosi alle donne che nel frattempo

erano accorse numerose:

“Gentili signore, mi rivolgo a voi che siete le

regine della casa, l'angelo del focolare, a voi che

sapete quanto è triste quando manca il pane in casa.

Ebbene, state ad ascoltare quanto sto per dirvi è il

problema sarà risolto per sempre. Come vi accorgete

che il pane sta per finire, vi preparate le fascine che

servono per scaldare il forno, poi preparate il grano

lo portate al mulino lo fate macinare cosi è pronta

anche la farina, la setacciate bene e la mettete da

parte. Comprate anche il sale e lo mettete lì vicino.

Poi state tranquille fino a quando non arrivate a

l'ultima pagnotta. A quel punto, è ora di fare il pane.

La sera prima ricordatevi di preparare il lievito. Al

mattino vi alzate presto accendete il fuoco scaldate

dell'acqua e vi mettete ad impastare la farina con il

lievito. Una volta impastato il pane lo lasciate

lievitare e, mentre lievita, accendete il forno, lo

riscaldate fino alla giusta gradazione e poi infornate

il pane. Così a mezzogiorno i vostri figli e i vostri

mariti potranno gustare il pane caldo e profumato! E

adesso, donne, comprate il mio libro perché è

scientificamente provato che seguendo le mie

indicazioni a casa vostra non mancherà mai il pane!

Signore e signori, comprate il mio metodo!

Compratelo!”.

Ma questa volta i paesani si misero a ridere e si

allontanarono contenti per non essersi fatti

imbrogliare per la seconda volta. Anzi, qualcuno si

mise anche a prenderlo in giro dicendo che quel

metodo lo conoscevano già molto bene anche le loro

nonne, prima che arrivasse lui col suo trattato e per

tanto non avevano nessun bisogno delle sue

spiegazioni. Non essendo riuscito a convincerli a

comprarne neanche una copia, il venditore rimase

da solo nella piazza.

Poi ritirò mestamente le sue cose e se ne andò via

e nessuno lo vide mai più.

 

La visita dal medico

Compare Saverio, che da un po' di tempo non

stava tanto bene di salute, decise di ascoltare il

consiglio della moglie e si recò dal medico del

paese.

Il medico dopo una lunga e accurata visita gli

disse:

"Caro Saverio, non è niente di grave ma tu devi

assolutamente fare una vita più regolare. Innanzi

tutto, ti devi togliere il vizio del fumo. Poi non devi

bere vino, devi mangiare con moderazione e,

soprattutto, non devi andare a lavorare. Ascolta i

miei consigli e vedrai che i tuoi malanni

passeranno."

"Va bene, dottore, cercherò di fare come dite voi."

Appena entrato in casa, compare Saverio trovò la

moglie che lo aspettava impaziente:

"Allora, cosa ti ha detto..."

"Stai tranquilla, Lucia, non è niente di grave però

devo seguire una cura che il medico mi ha dato."

"Va bene, faremo tutto quello che ha detto il

medico. E in cosa consiste questa cura?"

"Innanzi tutto mi ha detto che non devo più

fumare"

"Te lo dicevo io! Sante parole, il medico ha fatto

bene a dirtelo!"

"Poi mi ha detto che non devo più bere il vino

neanche a tavola! E anche col cibo, mi ha detto di

stare attento a guardare un po' quello che mangio.

Insomma devo condurre una vita più regolare."

"Tutto giusto, il dottore ha ragione, abbiamo

proprio fortuna ad avere in paese un medico così

capace! Ti ha detto qualcos'altro?"

"Si! Mi ha detto pure che non devo andare a

lavorare..."

Al che la moglie sbottò contrariata:

"E mo' va videndu chiju chi dinnu i medici!"1

 

1 “E adesso vai a sentire quello che dice il medico!”

 

 

La cacasentera

Gregorio e Vincenzo lavoravano tutti i giorni

assieme nei campi. Zappare era un lavoro molto

duro anche se Gregorio, avendo l'aratro, faticava

meno di Vincenzo che lavorava ancora solo con la

zappa.

Quando finivano di lavorare, raccoglievano le loro

cose e poi li aspettava ancora un'ora buona di

cammino prima di arrivare finalmente a casa per

potersi riposare.

Una sera Gregorio, sapendo che il giorno dopo

doveva lavorare nello stesso campo, decise di

lasciare il vomere, cioè la lama dell'aratro, dietro un

cespuglio.

Vincenzo, che aveva visto il nascondiglio, decise

di ritornare indietro e di rubare il vomere dell'amico.

Il giorno dopo, quando arrivarono sul posto,

Gregorio andò dietro il cespuglio ed ebbe la brutta

sorpresa: il vomere non c'era più! Disperato, si

rivolse all'amico Vincenzo:

"Mannaggia! E' sparito il vomere! Ieri sera l'avevo

messo qui e ora non c'è più!"

"Davvero? E dove l'avevi messo?"

"Qui l'avevo lasciato! Dietro questo cespuglio!

Com'è potuto succedere?"

"Mah, secondo me se l'è mangiato la

cacasentera..."

"La cacasentera? Ma come è possibile che un

vermicello così piccolo si mangi un vomere di

ferro?"

"E' possibile, è possibile...", disse Vincenzo.

Nonostante le argomentazioni dell’amico,

Gregorio faceva fatica a credere che una

cacasentera fosse riuscita a mangiarsi il suo vomere.

Comunque, il vomere non c’era più e, senza vomere,

anche Gregorio fu costretto a tirare fuori la zappa e a

darci sotto per dissodare tutto il campo.

Il tempo passò e un giorno Vincenzo andò alla

fiera di San Gaetano dove comprò un bel maiale.

Tornato a casa, lo mise nel suo recinto in attesa che

crescesse ancora un po’.

Ma Gregorio, vedendo quel bel maiale nel recinto

di Vincenzo, pensò di fargli un bella sorpresa,

come quella che aveva avuto lui quando non aveva

trovato il vomere che aveva nascosto nel cespuglio.

Così, nella notte, si avvicinò cautamente al recinto e

si prese il maiale dell’amico.

La domenica, Gregorio cucinò il maiale e si fece

una bella scorpacciata di carne. Poi felice e contento

uscì per andare in piazza a fare due passi per digerire

tutto il ben di dio che si era mangiato.

Davanti alla chiesa incontrò l'amico Vincenzo, che

era tutto triste per la scomparsa del suo maiale.

Quando Gregorio si avvicinò per salutarlo, Vincenzo

si accorse che l’amico aveva tutto il muso unto e

allora disse:

"Cumpari, aviti u mussu cundutu?"1

Gregorio, cercando di pulirsi il mento con la

manica della giacca, rispose:

"E compare, che volete, prima di uscire mi sono

mangiato un po' di pane con due cipolle!"

Vincenzo, per niente convinto della spiegazione,

gli disse:

"Ma cumpari, la cipolla non cundi mussu!"2

E l'altro gli rispose prontamente:

"...e a cacasentera non mangia vommaru!"3

 

1 “Compare, avete il muso unto?”

2 “Ma compare, la cipolla non unge il muso!”

3 “...e la cacasentera non mangia vomere!”

 

 

Un mestiere importante

C'era una volta una signorina molto carina ma

tanto vanitosa.

Un giorno conobbe un bel ragazzo e dopo un

breve fidanzamento si sposarono.

Il marito aveva un lavoro molto umile ma lei lo

fece diventare superiore a una professione. Spesso

ostentava anche una certa agiatezza che in realtà non

aveva. Quando incontrava qualche sua amica che le

chiedeva del suo matrimonio, lei rispondeva che

andava tutto bene, l'unico problema era il lavoro di

suo marito che essendo tanto impegnativo lo teneva

molte ore lontano da casa.

Ma un giorno un’amica fu curiosa di sapere

esattamente di che lavoro si trattava e allora le

chiese:

"Forse tuo marito è un dottore!"

"Ma quale dottore e dottore!"

"Sarà un ingegnere..."

"Ma quale ingegnere!"

"E allora si può sapere cosa è questo lavoro così

importante?"

E la moglie, tutta orgogliosa nel dire la

professione di suo marito, rispose:

"Mio marito è mastru accuggjia paggjia allu

'mbastaru!"1

 

1 “Mio marito è maestro avvicina paglia all'artigiano che

costruisce l'imbasto per gli asini!”

 

Vacanze d'estate

Una volta nei paesi non molto distanti dal mare,

verso la fine di luglio, finite le celebrazioni delle

festività patronali, le donne iniziavano i preparativi

per andare al mare.

I mariti di solito rimanevano a casa e le mogli

cercavano di lasciare tutto in ordine prima di partire.

Poi preparavano il pane e i biscotti al forno e una

parte se la portavano loro e l'altra rimaneva in

casa.

Per stabilire la data di partenza si doveva poi

parlare con il signore che aveva l'unico mezzo di

trasporto disponibile a quei tempi. Il mezzo di

trasporto non era altro che un carro agricolo trainato

dai buoi.

Il giorno stabilito, si caricavano tutte le masserizie

sul carro e la sera si partiva. Il viaggio, anche se

solo di una trentina di chilometri, durava tutta la

notte. Ogni tanto si faceva qualche piccola sosta per

far riposare gli animali e il mattino seguente si

arrivava al mare.

Una volta arrivati, si dividevano in comitive di

parenti o amici e ogni gruppo affittava un unico

alloggio e trascorreva due tre settimane in allegra

compagnia.

Ma in paese c'erano anche dei mariti che non la

pensavano così, e con la scusa che non avevano la

possibilità di sostenere quelle piccole spese, le loro

mogli non potevano andare al mare.

Una di queste era commare Anna, la moglie di

compare Gianni, che non poteva andare perché

sapeva che il marito non era d'accordo. Ma quando

vide che le amiche si preparavano per partire, le

venne una grande idea: quella di andare dal medico!

Così un giorno si recò dal medico del paese che

come la vide le chiese:

"Commare Anna, di cosa avete bisogno."

"Dottore, avrei bisogno di una visita perché è da

tanti giorni che non sto tanto bene."

Il dottore, che conosceva bene i suoi pazienti,

pensò di aver capito quali erano i veri problemi di

commare Anna, perché tutti gli anni in quel periodo

le donne avevano bisogno di cure per dei malanni

che prontamente guarivano con una ventina di giorni

di mare.

Iniziò a visitarla e mentre la visitava le chiedeva:

"Commare, avete male alla schiena?"

"E sì dottore..."

"E ogni tanto vi fa male anche la testa..."

"Proprio così,.."

"E scommetto, cara commare, che vi sentite

sempre stanca..."

"Dottore mio, quanto sapete. Sto proprio, come

dite voi!".

A quel punto il dottore non aveva più il minimo

dubbio sul vero stato di salute di commare Anna,

che per sua fortuna stava veramente bene. Dalle

risposte che lei gli dava mentre la visitava, capiva

sempre di più che non si era sbagliato nel pensare

che la cura che lei voleva le fosse consigliata era

solo qualche settimana di mare!

"Cara commare, la cosa adesso non è tanto grave

ma potrebbe aggravarsi se non prendiamo

provvedimenti subito".

"Ditemi, dottore, cosa dovrei fare?"

"Ma cosa vi posso dire, commare. Invece di

prendere tante medicine, vi consiglierei qualche

settimana di aria di mare.”

“Dottore, ma questa cura non la posso fare. Come

faccio a dirlo a mio marito che lui sicuramente dirà

che non abbiamo la possibilità di sostenere le spese.

Dottore, ordinatemi qualche medicina che abbia lo

stesso effetto del mare e a me va bene lo stesso."

"A voi può anche andare bene, ma non va bene a

me che sono il medico!"

"E come posso fare io..."

"Bah, sentite commare come arrivate a casa gli

dite a vostro marito di venire da me che gli devo

parlare".

Commare Anna corse subito a casa e disse al

marito:

"Sai Gianni, oggi sono andata dal medico e mi ha

detto se puoi andare da lui che ti vuole parlare".

Il povero marito si preoccupò molto e andò subito

dal dottore.

"Dottore, mi ha detto mia moglie che mi volete

parlare e io sono corso subito da voi. Che succede?"

"Siediti, siediti Gianni! Non ti preoccupare, niente

di grave"

"Dottore, non lasciatemi in pensiero..."

"Sai, oggi è venuta tua moglie per una visita e l'ho

trovata un po' stanca e malandata. Così le avevo

consigliato di andarsene qualche settimana al mare,

ma lei mi ha risposto di no perché dice che non avete

la possibilità di sostenere le spese."

"Ma voi cosa dite dottore, che deve proprio

andare?"

"Io ti consiglio di vendere qualche cafiso di olio e

di farla andare perché respirando l'aria del mare non

deve prendere tante medicine."

"Se le cose sono così, non vi preoccupate dottore.

Adesso ci penso io: la cosa più importante è la

salute!".

Compare Gianni ringraziò il dottore e andò via.

Appena entrato in casa, chiamò la moglie:

"Anna, stai tranquilla che il dottore mi ha detto

che hai bisogno solo di qualche settimana di aria di

mare e torni a stare bene come prima. Prepara tutto il

necessario che in questi giorni i nostri vicini vanno

al mare e tu vai insieme a loro."

La moglie ovviamente era tutta contenta, ma

faceva finta di non volere andare:

"Ma no marito mio, come faccio ad andare al

mare se non abbiamo i soldi?"

"Per la salute si deve fare qualunque sacrificio",

rispose il marito.

Così, grazie all'intervento provvidenziale del

dottore, commare Anna si fece "in buona salute" due

belle settimane al mare insieme alle sue amiche.

La corona d’oro

Un giorno compare Gaetano, che doveva andare

in Sicilia per sbrigare delle commissioni, decise di

portare anche suo figlio per fargli conoscere dei

posti nuovi, che essendo ancora giovane non aveva

avuto modo di vedere.

Il viaggio iniziò con la corriera fino a Villa San

Giovanni, dove si imbarcarono sul traghetto per

Messina. Il sole era alto nel cielo e la giornata calda

e luminosa: fu una traversata bellissima! Il ragazzo

era stupito nel vedere posti così belli.

Una volta arrivati a Messina, compare Gaetano

cercò di sbrigare le sue commissioni prima possibile,

in modo da avere più tempo libero da passare con il

figlio.

E così fu.

Verso mezzogiorno si incamminarono verso

piazza Duomo dove c'è la torre con un orologio

particolare. La particolarità consiste nel fatto che

quando è mezzogiorno, invece di sentire solo i

rintocchi delle campane, l'orologio si mette in

movimento facendo vedere tante figure: il gallo,

l'angelo e tante altre.

Era veramente uno spettacolo!

Quando l'orologio finì di suonare, compare

Gaetano portò il figlio a vedere la villa comunale,

dove si sedettero su una panchina per riposarsi un

po'.

Mentre erano intenti ad ammirare i fiori che

c'erano nei giardini, incominciarono a sentire

qualche tuono, allora compare Gaetano disse al

figlio:

"Sai Antonio, è meglio che ci avviamo verso il

porto. Non vorrei che ci prendesse un bel

temporale".

Antonio, però, era così contento della gita a

Messina che non aveva nessuna voglia di andare via

e pregava suo padre di rimanere ancora, ma dopo un

po', vedendo che il tempo si metteva al brutto, anche

lui si convinse:

"Papà, hai ragione, è meglio che andiamo".

Così si incamminarono verso il porto.

Il cielo che al mattino era chiaro e luminoso era di

colpa diventato scuro. Delle grosse nuvole cariche

di pioggia incombevano sullo Stretto.

Compare Gaetano e il figlio Antonio fecero

appena in tempo a imbarcarsi che arrivò un

temporale così forte, accompagnato da raffiche di

vento, che il traghetto sbandava da una parte

all'altra.

I passeggeri erano tutti pieni di paura e si misero a

pregare la Madonna. Pure Gaetano si mise a pregare

per la paura. Tutti promettevano qualcosa, chi

prometteva una cosa chi ne prometteva un'altra. Ma

la tempesta non si placava. Così compare Gaetano,

non sapendo più cosa promettere, disse:

"Madonna mia, se ci portate in salvo, vi prometto

una corona tutta d'oro!"

Il figlioletto, che era sempre rimasto lì vicino al

padre, sentendo quella promessa gli sembrò

esagerata:

"Ma papà, come puoi fare la corona d'oro alla

Madonna se non abbiamo una lira?"

E il padre rispose:

"Lascia che ci porti in salvo, che poi per la corona

d'oro ci pensiamo!"

 

 

 

U' scupettolu

Una volta quasi tutte le donne avevano l'abitudine

di andare al mulino quando avevano bisogno di

macinare. Portavano con sé i ferri per fare le calze o

l'uncinetto e passavano il tempo sferruzzando e

chiacchierando tra di loro; spesso si ritrovavano in

due o tre amiche e il tempo passava in chiacchiere,

ma nello stesso tempo stavano lì a tenere sott'occhio

il mugnaio. Insomma, stavano lì a controllare che il

mugnaio non si prendesse troppa farina, ma lo

facevano cosi garbatamente che anche se il mugnaio

lo sapeva che stavano lì per sorvegliarlo, lavorava

tranquillamente senza nessun problema.

Ad eccezione di quando capitava commare

Teresa, la donna più petulante del paese.

Una mattina commare Teresa disse al marito

Antonio:

"Oggi non andare a lavorare perché fra poco passa

compare Peppe 'u mulinaru a prendere il grano per

macinarlo. Siccome io oggi sono impegnata a fare il

bucato, al mulino devi andare tu. Però, mi

raccomando, stai bene attento, non ti fare

imbrogliare da compare Peppe, stai sempre vicino al

mulino".

Dopo poco tempo arrivò compare Peppe, prese il

grano, lo caricò sul suo asino e insieme a compare

Antonio si incamminarono verso il mulino.

A quei tempi i mulini erano situati fuori dai

paesi, tra gli alberi, vicino a dei corsi d'acqua,

perché il loro funzionamento dipendeva proprio

dall'acqua.

Una volta arrivati scaricarono l'asino presero il

grano e lo portarono dentro il mulino.

Compare Peppe prese quello che gli spettava e il

rimanente grano lo mise nella tramoggia. Poi mise in

moto le macine e la macinazione partì.

Tutto veniva fatto alla presenza di compare

Antonio che dopo le raccomandazione della moglie

stava molto attento a non farsi imbrogliare.

Una volta messo in moto il mulino andarono a

sedersi fuori della porta: da lì potevano sentire il

campanello che suonava per avvertire che il grano

era finito ed era ora di raccogliere la farina.

Ma compare Peppe aveva capito che il compito di

compare Antonio era quello di tenere sempre sotto

controllo la situazione, visto che se ne stava sempre

vicino al mulino e non si allontanava nemmeno di

un passo. Conoscendo molto bene quanto era

saccente commare Teresa, capì che questa aveva

fatto una buona lezione al povero marito.

Così decise di dimostrarle che per quanto lo

riguardava sarebbe stato lo stesso se il marito fosse

andato ha lavorare invece di stare lì a sorvegliarlo, e

mise in atto un'idea.

"Sapete cosa facciamo! Compare Antonio?"

"Cosa? Dite compare, vi sto a sentire."

"Invece di stare ad aspettare che il grano si macini

senza far niente, prendiamo un ramo di sambuco lo

tagliamo a misura e facciamo 'nu bellu scupettolu!"

"E' una buona idea, va bene", rispose compare

Antonio.

Il mulino macinava e loro lavoravano al taglio del

ramo di sambuco, che è l'unico legno che si presta

poiché avendo un’anima molto molle si riesce a

svuotarlo e a farne un tubo adatto per lo scupettolu.

Stabilita la misura che sembrava potesse andare

bene, circa una ventina di centimetri, compare Peppe

iniziò il lavoro di finissaggio per pulirlo per bene di

fuori e svuotarlo completamente dentro.

Lo scupettolu era un strumento di legno che si

utilizzava per lanciare delle palline di canapa

bagnata come se fossero dei proiettili, utilizzando un

rudimentale sistema ad aria compressa.

Una volta finito, per provarlo, prepararono due

palline e le misero dentro u’ scupettolu.

Spinto lo stantuffo, anch'esso di legno, la prima

pallina schizzò lontana e andò a fermarsi in mezzo

all'erba.

Allora il mugnaio disse:

"Compare Antonio, chissà se avete voglia di

andare a cercare la pallina!"

"Non vi preoccupate compare, vado subito".

E mentre il compare cercava la pallina, compare

Peppe, senza farsi vedere, entrò nel mulino e prese

un bel po' di farina da quella che spettava al cliente

e la nascose. Poi tornò a sedersi dov'era prima.

Quando compare Antonio tornò tutto contento

perché aveva trovato la pallina, la campanella del