|
Il mio paese |
|
|
Indice Poesie………..……………...……………………….… 9 Polsi -Inno mariano Bora Sui tigli La pioggia Pensieri serali L’amore Rose Momenti Stasera Il mio paese La fonte di Petrite Donne di ieri Malanda Sto sognando Il vecchio mulino A Nino Sarajevo Tempi moderni La vela Bambolina Uomo di tante battaglie L’emigrante Come giovane fanciulla La bontà del ricco Amore Da dietro un’anta Vendemmia Racconti……………………………………….….….. 37 L’opera sacra Dinami Aspromonte La pietra di Liso Storielle………………………………………….. .…. 65 La cura per le botte Il confessionale L’individuo Le scivolate Il maiale a due code Il coppolino rosso La confessione di mastro Peppe L’avvocato e il contadino Il seminarista Fratelli in chiesa Cogli l’attimo Pane e cipolle Ecce homo Il problema del mezzogiorno Le tovaglie dell’altare Le persone divine Il troppo stroppia La soluzione di tutti i problemi Il pianoforte La Santa Cocuzza I venditori imbroglioni La visita dal medico La cacasentera Un mestiere importante Vacanze d’estate La corona d’oro U’ scupettolu La volpe e la lumaca Conclusione…………………………………….. .….
119 Indice Il mio paese di Maria Fiumara Edizioni “il Proclama” Circolo Culturale SATURNIO Redazione e Amministrazione: Via
Real Collegio 20, Moncalieri E mail: saturnio@saturnio.it Autorizzazione Tribunale di
Torino n° 343 - del 20 ottobre 1994 Stampa a cura della ILO Grafica
Moncalieri Finito di stampare nel mese di
giugno 2006 Stampato in Italia – Printed in
Italy Poesie 9 Polsi - Inno mariano A tarda sera tra gli alberi di abeti addormentati la luna si fa spazio tra le
stelle con l'argentato luminoso raggio illumina il sentiero che i pellegrini porta in
Aspromonte. Camminano per giorni senza posa fino a raggiungere la meta, grande è la fede tanta la
speranza che il peso del cammino non si
sente. Tra luce di candele e odor
d'incenso nel santuario affiora un dolce
canto come una nenia cantata da una
mamma: ascoltala, Maria, questa
preghiera tu che la mamma sei di tutti
noi. (8 luglio 2001) 10 Bora Impetuoso vento di tramontana dagli usci scricchiolanti dalle tegole cadenti ti infili negli anfratti più
remoti raggiungi anche gli angoli
appartati scruti nelle pieghe più segrete. Mulinello di foglie inanimate volteggiano sul lago come canne lungo la palude. 11 Sui tigli In cima alla collina, stormo di uccelli dalle varie voci diffondono nell'aria un festoso canto. Sparsa qua e la nella brughiera l'erica è fiorita e il profumo del vento si confonde sa di fieno brinato di menta spicata sui muretti di pietra ai bordi del prato. 12 La pioggia Amo la pioggia quando scende leggera e bagna le zolle arate di fresco. Il grano germoglia e già mi par di sentire il profumo del pane. 13 Pensieri serali La sera su questa scogliera il cielo si tinge di rosa lo sguardo si trastulla tra le onde in cerca di una conchiglia ove sostare. 14 L'amore L'amore è come un'arpa nelle sapienti mani di un
artista, fa vibrare le corde del cuore sono quelle dei primi amori. 15 La siepe è frammista di calendule e rose. Rose, di svariati colori per ritrovare un amore sognato tradito infinito. Boccioli di rosa per il bouquet di una sposa per addobbare una chiesa per coronare una tesi gioite soffrite amate. Protagoniste voi siete. Rose! 16 Momenti Profumo di salsedine nell'aria al sorgere dell'alba al nuovo giorno. Dal mare calmo quasi
trasparente, il sole illumina le case negli antichi vicoli di pietra dove un vecchio lavora le sue
ceste intrecciando i rami di castagno e le donne tessono al telaio
tele di seta da dare in dote alle novelle
spose: giovani spose, fiori di loto, in voi c'è la primavera, c'è la
vita. 17 Stasera A lume di luna ombrata dai racemi della bougainvillea, ho riletto la mia favola
d'amore. Ho rivissuto l'inquietudine del
cuore e le sensazioni di quella età
senza pensieri. Sfogliando nei ricordi del
passato in una sera d'estate, nel silenzio delle ore, ho sognato. 18 Il mio paese Sono tornata al paese del Sud e l'ho cercato fra tanti
palazzi. Una volta fra piccole case era il ritrovo dei vecchi amici
. Ora cammino per le strade e più non vedo il volto
sorridente dei bimbi che giocavano con
niente. Vado a ritroso con la fantasia e rivedo gli anni dell'infanzia
mia. 19 La fonte di Petrite Fra rovi contorti e muschio sempre verde la ginestra fiorisce su una rupe incolta. Come farfalla vado su per i sentieri alla ricerca della fonte antica. Un dolce ricordo d'incanto mi
assale, lo sguardo smarrito fra mille
pensieri, memorie lontane di un tempo che
fu. 20 L'alba le sorprendeva a cantare in coro chine sotto gli annosi alberi di
ulivo. Camicette colorate e lunghe gonne di tela turchina, con le mani screpolate dal
grecale, cercavano le olive celate tra ciuffi d'erba e foglie
inumidite con la semplicità dei loro
pensieri. Donne di ieri. 21 Melanda La seggiola impagliata la porta sempre chiusa confidano al silenzio il tuo
passato. Nelle tue antiche case, arroccate attorno alla merlata
torre, la fioca luce della lucerna ad
olio creava giochi d'ombre alle
pareti un po’ caliginose. E in quella madia grezza, dal tempo e dall'usura levigata, aroma di vinello ancora mosto e pane di granturco cotto al
forno avvolto nelle foglie di castagno. Sul focolare acceso con
ramaglie, la brace ravvivata dal
ventaglio, dava il sapore dell'inverno alle silenti sere d'autunno. 22 Sto sognando Il Monviso si staglia alle mie
spalle il vento sfiora i miei capelli, osservo il verde che mi circonda e il fiume che scorre nella
valle. Mi immergo nei miei pensieri e con gli occhi della mente vedo un mondo ricco d'amore. Ma il fruscio delle foglie mi
desta e mi accorgo che stavo sognando. (16 settembre 1996) 23 Il vecchio mulino Giù nella verde vallata c'è il vecchio mulino sepolto nel profondo oblio. Non s'ode più lo stridolio delle macine di
pietra né lo scalpitio del cavallo lungo il sentiero. L'edera s'inerpica sui muri sgretolati e il fiume scorre lento e solitario. Tutto è silenzio intorno; soltanto il passo s'ode di qualche ramingo passante e il cinguettio degli uccelli saltellanti sui pioppi, unici testimoni rimasti nella verde vallata. 24 A Nino Il quattro febbraio non è ancora
primavera, il cielo è avvolto di malinconia e il giorno fatica a sorgere e a
morire. E Tu sei già andato via dalla scena del mondo lasciando come il vento tra le
foglie l'eco del tuo entusiasmo: la passione per l'arte, l'amore
per la vita. Rimarrai nei ricordi e nei
pensieri di quanti ti conobbero e ti han
voluto bene. Si è spento un faro ed in cielo si è accesa una stella: quella stella sei tu e ci guiderai lungo il nostro
cammino. (4 febbraio 2002) 25 Sarajevo Nel cielo buio un guizzo, un lampo e la terra trema. Bimbi che giocano e madri con i figli al petto cadono come stelle
all'imbrunire. Scene di apocalisse vibrano ancora nelle nostre
menti. 26 Tempi moderni Da nord a sud sembra una Babele si parla solo con Internet ed
e-mail. La musica di Bach puoi ascoltare dal jingle di un cellulare; in viaggio non ti senti mai
isolato se il viva voce hai attivato. Se sei vecchio o sei bambino il cellulare hai sempre con te
vicino; se vuoi saper nel mondo cosa
accade con internet ti puoi collegare. Anche i messaggi degli
innamorati a un cellulare vengono affidati. Mi fermo: ripenso al passato, quando con gli occhi si sapeva
amare senza l'ausilio dell'auricolare. Ma tutto questo si sa, è segno di modernità. 27 La vela All'alba arriva la vela, la riva l'accoglie e il mare con le sue onde in bianca spuma le fa festa. Al tramonto la vela riparte, lasciando dietro di sé una piccola scia che piano piano si perde nel nulla. 28 Sei graziosa, sei carina, sei una bambolina di panno lenci colorata, adesso in un cantuccio conserva. Eri il sogno di ogni bambina, ed io ti chiamerò Regina. 29 Uomo di tante battaglie, maestro di vita eri tu. Ricordo il tuo passo svelto e mi rivedo bambina con piede affaticato a starti
dietro. Ricordo il tuo sguardo profondo e poi la tua voce possente, di quel ciao che mi dicevi quando venivo a salutarti. E' così che ti voglio ricordare e non sotto il peso degli
affanni che in un giorno d'autunno ti portarono via per sempre. Anche se so che tu non mi
rispondi, ti voglio dire ancora: ciao
papà! (12 ottobre 1989) 30 L'emigrante Terre lontane, terre sconosciute veniamo a voi per un pezzo di
pane, con la speranza in cuor di
ritornare nella casetta intorno al
focolare. Man man che invecchio mi accorgo che non posso più
tornare, e allora penso: quant'è triste l'emigrare. (1977) 31 Come giovane fanciulla, mi lascio andare in reminiscenze giovanili quando nel parlar con te mi eri amica discreta e premurosa mamma. Ai tanti miei perché tu rispondevi con proverbiale calma che era la tua regola di vita. Nei vasti campi, acquerelli di colore, raccoglierò un fiorellino di
prato da conservare insieme alle tue
cose e al tuo dolce sorriso, Mamma. (2001) 32 La bontà del ricco Un ricco esce da un cancello di un palazzo in mezzo a una
città. Un poverello gli tende la mano e chiede: <Me la fai la
carità?> Il ricco mette la mano in tasca prende un soldino e glielo dà al meschino. Poi con indifferenza se ne va e il poverello dice: <Che
bontà!> (1978) 33 Amore è una carezza di mamma, un sorriso di un bimbo, una rosa che si schiude al mattino. Tutto questo puoi avere vicino, se il tuo cuore ritorna bambino. 34 Nel verde intenso di ulivi
secolari sogni protesi ad ascoltar quel
canto inebriano la mente e i pensieri Da dietro un'anta, che il vento ha un po'
socchiusa, sguardi fugaci e innocenti
sorrisi si librano nell'aria come ali di
gabbiano. Quante emozioni in quei teneri
flash d'amore. 35 Vendemmia Si colorano di rosso le foglie nei vigneti quieti di settembre: i grappoli d'uva tra i filari bagnati di rugiada brillano come perle all'apparir del sole d'autunno. Nascono amori s' intrecciano i canti le ceste son pronte: si vendemmia ed è festa! Poi, nella pallida luce della sera, felici e stanchi, si ritorna a casa. Racconti 39 L'opera sacra Pasqua era per me il periodo più
bello dell'anno. Le celebrazioni della Santa
Pasqua iniziavano con la domenica delle Palme. Noi
ragazze del paese andavamo a messa portando in
mano un rametto di ulivo assieme a dei fili di
palma bianca intrecciata in vari modi. I ragazzi e gli
uomini, invece, portavano dei rami di ulivo e di
palma molto grandi. Durante la funzione il prete
benediva le palme e gli ulivi e allora si usciva dalla
chiesa e tutti osannanti si andava verso il calvario.
Questa processione rappresentava l'ingresso
trionfante di Gesù in Gerusalemme. In quei giorni, tutto il paese
era coinvolto nei preparativi e ovunque c'era un
gran fermento. Gli uomini, in particolare, si
dedicavano all'allestimento dell'Opera
Sacra, una rappresentazione della vita e
della passione di Cristo. Già qualche mese prima della
Pasqua, mio padre tirava fuori dal cassetto il
libricino con la copertina blu e le scritte dorate
dell'Opera Sacra e insieme ad un gruppo di amici iniziava le
prove della recita. Tutti i paesani che venivano scelti per recitare un ruolo, si trovavano due o tre
volte alla settimana nel salone parrocchiale e le
prove continuavano finché ritenevano che tutti
sapessero recitare bene la loro parte. I personaggi più importanti
dell'opera erano Gesù, la Madonna, i sommi sacerdoti
Caifa, Anna e tutti i componenti del sinedrio, e poi
ancora Pilato, Giuseppe d'Arimatea, la
Maddalena, San Pietro e San Giovanni. Nei locali della
chiesa, i falegnami preparavano il palco e quando
era finito anche l'arredo, veniva chiamato il
costumista che riuniva tutti i personaggi e cercava di
trovare il costume adatto ad ogni attore. La sera scelta per la recita, di
solito qualche giorno prima della Pasqua, tutto
il paese accorreva in chiesa. L'Opera Sacra appassionava tanto
la gente che addirittura una volta, alla
scena di Gesù che viene arrestato mentre prega nell'orto
degli ulivi, una fedele si era così immedesimata
che aveva esclamato: "Gesù mio, ma
perchè tutti gli anni andate a pregare nello stesso
orto? Non lo sapete che lì vi arrestano?" Ma l'Opera Sacra non era l'unico
momento coinvolgente della settimana di
Pasqua. A me piacevano molto i primi tre
giorni della settimana Santa, erano giorni di
meditazione, di riflessione. La chiesa rimaneva
aperta tutto il giorno, così si poteva andare in
qualsiasi momento. Ricordo che tutti gli anni, verso le due
del pomeriggio, andavo in chiesa insieme a mia
madre e stavamo qualche ora in raccoglimento. Quella luce che filtrava dai
grandi finestroni con i vetri colorati ce l'ho ancora
negli occhi: era la luce della primavera! Alle funzioni del giovedì santo
i fedeli partecipavamo numerosi perchè
durante la Santa Messa aveva luogo la
rappresentazione dell'ultima cena. Si apparecchiava una
tavola con il pane, il vino e dell'insalata di lattuga.
Alcune persone che rappresentavano i dodici
apostoli prendevano posto intorno alla tavola. Il
sacerdote lavava loro i piedi e, alla fine, dopo averglieli
asciugati e baciati, simbolicamente si metteva a
tavola insieme a loro, mangiavano qualche fogliolina di
insalata, assaggiavano il vino e poi ad
ognuno di loro il prete distribuiva il pane come simbolo
dell'istituzione dell'Eucarestia. I pani che
rimanevano venivano tagliati dalle donne e
distribuiti ai bambini che aspettavano impazienti un po' di
pane benedetto. La liturgia terminava con la
comunione di tutti fedeli. Il venerdì Santo era invece il
giorno della passione. Neanche le campane
suonavano e per avvertire i fedeli prima
dell'inizio delle funzioni, un ragazzino faceva il giro del
paese con uno strumento di legno, detto la tocca, che
azionato produceva un suono: quello era il segnale che
in chiesa stava per iniziare la predica. La predica
contemplava la passione e la morte di Gesù e
iniziava con queste forti parole: " La terra
tremò, il cielo si oscurò e il figlio di Dio reclinava il
capo". La predica si concludeva con la
chiamata della Madonna che entrava in chiesa
preceduta dai membri della congrega, i quali
entravano incappucciati e vestiti con un
camice bianco e con delle candele accese in mano,
suscitando sempre una qualche inquietudine nei bambini
che si trovavano in chiesa. Il suono del tamburo
accompagnava l'ingresso della statua della Madonna. La Madonna veniva portata vicino
al pulpito e il sacerdote le consegnava tra le
braccia il corpo di Gesù. In quel momento tutti i
fedeli si alzavano in piedi invocando il perdono del
Signore e alcuni fedeli rimanevano in chiesa a
pregare anche per tutta la notte. La mattina di sabato mia mamma
si alzava presto per preparare le ciambelle di
pane con le uova e anch'io mi alzavo presto insieme
a lei perchè volevo andare in chiesa per la
processione che il prete guidava verso il calvario. Il
rullo dei tamburi era il segno che la processione stava
per iniziare. Mia madre mi chiedeva di aiutarla,
"Maria - mi diceva - prepara almeno le uova che devo
mettere nelle ciambelle". Io volevo
aiutarla ma non volevo perdere la funzione e, in fretta
in fretta, cercavo di fare quello che potevo e mentre
il tamburo faceva l'ultimo rullo io ero già
arrivata in chiesa. La funzione del sabato di Pasqua
la ricordo bene perchè veniva fatta all'alba.
Raggiunto il calvario, che si trovava un po' fuori
dall'abitato, il parroco recitava le preghiere e poi
iniziava una predica cosi carica di pàthos che stavamo ad
ascoltarlo in religioso silenzio. Anche mio
padre partecipava sempre a questa liturgia. Mentre la funzione volgeva al
termine, spuntavano i primi raggi di sole
nel cielo terso del mese di aprile. Questa funzione era molto
seguita dai giovani, sia dalle ragazze che dai ragazzi,
forse perchè anche in mezzo a tanta solennità, con la
complicità della primavera, si riusciva a
calamitare qualche sguardo che rendeva la funzione ancora
più appassionante. Dopo tanti giorni di silenzio,
finalmente le campane tornavano a suonare a
festa. Era la domenica di Pasqua. La domenica
c'era prima la Santa Messa e dopo la
rappresentazione dell'affruntata, che era
l'incontro tra la Madonna e Gesù risorto. La messa di Pasqua
era una messa cantata e accompagnata
dall'organo e i canti erano canti di gioia e di gloria per
il Cristo risorto. Ad assistere alla rappresentazione
dell'affruntata, che si svolgeva davanti alla chiesa,
c'erano tutti i serratesi. La statua della Madonna veniva
tenuta in un posto un po' appartato, mentre la
statua di Gesù rimaneva vicino alla chiesa. San Giovanni
andava a passo svelto per tre volte ad
annunciare a Maria l'avvenuta resurrezione di Gesù. La terza
volta, Maria scendeva insieme a Giovanni e, alla vista
di Gesù, i quattro abili giovani che portavano a
spalle la statua, la facevano correre qualche passo
in avanti e indietro. Mentre avveniva l'atteso
incontro, si lasciava cadere il manto scuro e la
Madonna rimaneva vestita con un abito bianco tutto
ricamato in oro. Era una statua bellissima con i capelli
biondi. Per i fedeli quell'incontro era un altro dei
momenti più intensi ed emozionanti delle festività
pasquali. Poi le statue, prima di rientrare in chiesa,
venivano portate in processione per le vie di tutto
il paese. La sera della domenica si andava
ancora in chiesa, ma eravamo tutti un po' tristi
perchè le funzioni pasquali per quell'anno erano
terminate, anche se pensavamo già ai fioretti del
mese Mariano e alle processioni del Corpus Domini e,
soprattutto, all’estate che sarebbe presto
arrivata. 45 Dinami Tutti gli anni, all'inizio
dell'estate, lo zio Vincenzino veniva a Serrata a
prendermi e mi portava a Dinami a casa della
nonna Giulia. Io ero molto contenta di andare
con lui perché potevo trascorrere le vacanze
insieme alla nonna e alle tante cuginette della mia
età. Quando si scendeva dalla corriera, prima
di arrivare a casa della nonna, si doveva passare
per un viale, il viale del Re, lungo il quale c'erano
tante piante di oleandro fiorite. Era proprio
uno spettacolo vederle, sembravano tanti ombrellini
colorati. Dall'altro lato del viale, su
un'altura, c'era la torre con l'orologio, il palazzo
comunale e una fontana dove tutti i giorni io e le
altre mie cugine Bianca e Adua figlie di zia Angelina
andavamo a prendere una brocca di acqua fresca che
serviva per il pranzo. Quando andavamo a prendere
l'acqua, lo zio Giuseppe ci dava anche una
bottiglia di vino da mettere una decina di minuti
sotto il getto dell'acqua della fontana a rinfrescarsi,
perché a quei tempi non c'era ancora il frigorifero. I giorni a Dinami passavano
allegramente giocando con le amiche.
Giocavamo con le bambole e con altri giochi che
inventavamo sul momento. Vicino alla casa della nonna
abitavano la zia Mariannina e lo zio Pietro, la
zia Teresina e lo zio Antonino. La casa della nonna
era molto in alto e dal suo balcone si vedevano tanti
paesini che alla sera sembrano dei piccoli presepi
illuminati. Zia Angelina e zio Giuseppe,
abitavano sullo stesso piano della nonna e
avevano anche le porte interne comunicanti, tanto da
sembrare un'unica famiglia. Io trascorrevo molto tempo a
casa della zia Angelina. Lei aveva la passione
dell'allevamento del baco da seta, come allora si
usava in tante case. I bachi venivano depositati su
delle impalcature appositamente costruite e
venivano alimentati con foglie di gelso. Ogni tanto,
qualche baco cadeva dall'impalcatura e andava a
finire per terra. La zia Angelina, allora, mi invitava a
raccoglierli e a rimetterli sulle foglie: era una
mansione di cui andavo molto orgogliosa. E alla
fine della giornata, la zia mi ricompensava sempre
con dei piccoli dolci fatti in casa che lei sapeva
fare molto bene, e quella era per me la migliore paga per
il mio aiuto! A Dinami, secondo un'antica
tradizione, nel mese di luglio si celebrava la festa
patronale della Madonna della Catena. I festeggiamenti duravano una
settimana intera e, per l'occasione, mia madre mi
veniva a trovare. Nell'estate del 1943, nonostante
ci fosse la guerra, la mamma era venuta con mio
fratello Nino e con l'altro fratellino più piccolo,
Francesco. Dopo aver salutato la nonna e i parenti,
la mamma aveva lasciato il piccolo Francesco a
casa con la nonna, e si era incamminata insieme a me e a
mio fratello Nino verso la chiesa. Nel momento in cui la festa
stava per concludersi con la processione della
Vergine, con il palco tutto illuminato e la chiesa piena di
fedeli, mentre tutti gioivano nel trascorrere una
splendida giornata estiva, improvvisamente ci fu un
bombardamento al vicino campo d'aviazione. Il bombardamento spaventò tutti
i fedeli raccolti in chiesa per assistere alla
funzione. Ci fu un momento di panico e di
scompiglio perché tutti si precipitavano verso l'uscita,
affrettandosi a trovare un riparo tra le bancarelle
della fiera o nelle campagne circostanti. Mia madre prese me e mio
fratello e si mise a correre. Fortunatamente tutto
finì solo con un grande spavento, che mi rimane ancora
vivo nella mente nonostante siano trascorsi tanti
anni. Finita la festa sono tornata a
Serrata assieme alla mamma e ai miei fratellini. La guerra continuava, e per
metterci al riparo, papà decise di andare ad abitare
in una casetta in campagna dove c'erano anche
delle altre famiglie. Fu così che conobbi una bambina
della mia età che si chiamava Maria Rosa, con
la quale, dopo aver fatto amicizia, passavo tante
ore a giocare insieme, soprattutto con una bella
altalena che il nonno aveva costruito con delle funi e un
asse di legno. Noi bambine non capivamo bene il motivo
perché eravamo lì, pensavamo di essere
in villeggiatura. Ma una sera, mentre eravamo sedute
davanti a casa insieme ai nostri genitori, sono
arrivati degli aerei che hanno lanciato dei razzi
luminosi. Volevano capire se sotto gli alberi si
nascondeva un accampamento tedesco. I miei genitori capirono che
anche quel posto era poco sicuro e decisero che era
meglio andarsene, perché lì eravamo troppo in
vista. Col chiarore della luna, ci siamo incamminati per
una strada di campagna. Mio padre camminava un
passo più avanti della mamma e di noi
bambini, così ci poteva dare indicazioni sulle
condizioni della strada che era un po' dissestata. Dopo qualche ora di cammino al
buio, finalmente arrivammo giù nella vallata dove
c'era il mulino di mio nonno, un posto meno in
vista e più tranquillo. Per tanti giorni siamo stati
bene, fino allo sbarco degli americani in Sicilia. Da
quel giorno i tedeschi hanno iniziato la ritirata verso
il nord Italia, e dopo essere passati sui ponti, li
facevano saltare per impedire agli americani di
avanzare. Una mattina mentre io e mio
fratello Nino giocavamo davanti al mulino, si
sentì uno spostamento d'aria e un forte
boato. La mamma in quel momento si
trovava dentro il mulino e stava allattando mio
fratellino Francesco. Papà anche quella mattina era
andato in paese, come faceva di tanto in tanto.
Una volta sbrigate le commissioni aveva salutato la
nonna, che aveva preferito rimanere in paese, e
si era incamminato verso il mulino. Di solito,
quando arrivava ad una cinquantina di metri di
distanza, per avvertire che stava arrivando, con un piccolo
fischietto mandava dei suoni ed io gli correvo
incontro. Ma quel giorno invece di vedere me corrergli
incontro, vide una pioggia di detriti cadere
proprio sopra il mulino. Non capiva cosa stava succedendo e
si preoccupò molto per noi. Non vedeva l'ora di
arrivare per potersi accertare come stavamo. Per fortuna eravamo tutti al
riparo. Il nonno Antonino, che durante
la prima guerra mondiale era stato al fronte per
molti anni, avendo capito che eravamo in pericolo,
aveva fatto appena in tempo a portarci in salvo,
prima che i detriti cadessero proprio dove stavamo
giocando noi. Qualche ora dopo, il nonno volle
andare a vedere cos'era successo e portò anche
me. Ricordo di aver visto un grande cratere, ma ero
troppo piccola per capire cosa fosse accaduto e
chiesi al nonno e lui mi rispose che i tedeschi avevano
fatto saltare l'ennesimo ponte. Mamma e papà hanno capito che
posti sicuri non ce n'erano e hanno deciso di
ritornare al paese sperando che la guerra finisse
al più presto. E per fortuna la guerra finì. Lo zio Vincenzino si sposò con
una bella ragazza molto giovane, la zia Antonuzza.
Gli anni passavano e io crescevo, ma lo zio Vincenzino
- ogni estate - veniva a Serrata a prendermi per
portarmi a Dinami a casa sua. Adesso c'era la zia
Antonuzza con i suoi bambini ad attendermi. Ricordo
quando è venuto a prendermi per il battesimo di
mio cugino Franco, il loro primo figlio, e poi, via
via, gli altri tre figli, Michele, Renato e, per ultimo,
Piero, che adesso è Don Piero, parroco di un paese
vicino a Dinami. Di Piero ricordo bene il battesimo,
anche perché il padrino lo fece mio fratello
Francesco. Qualche giorno prima della festa
lo zio veniva a trovarci per invitarci a casa
sua. Così il giorno della festa andavo a Dinami insieme ai
miei genitori, ai miei fratelli Nino e Francesco e
mia sorella Giulia che, come i figli della zia
Antonuzza, è nata dopo la guerra. Eravamo tutti felici di riunirci
per questa festa, ma la più contenta era di certo mia
madre perché ritornava al suo paese e con
l'occasione poteva incontrare tutti i parenti e
anche tante sue amiche che non aveva occasione di
vedere durante l'anno. Nel mese di settembre, gli zii
iniziavano la vendemmia e per l'occasione
ritornavo solo io a Dinami. Anche quelli erano giorni di
festa perché andavo in compagnia della zia e di
tante altre persone nei vigneti per raccogliere l'uva.
Il giorno lo passavo insieme agli altri in allegria e
la sera mi sentivo un po' triste vedendo i filari di
vite tutti spogli e senza nemmeno un grappolo d'uva. Fosse stato per me, avrei voluto
che la vendemmia non finisse mai! Negli anni, con la zia
Antonuzza, si creò un rapporto affettuoso, come con
una sorella maggiore. Un anno, quando ero ancora
adolescente, la zia andò al mare con i suoi bambini
Franco e Michele e portò anche me. Era la prima volta che andavo al
mare. Arrivati alla stazione di Nicotera
Superiore, si doveva fare un tratto di strada in discesa per
arrivare a Nicotera Marina. Svoltata una curva, vidi
una grande distesa azzurra e rimasi davvero a bocca
aperta. Era il mare! Questo legame con Dinami è
rimasto sempre vivo, come è rimasto vivo il legame
con la famiglia dello zio Vincenzino, non solo finché
sono rimasta a Serrata, ma anche adesso che
sono ormai molti anni che sono andata via dal mio
paese. In estate quando ritorno, è una
vera gioia rivederli e non sembra che sia passato un
anno, ma è come se ci fossimo visti il giorno prima
e quando arrivo davanti a casa degli zii, mi
sembra di tornare quella bambina con le trecce
dell'estate del 1943. 53 Aspromonte Da bambina andavo spesso a
trovare la nonna Annuzza e lei mi intratteneva
raccontandomi le storie vere come se fossero
delle novelle. Quando arrivavo da lei prima la
salutavo e poi quasi sempre le chiedevo: "Nonna, me la racconti una
storia?" La nonna ci pensava un po' e poi
mi diceva: "Maria, stai seduta qui
vicino a me che ti racconto una bella storia". Io mi sedevo al suo fianco,
poggiavo la testa sulle sue ginocchia e lei, mentre con
la mano mi carezzava il viso, iniziava a
raccontare. Erano sempre delle belle storie. Un giorno, ricordo, mi raccontò
la storia del pellegrinaggio al Santuario
della Madonna di Polsi. Mi parlò di quando i pellegrini
si mettevano in cammino di buon mattino a piedi.
I pellegrini dovevano camminare per tanti
giorni, attraversando chilometri di boschi
intervallati dai caratteristici paesini montani, prima di
raggiungere il santuario. Percorrevano viottoli quasi
nascosti dal fogliame e ombreggiati da giganteschi
faggi. Si doveva camminava per tutto il
giorno. Verso sera si raggiungeva un
altopiano dove c'era una sorgente di acqua fresca e
lì ci si fermava per dissetarsi e per riposare. Anche
se era estate, in montagna di sera la temperatura
si abbassava e si doveva accendere il fuoco. Con
dei rami secchi che si trovavano sul posto si
preparava un gran falò che serviva per riscaldarsi e anche
per allontanare gli animali selvatici che di notte
si aggiravano nei boschi. Una volta acceso il fuoco si
disponevano tutti intorno a forma di cerchio,
stendevano delle tovaglie bianche per terra e si cenava con
quel poco che avevano messo nelle bisacce. Di
solito erano prodotti locali, salumi,
formaggi, del pane fatto in casa e qualche bottiglia di buon
vino. Gli uomini portavano anche
qualche piccolo strumento musicale, come
l'armonica a bocca, e per rallegrare la serata suonavano
qualche tarantella che le giovani donne ballavano con i
ragazzi che le accompagnavano. All'alba ricominciava il cammino
verso il santuario che si trova vicino al
fiume al fondo di una ripida discesa. Arrivati al santuario dove è
esposta la statua molto imponente e tutta adornata di
ex-voto della Madonna di Polsi, i pellegrini in coro
intonavano inni di lode e di ringraziamento. Nella chiesa,
con la luce che proveniva dalle candele votive e
l'odore dell'incenso, si creava un'atmosfera surreale.
Si ascoltava la Santa Messa e si pregava per tutta la
comunità. Nei locali vicino al santuario i fedeli si
riposavano prima di intraprendere il cammino del
ritorno a casa. Quello del Santuario della
Madonna di Polsi era un pellegrinaggio di fede molto
faticoso ma anche un'evasione dalla solita vita di
lavoro, specialmente per le donne che in quegli anni
non avevano mai occasione di uscire dal paese. Il rientro in paese dei
pellegrini di solito era preannunciato dai loro canti; i
bambini correvano incontro al pullman e le donne
si affacciavano dai balconi per salutarli e i
pellegrini regalavano un rametto di faggio benedetto
assieme all'immaginetta della Madonna in segno di
devozione. Questo pellegrinaggio si ripete
ancora oggi, tutti gli anni nel mese di agosto, ma
non è più la stessa cosa. A tarda sera i pellegrini
si radunano davanti alla chiesa e da lì si parte con
pullman turistici attrezzati di tutte le comodità
e al mattino seguente per l'ora della messa sono già
arrivati al Santuario. Forse ci potrà essere ancora
qualche piccolo disagio, ma di certo non è nulla
in confronto al pellegrinaggio del racconto di
nonna Annuzza. 57 La leggenda della pietra di Liso Serrata è un piccolo paese della
Calabria, situato su un altopiano a venti chilometri
dal mare, ai piedi del monte Liso. Si racconta che in tempi assai
remoti gli abitanti di Serrata erano diventati
troppo cattivi. Vedendo tanta cattiveria una fata decise
di distruggere l'intero paese, ma non sapeva come fare.
Pensa e ripensa, finalmente le venne una bella
idea: decise di far rotolare sull’abitato un'enorme
pietra dalla cima del monte Liso. Allora la fata si mise a cercare
una pietra adatta allo scopo. Dopo tante ricerche,
ne trovò una grande grande, se la caricò sulla testa
e si incamminò verso la cima del monte. Ma la Madonna, vedendo la fata
con quella pietra enorme sulla testa, capì che era
destinata a distruggere Serrata e allora,
senza farsi riconoscere, iniziò a chiacchierare con la
fata finché non la convinse a liberarsi di quel
peso. La fata, dopo essersi
alleggerita dell'enorme peso, si sedette a riposare, ma dopo
un po', quando decise di ripartire, si accorse che da
sola non riusciva più a sollevare la pietra. Chiese
aiuto alla Madonna, ma la Madonna si rifiutò di aiutarla
dicendo che non era vero che i serratesi erano così
cattivi. Così la fata dovette tornare a casa senza
portare a termine il suo intento, lasciando quell'enorme
pietra dove si trova ancora adesso, sul monte Liso,
in mezzo agli alberi di ulivo. Questa pietra richiama da sempre
molti curiosi che la osservano attentamente
cercando di scoprire qualche particolare che aiuti a
svelare il mistero di come sia arrivata questa enorme
pietra in mezzo ad un uliveto. Quasi tutti i serratesi sono andati
a vederla almeno una volta nella vita.
Addirittura gli insegnanti portano gli alunni in gita
scolastica. Si trova sempre un'occasione per andare a vedere
la pietra e, specialmente in estate, quelli
che ritornano al paese per passare le ferie, hanno piacere
di salire sul monte Liso anche per apprezzare lo
splendido panorama che si gode da lì sopra: si vede
una rigogliosa vallata verde e, se la giornata è
serena, all'orizzonte si vede il mare e sembra proprio una
meravigliosa veduta aerea. Storielle 61 La cura per le botte Per motivi d'interesse, compare
Gianni e compare Matteo avevano avuto un'animata
discussione, che era finita in una violenta
rissa. Compare Gianni aveva avuto la peggio e si era
ritrovato con una ferita in testa e qualche
contusione sul corpo, tanto da dover ricorrere alle cure del
medico del paese. Compare Gianni però si
vergognava di dire al medico che era stato picchiato e
così quando il dottore gli chiese cosa era
successo, lui rispose che era caduto dalle scale. Il dottore aveva capito che si
trattava di botte e quindi gli disse: "Dimmi, Gianni. Sei caduto
o ti hanno picchiato?" "Dottore, io sono caduto,
ve l'ho detto." "Gianni, Gianni! Sei
proprio sicuro? Guarda che tu mi devi dire la verità!" "Ma io vi sto dicendo la
verità : sono caduto dalle scale! Ma voi, dottore, perché
insistete tanto? Che differenza c'è?" E il dottore, al quale piaceva
ogni tanto prendere in giro bonariamente i
compaesani, gli spiegò: "Vedi Gianni, c'è
differenza nella cura. Se sono botte, ti devo curare in un
modo, se sei caduto ti devo curare in un altro". Il povero Gianni, che non sapeva
più come fare, allora gli disse: "Dottore, io sono caduto...
ma voi curatemi per botte!" Il confessionale In una parrocchia di campagna
vivevano il prete, il sagrestano Vestianu e la
bella moglie di Vestianu. Un giorno il prete si accorse
che nella cassettina delle offerte mancavano i soldi
e incominciò a sospettare del sagrestano. Allora, la prima volta che
Vestianu andò a confessarsi, il prete iniziò con
le solite domande: "Figliolo, hai
peccato?" "Sì, ho peccato" "Va bene, dici cinque Ave
Maria per penitenza". La confessione proseguì e, ad un
certo punto, il prete colse l'occasione per
domandargli: "Senti Vestianu ma i soldi
dalla cassettina delle offerte per caso li prendi tu?
Perchè non ne trovo mai..." "Non sento, arciprete, non
sento!" rispose il sagrestano. "Ti dicevo se per caso sei
tu che rubi le offerte in chiesa, perchè se confessi il
tuo peccato io ti posso assolvere..." "Niente, non si sente
niente!" Il prete allora uscì dal
confessionale e chiese: "Ma come mai non senti?
Fino adesso sentivi!" "Allora non mi credete?
Inginocchiatevi voi al posto mio e vado io dentro il
confessionale." Il sagrestano entrò nel
confessionale e, visto che in paese circolava voce che il
prete se la intendeva con sua moglie, chiese: "Arciprete, ma è vero che
ve la intendete con mia moglie?" "Sai, Vestianu, non si
sente niente, avevi ragione!" "E lo dicevo io che non si
sente, e voi non mi volevate credere!" L'individuo Un giorno un signore si dovette
recare in Pretura perché era stato chiamato in
giudizio da un suo vicino per una questione di
limiti. Quando arrivò in Pretura vide
che l'aula era tutta piena di persone che aspettavano
che iniziassero le udienze, così pensò di chiedere
al suo avvocato se era possibile passare per primo
perché quella mattina aveva un altro impegno da
sbrigare che non poteva rimandare. L'avvocato gli disse: "Venite con me che andiamo
a cercare il signor giudice e gli chiediamo se è
possibile". Il giudice stava per entrare in
aula quando l'avvocato lo vide e gli chiese
se gli poteva parlare. Il giudice si fermò e disse: "Dite, dite,
avvocato". "Volevo solo chiedere se
era possibile sbrigare per prima la causa del mio
assistito, perché stamattina ha un altro impegno
urgente". "Certo, avvocato, faremo il
possibile", rispose il giudice. Passata una mezz'ora,
il giudice si rivolse all'avvocato e gli disse: "Signor avvocato, chiamate
quell'individuo che diamo inizio alla sua
causa". Al che il cliente, sentendo la
parola individuo, e non sapendo cosa volesse dire,
si sentì molto offeso e pensò di reagire subito.
Allora, rivolgendosi al giudice disse: "Signor giudice, io non lo
so cosa voglia dire la parola individuo, ma vi dico
solo che se individuo è una cosa buona, individuo io e
individuo voi, ma se individuo è una cosa mala,
allora individuo voi, tutta la vostra famiglia e pure san
Brigori di Loriana!" Le scivolate In un piccolo paese di provincia,
c’era l’abitudine di dire che una donna era
“scivolata” per intendere che aveva tradito il marito. Un giorno in paese arrivò un
nuovo parroco, che ovviamente era del tutto
all’oscuro di questo modo di dire. Così, dopo qualche settimana, il
giovane prete, che era anche molto ingenuo,
incominciò a pensare che le strade del paese fossero
veramente da aggiustare, perché quasi tutte
le donne che andavano da lui a confessarsi dicevano di
essere scivolate. Passato qualche mese, e vedendo
che la situazione delle scivolate non migliorava
affatto, il parroco decise di prendere l’iniziativa
e andò a trovare il sindaco. Il sindaco lo ricevette
con piacere e dopo i convenevoli di rito gli chiese
il motivo della visita. "Caro signor sindaco sono
venuto per farle presente che le strade cittadine
vanno assolutamente aggiustate." "E perché? Guardate che le
nostre strade non sono rotte hanno una buona
manutenzione" rispose il sindaco. "E no! No! Le cose non
stanno cosi come dite voi, perché quasi tutte le donne che
vengono da me a confessarsi mi dicono che sono
scivolate! Come sindaco siete in dovere di fare
qualcosa per salvaguardare l'incolumità delle
nostre donne." Il sindaco, che sapeva cosa
voleva dire scivolare per una donna in quel paese, si
mise a ridere. Allora il parroco, vedendolo
ridere, gli disse: "Caro signor sindaco, non
capisco cosa avete da ridere. Guardate che solo in
questa settimana la vostra signora mi ha confessato
che è scivolata per ben tre volte!" Il maiale a due code Una volta nei paesi era usanza
che nel periodo di carnevale quasi tutte le
famiglie ammazzassero il maiale per fare le provviste di
salame e prosciutti che duravano per tutto l'anno. Qualche giorno prima del
carnevale, compare Bruno e mastro Domenico si
incontrarono nella piazzetta del paese e parlando
del più e del meno arrivarono a parlare anche
dell'avvicinarsi del carnevale. Compare Bruno, essendo un po'
tirchio, iniziò a lamentarsi che sua moglie era
troppo generosa con i vicini che non avevano il
maiale, che regalava frittole, salami e quant'altro
si preparava in quei giorni a tutti e che a lui, di
conseguenza, non ne rimaneva mai abbastanza. L'amico allora gli disse: "Compare, sapete come
potete fare per non dare niente a nessuno? Alla sera
mettete il maiale fuori della porta e dite che lo
lasciate lì a prendere il fresco della notte. Il mattino
dopo, vi alzate presto, ritirate il maiale e lo
nascondete bene in casa. Poi uscite fuori e vi mettete a
gridare: <Mi hanno rubato il maiale! Mi hanno rubato il
maiale!>, ma lo dovete dire tante volte così i vicini
ci credono e voi non dovrete dare più niente a
nessuno!" "Mastro Domenico vi
ringrazio. Mi avete dato proprio una buona idea.
Quest'anno il maiale lo conservo solo per la mia
famiglia!". Arrivato carnevale, compare
Bruno mise in atto la geniale idea suggerita
dall’amico. La sera lasciò il maiale fuori
dalla porta ma quando alla mattina presto si
alzò per ritirarlo, ebbe un’amara sorpresa: il maiale era
sparito! Compare Bruno allora si mise ad
urlare: "Mi hanno rubato il maiale!
Mi hanno rubato il maiale!" Mastro Domenico, sentendo queste
urla, uscì fuori da casa e andò incontro
all'amico e gli chiese cosa gli era successo e compare Bruno
gli rispose: "Mi hanno rubato il
maiale!" "Bravissimo! Così dovete
dire, compare, sennò non ve ne resta!" Al che l'altro di più si
arrabbiava: "Vi dico che è vero, non
sto scherzando, me l'hanno rubato veramente!" "Lo dite cosi bene che
nessuno potrebbe dubitarne..." Dopo un po' la discussione si
stava animando allora mastro Domenico disse: "Sapete cosa facciamo?
Venite a casa mia che io ho ammazzato il mio porco e mia
moglie sta preparando le frittole, così
mangiamo assieme e vi calmate un po'". Arrivati a casa, la moglie di
mastro Domenico stava vicino alla caldaia dove
c'era la carne di maiale che bolliva per fare le
cosiddette frittole. Quando furono cotte a puntino,
riempì una insalatiera, l'appoggiò al
centro della tavola e, com'era usanza, tutti iniziarono
a prendere dalla stessa insalatiera. Compare
Bruno iniziò a mangiare e dopo un po' gli capitò la coda
del maiale. Tutto contento si rivolse a quelli che
erano vicino a lui: "Ho trovato la coda, ho
trovato la coda", disse tutto felice, perché essendocene
solo una si riteneva fortunato chi riusciva a
trovarla. Visto che era anche saporita se
la mangiò con gusto. Dopo un altro po' mise la
forchetta nell'insalatiera per prendere un altro pezzo di
carne e, con somma meraviglia, vide un'altra coda
di maiale e cercò di prenderla. Mastro Domenico, che si era
accorto che compare Bruno aveva visto l'altra coda,
tentava in tutti i modi di spingerla in fondo
all'insalatiera per nasconderla. Per distrarre compare Bruno, lo
invitava a mangiare del gamboncello e altre parti
del maiale. Ma compare Bruno non si distraeva e
pensava sempre a quella seconda coda che aveva
intravisto nell'insalatiera e che mastro
Domenico gli impediva in tutti i modi di prendere. Gli venne quindi un dubbio, che
divenne quasi una certezza, su chi aveva
rubato il suo maiale. Allora domandò a mastro
Domenico: "Ma ditemi, u' porcu vostru
avia du cudi!"1 E l'altro, non sapendo cosa
rispondere gli disse: "Mangiate, mangiate, e non
jati cercandu cudi!"2 1 “Ma ditemi, il vostro maiale
aveva due code?” 2 “Mangiate, mangiate, e non
andate a cercare code!” Il coppolino rosso Stanco di sentire dei continui
tradimenti coniugali dei suoi sudditi, un giorno il
Marchese decise di prendere qualche provvedimento
per moralizzare la vita nel suo marchesato. Così
fece pubblicare in tutto il territorio di sua
appartenenza un editto del seguente tenore: tutti gli
uomini che sono stati traditi dalle loro mogli per farsi
riconoscere devono indossare, entro un mese da
oggi, un coppolino rosso, pena una multa di cento
ducati d'oro. In ogni paese del marchesato
arrivò l'araldo per diffondere l'editto e un giorno
la notizia arrivò anche in un piccolo paese,
destando in tutti un grande scompiglio. Non si parlava d'altro, la
questione del coppolino rosso era l'argomento più
dibattuto sia in piazza nei discorsi tra amici, che
nelle famiglie del paese, ma visto che tutti si
conoscevano, nessuno voleva ammettere di essere stato
tradito dalla moglie. Così per gli uomini mettere in
dubbio l'onestà delle loro moglie era diventato
un problema serio, ma anche per le mogli non era
facile ammettere di aver tradito i loro mariti. Ma alla fine, dopo un po' di
giorni, incominciarono a vedersi in giro
i primi coppolini rossi, segno che le mogli
avevano deciso di confessare i loro tradimenti,
anche perché la multa prevista per i trasgressori era
ben salata. E più passavano i giorni e più i
coppolini rossi aumentavano. Ma il marito di donna Lucia, pur
avendo qualche dubbio ben fondato sulla fedeltà
di sua moglie, non aveva il coraggio di dirglielo
apertamente, e di tanto in tanto, le chiedeva cosa ne
pensava, se era bene che anche lui mettesse il
coppolino rosso e la moglie lo rassicurava dicendo sempre di
no. Ad un certo punto, vedendo che
il marito insisteva tanto, donna Lucia lo chiamò e
gli disse: "Sai cosa ti dico marito
mio?" "Cosa?!" "Pe' si e pe' no u
coppulino russu mentitillu!"1 1 “Nell'incertezza ti consiglio
di metterlo il berrettino rosso!” La confessione di mastro Peppe Un giorno mastro Peppe decise di
confessarsi. Arrivato in chiesa cercò il
prete e il sagrestano gli disse che il prete non si era
ancora alzato, ma che se proprio aveva premura poteva
confessarsi in camera da letto. Mastro Peppe entrò in camera e
si inginocchiò vicino al letto. Il prete gli
disse di iniziare la confessione e lui iniziò a
raccontare i suoi peccati. Mentre si confessava, allungò
per caso le mani sotto il letto e si accorse che
c'erano delle cose. Per prima, tirò fuori una bella resta di
salami. Allora, senza farsi vedere, la prese e la
nascose sotto il mantello e subito disse: "Padre, ho rubato una resta
di salami". E il prete stava ad ascoltarlo. Mastro Peppe allungò di nuovo le
mani sotto il letto e tirò fuori un formaggio
e disse: "Padre, ho rubato anche una
forma di formaggio". Il prete, che aspettava che
mastro Peppe finisse di dire tutti i peccati prima di
dargli l'assoluzione, gli disse: "Ma figliolo, perché non me
li dici tutti insieme i tuoi peccati?" E mastro Peppe rispose: "Padre, come
vengono!". Dopo aver preso tutto quello che
poteva, gli vennero per le mani anche un
paio di scarpe le prese e disse: "Padre, ho rubato anche un
paio di scarpe". Allora il prete intervenne: "E no! Va bene il salame,
va bene il formaggio! Ti posso anche assolvere, perché si
tratta di roba da mangiare, ma le scarpe no quelle
devi assolutamente restituirle al padrone." "Va bene padre, avete
ragione. E voi le volete?" "Io no", rispose il
prete. "E io al padrone le ho date
e lui non le ha volute!" "E allora tienile! Buone e
benedette!" Mastro Peppe, dopo avere avuto
l'assoluzione per tutti i suoi peccati, salutò il
prete e se ne andò carico di tutto quello che aveva
trovato sotto il letto. Quando il prete si alzò, si
accorse che le scarpe non c'erano più, così come erano
spariti anche la bella resta di salami e il
formaggio che gli avevano regalato. Allora capì che tutto quello che
mastro Peppe aveva confessato di aver rubato
era tutta roba sua e che alla fine lui l'aveva pure
benedetta! L'avvocato e il contadino Un giorno un contadino si
rivolse ad un avvocato per essere difeso in una
controversia e, per prima cosa, pattuirono il compenso:
dieci chili di fagioli paesani. Il contadino
prontamente portò i fagioli e li consegnò a donna Pasqualina, la
cameriera dell'avvocato. Arrivati al giorno della causa,
l'avvocato si presentò in tribunale e invece
di difendere a spada tratta il suo cliente come
promesso, si limitò a rimettersi alla clemenza della
corte e il povero contadino venne condannato. L'avvocato era tranquillo perché
tanto ormai era già stato pagato. Invece il
cliente, che non era rimasto per niente contento
dell'arringa dell'avvocato, uscì lestamente
dal tribunale e corse a casa dell'avvocato e si fece
restituire i fagioli paesani con la promessa di portare dieci
chili di fagioli del tipo migliore, i cannellini
bianchi. Donna Pasqualina gli restituì i fagioli paesani e
si scusò per una pignatta di fagioli che aveva
già messo a cuocere. Il contadino le rispose di non
preoccuparsi che, visto com'era andata la causa,
l'avvocato meritava questo e altro! Poco dopo arrivò fischiettando
l'avvocato, tutto allegro, pensando di aver fatto
fesso il suo cliente e appena entrato in casa chiamò: "Donna Pasqualina! Donna
Pasqualina! Con due parole bianche e nere ci siamo
fatti dieci chili di fagioli paesani!" La cameriera uscì dalla cucina e
disse: "No avvocato! Non sono
fagioli paesani! Sono cannellini bianchi perché i
fagioli paesani se li è venuti a riprendere il cliente.
Ha detto che lei oggi è stato così bravo che merita
dieci chili di cannellini bianchi che porterà oggi
stesso..." L'avvocato capì l'antifona, che
il cliente era stato più furbo di lui, e allora si
accontentò di quella pignatta di fagioli paesani che
la cameriera nel frattempo aveva cucinato. Il seminarista Quando nei paesi la scuola
dell'obbligo arrivava solo fino alla quinta
elementare, i ragazzi che volevano continuare a studiare
di solito andavano in seminario. Le mamme preparavano il corredo
personale, le lenzuola e quant'altro
necessitava. Si faceva cucire l'abito talare da un sarto, si
comprava il cappello e si aspettava l'inizio dell'anno
scolastico. Qualche giorno prima i genitori pagavano
la retta e poi insieme al ragazzo si recavano
al seminario e lì avveniva il rito della
vestizione. Da quel momento iniziava la vita da seminarista
e per molti mesi la giornata di questi ragazzi era
fatta di studio, senza poter tornare a casa. La prima volta che potevano
tornare a casa era di solito per le festività del
Santo Natale. In paese i giovani seminaristi venivano
guardati con rispetto anche perché loro si davano un
certo contegno, vestiti sempre in abiti talari e
con in mano un piccolo libricino. Partecipavano alle funzioni
religiose, servivano messa e solo quando avevano
finito si concedevano qualche distrazione con gli
amici. Andavano avanti così per tanti
anni fino a quando dovevano capire se veramente
avevano la vocazione religiosa. Quanti si sentivano
chiamati continuavano a studiare teologia, gli altri
toglievano l'abito religioso e continuavano a
studiare le materie per le quali si sentivano più portati. Uno di questi ragazzi, avendo
sentito la chiamata del Signore, aveva deciso di
continuare gli studi di teologia e, passato qualche
anno, era prima diventato diacono e, una volta
terminati gli studi, il vescovo con tutta la solennità
del caso lo aveva ordinato sacerdote. Da quel
momento poteva quindi celebrare la Santa Messa. Visto che in un paesino della
sua diocesi c'era un parroco che era ormai un po'
anziano, il vescovo decise di mandare quel giovane
parroco come aiuto per l’imminente festività dei
Santi Pietro e Paolo. Tutti i parrocchiani – saputa la
notizia - erano contenti dell'arrivo del nuovo
parroco e non vedevano l’ora di vederlo
all’opera. Qualche giorno prima della
festa, il vecchio parroco lo chiamò e gli disse: "Sai, quest'anno i
festeggiamenti te li lascio fare tutti a te. Dirai la messa e
farai anche il panegirico sulla vita dei santi." Il giovane prete era molto
contento, ma essendo la prima volta che gli capitava di
dover fare un panegirico, pensò di chiedere un
aiuto all'anziano prete: "Per la messa non ho
problemi, ma ho qualche dubbio sul panegirico!" Al che il vecchio prete gli
rispose: "Ma è facile! Non ti
preoccupare. Inizi dicendo Pietro disse a Paolo e Paolo
disse a Pietro e poi... via discorrendo." Il giovane prete ingenuamente
pensò che quello che gli aveva detto il vecchio
prete era sufficiente per fare un panegirico e quindi
non approfondì l'argomento . Il giorno della festa la chiesa
era tutta piena di fedeli. Il giovane prete iniziò a dire
messa e tutto andò bene, ma poi arrivò il momento
del panegirico, e allora salì sul pulpito e con
molta enfasi iniziò la sua predica: "Carissimi fratelli e
carissime sorelle. Pietro disse a Paolo... e Paolo disse a
Pietro. E via discorrendo! Paolo disse a Pietro... e Pietro
disse a Paolo. E via discorrendo!" e andò avanti
cosi per tutto il tempo. Un fedele, che stava ascoltando
questo strano panegirico, era curioso di
sapere cosa si erano detti Pietro e Paolo, ma vedendo che
il giovane prete non si decideva a dirlo e ripeteva
sempre la stessa cosa, chiese ad alta voce: "Ma insomma, si può sapere
cosa ha detto Pietro a Paolo e Paolo a Pietro?". Lì vicino c'era il padre del
giovane prete che era molto concentrato e orgoglioso
nell'ascoltarlo per la prima volta fare una predica.
Sentendo quelle parole si girò verso il fedele e
dandogli un manrovescio gli disse: "Ma si no' sapi figghijuma
chi studiau deci anni au siminariu, voliti pemmu u
sapiti vui!"1 1 “Ma se non lo sa mio figlio
che ha studiato dieci anni in seminario, lo volete sapere
voi!” Fratelli in chiesa Un giorno un pover'uomo entrò in
chiesa proprio nel momento in cui il prete
stava parlando di pace, di amore e di fratellanza. Il prete
diceva che chi ha da mangiare deve darne a chi non ne
ha, perché siamo tutti fratelli. Sentendo queste parole, il
poveretto uscì dalla chiesa e andò a casa del prete,
bussò alla porta. La cameriera si affacciò e gli
chiese cosa voleva. "Signora, sono venuto per
chiedere qualcosa da mangiare perché il prete in
chiesa ha detto che siamo tutti fratelli!" La cameriera lo fece subito
entrare, apparecchiò anche per lui e lo invitò a
prendere posto. Il poveretto si era appena
seduto a tavola e stava già pregustando il pranzetto
domenicale che la cameriera aveva preparato per il
prete, quando arrivò il prete che nel frattempo aveva
finito la funzione. Vedendolo seduto a tavola, gli disse: "E tu che ci fa seduto al
mio tavolo?" E il poveretto rispose: "Arciprete, ho ascoltato
quello che dicevate in chiesa che siamo tutti fratelli!
E chi ha da mangiare ne deve dare a chi non ne ha.
Così ho pensato di venire a mangiare a casa
vostra..." Il prete allora si affrettò a
chiarire bene il suo pensiero: "Fratelli sì ma in chiesa,
non in casa....". Cogli l'attimo Una mattina una donna decise di
andare nel bosco per trovare della legna per fare
il pane. Mentre camminava in quei
sentieri di campagna, vide una borsa piena di monete
d'oro. Dopo essersi avvicinata, restò lì a pensare
il da farsi. Era felice di aver trovato tutte quelle monete
d'oro che le avrebbero cambiato la vita, ma
poi pensò che lei era uscita di casa per raccogliere
la legna e non le borse. Allora pensò: "Quandu è a
burzi è a burzi, quandu è a ligna è a ligna!"1 e se
andò via lasciando quel tesoro in mezzo alla strada. 1 “Quando è a borse è a borse,
quando è a legna è a legna!” Pane e cipolle Una volta era uso che gli
artigiani, specialmente i falegnami, andassero nelle case
dei ricchi signori - i cosiddetti 'gnuri - ad eseguire
dei piccoli lavori di manutenzione. Un giorno mastro Gianni, insieme
al suo piccolo aiutante, si recò a casa di uno
di questi signori per eseguire dei restauri su dei
mobili antichi e, visto che il lavoro era tanto,
rimasero lì per una settimana intera. Mastro Gianni era molto contento
di rimanere perché tutti i giorni, arrivata
l'ora di pranzo, la signora metteva in tavola dei
cibi prelibati ed era una festa per il palato. Ma un giorno che la signora non
c'era, u'gnuri mise in tavola solo del
formaggio e delle cipolle assieme a del pane. Mastro Gianni guardò con un pò
di tristezza la tavola, perché di cipolle ne
mangiava già tante tutti i giorni a casa sua, ma pensò che
almeno il formaggio sembrava appetitoso. Quando
iniziarono a mangiare, u'gnuri, che era un
po' tirchio, iniziò a tessere l'elogio della cipolla
di Tropea, esaltandone tutti i benefici possibili ed
immaginabili. “Ah, queste cipolle sono davvero
deliziose! Non potrei mai farne a meno! E poi
fanno anche così bene alla salute!”. Mastro Gianni, che aveva ben
capito la strategia del padrone, che voleva
convincerli a mangiare solo cipolle per risparmiare il
formaggio, non gli diede retta e continuò a mangiare pane
e formaggio. Invece, il piccolo aiutante,
ingenuamente, stava ad ascoltare quello che il padrone
diceva e mangiava solo pane e cipolle. Mastro Gianni - che soffriva
vedendo il ragazzo mangiare solo cipolle, ma che
non sapeva come farglielo capire -
all'improvviso fece finta di arrabbiarsi con il ragazzo e
dopo avergli dato un sonoro scappellotto gli disse: "Scostumato! Maleducato!
Perché mangi le cipolle? Mangia formaggio, che
le cipolle piacciono a u' gnuri!". Ecce homo Durante la Santa Pasqua si
andava in chiesa per assistere alle funzioni
religiose della settimana santa. Tutti i giorni c'erano delle
funzioni. Ma, in particolare, il giovedì santo
c'era il rito della cena del Signore e tutti i fedeli, anche
quelli che durante l'anno non frequentavano tanto
la chiesa, avevano piacere di assistere a quel
rito, e poi fare la comunione. Ma per fare la comunione, ci si
doveva prima confessare. Il prete aveva l'abitudine di
confessare le donne seduto nel confessionale, mentre
per gli uomini si sedeva vicino ad un busto che
rappresentava l'ecce homo, cioè la figura di Cristo
flagellato. Un giovedì santo, arrivò un
fedele a confessarsi e il prete, dopo essersi seduto
vicino al busto dell'ecce homo, gli chiese: "Figliolo, dimmi i tuoi
peccati". "Padre, ho
bestemmiato". "La vedi quella corona di
spine sulla testa di nostro Signore Gesù Cristo? E'
per colpa delle tue bestemmie! E poi? " "Padre non vengo mai a
messa" "Le vedi quelle piaghe sul
volto sanguinante di Gesù? E' per colpa tua, è per i
tuoi peccati! E poi figliolo?" "Padre, ho mangiato carne
anche durante la quaresima..." "Lo vedi Cristo com'è
ridotto? E' tutta colpa tua! Cristo ha sofferto per colpa dei
tuoi peccati!". Il fedele, sempre più
dispiaciuto, pensò: "Madonna mia! Cristo è
stato ridotto così per colpa dei miei peccati." A quel punto vide che una
candela accesa, che si trovava vicino al busto dell'ecce
homo, si era piegata e stava per bruciare il
mento di Gesù Cristo. Allora gli venne spontaneo
chiedere al prete: "Arciprete! Per favore,
spostate la candela, sennò tra un po' direte che anche la
barba di Nostro Signore ha preso fuoco per colpa
mia!" Il problema del mezzogiorno In paese un giorno arrivò un
politico per tenere un comizio durante la campagna
elettorale del 1948. Quasi tutti gli uomini andarono
in piazza per sentire cosa avrebbe promesso di
fare per risolvere i problemi del Sud. Il politico parlava e prometteva
tante cose che gli uomini facevano anche fatica a
capire. "Cari elettori, se votate
per me, io farò avere le terre ai contadini! Con me
avrete più scuole, più lavoro, più ospedali, più
strade!" Nel fondo della piazza, un po'
in disparte, stava un contadino che era noto perché
non aveva tanta voglia di lavorare e mentre
l'oratore esponeva tutti questi bei propositi, lui
chiosava: "Pane per me! E lavoro per
i figli miei...". Quando l’oratore concluse
infervorato dicendo "Votate per me ed io
risolverò il problema del Mezzogiorno!", tutti
applaudirono. Il contadino, credendo che
l'oratore si riferisse al pranzo del mezzogiorno, si
rivolse al suo vicino e convinto gli disse: "Votamulo! Votamulo! Che
chistu almenu ci risolve u' problema du
menzjjornu... che poi pe a sira n'da aggiustamu nui!"1 1 “Votiamolo! Votiamolo! Che
questo almeno ci risolve il problema del mezzogiorno...
che poi per la sera ci aggiustiamo noi!” Le tovaglie dell'altare In un piccolo paese di montagna,
c'era un antico convento dove viveva una
comunità di frati francescani. I frati, ogni mattina, dopo
avere letto le orazioni e recitato tutte le preghiere, si
dividevano i compiti. C'era chi si interessava
dell'orto, chi svolgeva dei lavori di artigiano e,
soprattutto, c'era chi curava la parte di terreno coltivato a
vigna, dalla quale si otteneva un ottimo vino. Altri
frati, invece, andavano in giro per i paesi,
portando con sé una bisaccia a tracolla che serviva
per mettere quello che riuscivano a raccogliere
chiedendo qualche aiuto per il convento: questi frati
erano detti i questuanti. C'erano, infine, i frati che
venivano chiamati dai parroci dei paesi vicini nelle
ricorrenze delle festività importanti, come la
Santa Pasqua o le feste patronali. Questi frati, detti panegiristi
o predicatori, venivano chiamati perché avevano
una buona preparazione teologica e anche
una buona oratoria e sapevano raccontare con dovizia
di particolari vita e miracoli del santo all’occasione
venerato. Insomma, ogni frate cercava di
contribuire come poteva al buono andamento del
convento. Il Padre superiore era quello che si
interessava della parte amministrativa e doveva stare
attento a tutto quello che si spendeva, e fare in modo
che a fine anno i conti quadrassero. E per molti
anni i conti quadrarono, ma quando fu
necessario intervenire con degli importanti lavori di
manutenzione straordinaria, i conti andarono
in rosso e il Padre superiore non sapeva più come
fare per metterli a posto. Una mattina, dopo aver recitato
tutte le preghiere, decise di indire una riunione
con tutti i frati. Arrivati nella sala delle
riunioni, tutti presero posto e il padre superiore
iniziò ad esporre i fatti: "Cari fratelli, vi ho qui
convocati perché non so più con quali risorse far fronte
al debito che abbiamo contratto per le riparazioni del
convento. A tale proposito vorrei sentire i
vostri pareri, perciò vi prego datemi qualche
consiglio.". Intervenne per primo frate
Filippo, il quale a nome dei frati più anziani disse: "Padre superiore, abbiamo
ascoltato il grave motivo di questa riunione
plenaria e siamo assolutamente convinti che
bisogna onorare i debiti. Il consiglio che possiamo dare è
quello di vendere qualche quintale d'olio." Altri chiesero la parola e
suggerirono chi di vendere il grano, chi il granturco,
altri ancora di vendere il vino. In fondo alla sala si era seduto
frate Paolo, un fraticello piccolo di statura e
molto riservato nel parlare. Frate Paolo ascoltò in
silenzio le varie proposte, ma quando sentì che
qualche frate proponeva di vendere il vino, si
alzò e timidamente chiese la parola: "Padre, posso dire la mia
proposta?" "Dimmi fratello Paolo, ti
ascolto." "Allora io vi consiglio di
vendere tutto quello che volete, le tovaglie
dell’altare, i candelabri d'argento, l’olio e il grano, ma
il sangue preziosissimo di nostro Signore
Gesù Cristo, no! Quello proprio no!" La proposta fu subito accolta
con entusiasmo da tutti i fraticelli che, anche se
non avevano il coraggio di dirlo, un buon bicchier di
vino non lo disdegnavano certo. A quel punto
il Padre superiore rassicurò l'umile fraticello
dicendogli: "Hai ragione, fratello
Paolo! Stai tranquillo che venderemo tutto... ma il vino ce
lo berremo noi!" Le persone divine Un giorno un giovane contadino,
che abitava in montagna, scese in paese perché
doveva confessarsi prima di sposarsi. Entrò in chiesa, si avvicinò al
confessionale, e iniziò a confessarsi. Ad un
certo punto il prete gli chiese: "Mi sai dire quante sono le
persone divine?" Il poveretto non sapendo che le
persone divine sono tre, Padre, Figlio e
Spirito Santo, per paura di offendere il prete decise di
abbondare e disse: "Mah, saranno dieci!" E il prete: "No figliolo, non sono
dieci..." "Allora sono venti". "No, non sono venti!" "E allora quante sono 'ste
persone divine? Sono forse cento?" "Ma che cento e cento!
Senti figliolo, fai una bella cosa. Esci fuori un attimo,
chiedilo alla prima persona che incontri e vedrai
che ti saprà dire quante sono le persone divine. Poi
torni da me così io ti posso dare l'assoluzione e tu ti
puoi sposare.". Il giovane uscì fuori e fermò
una donna che stava per entrare in chiesa. "Signora, ditemi per
favore, quante sono le persone divine?" "Figlio, ma è facile, lo
sanno tutti. Le persone divine sono tre!" "Possibile mai che sono
solo tre? Io sono arrivato fino a cento e il prete non si è
accontentato, e adesso secondo voi si può accontentare
con tre?" "Vai, figlio, va! Digli che
sono tre e vedrai che il prete ti assolverà". Il contadino, non convinto della
risposta, perché tre gli sembravano troppo poche,
rientrò in chiesa e quando arrivò a qualche metro di
distanza dal confessionale dove lo aspettava
il prete, disse: "O vui 'nta stu casciuni!
Vi cuntentati cu tri?"1 Il prete uscì dal confessionale
e sorridendo gli rispose: "Finalmente! L'hai imparato
che sono tre le persone divine! Vieni che ti do
l'assoluzione..." 1 “O voi in quel cassone! Vi
accontentate con tre?” Il troppo stroppia Un giorno il Re decise di recarsi
in visita in un piccolo paese del Regno. Allora diede ordine ai suoi
scudieri di preparare le carrozze e quando fu tutto
pronto partirono. All'arrivo in paese ci fu una
grande festa e tutto il popolo gridava "Viva il Re!
Viva il Re!". I notabili gli andarono incontro
per riceverlo con tutti gli onori e uno di essi
del paese lo volle ospitare a tutti costi a casa sua. La sera, il Re andò a letto
pensando di potersi finalmente riposare tranquillo
dopo una lunga e faticosa giornata, ma non aveva
fatto i conti con l’accoglienza che lo zotico
padrone di casa aveva preparato. Infatti, non appena
stava per prendere sonno nel tepore delle candide
lenzuola, il Re sentì bussare alla porta. “Avanti”, disse il Re. Entrarono quattro domestici che
obbligarono il sovrano ad alzarsi perché
dovevano cambiargli le lenzuola. La storia si ripeté ad ogni ora
e a nulla valsero le proteste del Re che chiedeva
solo di essere lasciato in pace. Quelle erano state le
disposizioni del padrone di casa, per il quale
non era pensabile che il Re dormisse tutta la notte nelle
stesse lenzuola come fosse uno del popolo. Il mattino seguente, il Re si
alzò più stanco di quando era andato a letto. Dopo
aver fatto colazione, il sovrano e il padrone di casa
si misero a discutere e a parlare delle cose di cui il
piccolo paese aveva bisogno. Il padrone di casa, benché
ostentasse molto la sua grandezza e le sue conoscenze,
in realtà non conosceva proprio le buone
maniere ed era molto intimorito dalla presenza del
Re. Per l'ora di pranzo le cuoche
prepararono delle portate degne dell’illustre
ospite e imbandirono la tavola con tante pietanze
prelibate e del vino. Il Re quando assaggiò le
pietanze si complimentò con le cuoche, dicendo che era
tutto di suo gradimento. Dopo avere
assaggiato il vino si rivolse al padrone di casa e si
complimentò con lui. Ma il padrone di casa, pensando
di fare ancora più bella figura, gli rispose
lestamente: "Sire! Ma questo è niente
in confronto con quello che ho ancora in cantina!". Il Re incuriosito dalla risposta
gli chiese: "Allora come mai non lo
avete servito oggi?" E il signorotto di casa replicò: "Quello lo conservo per
occasioni... migliori!" La soluzione di tutti i problemi Compare Salvatore aveva bisogno
di soldi per sostenere delle spese impreviste
e non sapendo come fare ne parlò con la moglie
e così decisero di chiedere un prestito a mastro
Nicola, un loro vicino di casa. Dopo qualche giorno, compare
Salvatore si recò a casa del vicino e gli disse, non
senza imbarazzo, che aveva bisogno di un prestito. Mastro Nicola, dopo essersi
consultato con la moglie, rispose che poteva
prestargli i soldi ma a condizione che entro tre mesi
glieli restituisse perché doveva far fronte a degli
impegni che non poteva proprio rimandare. Ricevuta
questa rassicurazione, mastro Nicola diede la somma
richiesta, raccomandando ancora la massima
puntualità nella restituzione. Compare Salvatore prese i soldi
e se andò tutto contento per aver risolto un
problema che lo stava veramente assillando. Dopo aver sistemato le sue
questioni, i giorni passarono svelti e il tempo
pattuito stava ormai per scadere e compare Salvatore capì
che difficilmente sarebbe riuscito a trovare il
modo per restituire i benedetti soldi a mastro Nicola. Ogni tanto ne parlava anche con
la moglie, ma entrambi non riuscivano a
trovare una soluzione. Arrivò quindi l’ultima sera
prima della scadenza del termine. Compare Salvatore
andò a letto ma non riusciva ad addormentarsi per il
pensiero della brutta figura che stava per fare con i
vicini di casa e, per la tensione, si girava e rigirava
nel letto tanto da svegliare la moglie: "Ma cos'hai stanotte? Non
solo non dormi tu, ma non lasci dormire neanche
me!" disse un po’ seccata la moglie. “Cos’ho? Cos’ho? Non ti ricordi
che domani dobbiamo restituire quel denaro
a mastro Nicola?". Al che anche la moglie si mise a
pensare come trovare la soluzione ma si erano
ormai fatte quasi le tre e di idee buone neanche
l’ombra. Poi, come se avesse avuto
un’illuminazione, toccò con il piede il marito e nel
buio esclamò: "Ora ci penso io". La donna si alzò, andò alla
finestra, la aprì e nel silenzio della notte chiamò: "Mastro Nicola! Mastro
Nicola!" Questi, che fino a quel momento
stava dormendo tranquillamente, si svegliò di
soprassalto e si affacciò per vedere cosa stesse
capitando: "Commare, che succede? "Volevo dirvi una
cosa..." "A quest'ora! Dite commare
che c'è?" “Niente, niente. Sapete per quei
soldi che vi deve mio marito?” “Sì, certo che lo so…” " Beh, domani non ve li può
dare". Poi senza dargli tempo di
rispondere, chiuse la finestra e tornò a letto dicendo
al marito: "Dormiamo, dormiamo marito
mio, 'che adesso stanno svegli loro!" Il pianoforte C'era una volta una donna, che
era nata in una famiglia molto povera, ma la
fortuna le fu benigna e le fece conoscere un signore
molto facoltoso con il quale si sposò e dal quale ebbe
anche una figlia molto bella. Così, grazie al
fortunato matrimonio, si ritrovò a vivere negli agi, ma
sempre un po’ zotica rimase. La donna sperava che la figlia
riuscisse ad entrare nella buona società e, non
sapendo come fare, pensò di iscriverla a una scuola di
musica. L'idea fu buona perché la ragazza ebbe modo di
conoscere tanti ragazzi di buona famiglia che
frequentavano lo stesso corso. Con uno di questi
nacque anche una bella amicizia e ogni tanto
facevano i compiti insieme. Spesso lui la invitava
a casa sua per esercitarsi al suo pianoforte.
Un giorno anche alla ragazza venne l'idea di invitarlo
a casa sua per suonare qualche sonata a quattro
mani al pianoforte. Mentre suonavano contenti per i
giusti sincronismi raggiunti, entrò la
madre di lei. Vedendo la scena, la donna
rimase così male che volle rimediare all’istante a
quell'increscioso inconveniente e, credendo che
suonare in due sullo stesso pianoforte fosse un segno
di povertà, ordinò alla servitù: "Andate a comprarne subito
un altro! E che non si sappia in giro che a casa mia si
deve suonare in due allo stesso pianoforte!" La Santa Cucuzza C'era una volta un anziano prete
che diceva messa in una chiesetta di campagna
molto isolata dal resto del paese. Non avendo neanche un
calendario, non sapeva mai quando era il periodo giusto
per celebrare le funzioni, e specialmente quelle
della Santa Pasqua gli creavano qualche problema.
Così, tutti gli anni, quando arrivava la primavera, ne
parlava con la piccola comunità dei fedeli ma
non si riusciva mai a trovare una data che
accontentasse tutti. Chi sosteneva che era ancora troppo
presto, chi che era troppo tardi. Per qualche tempo
si andò avanti come si poteva. Ma un giorno - era
appena passato l'inverno - al prete venne in
mente un'idea. Svuotò una zucca e la mise ad
asciugare. Quando la zucca si asciugò, prese quaranta semi
della stessa zucca e li mise dentro, poi la portò in
chiesa e la fece vedere ai suoi fedeli spiegando che dentro
c'erano quaranta semi di zucca e che togliendo un
seme al giorno, dopo quaranta giorni, si poteva
festeggiare la Santa Pasqua. L'idea piacque a tutti i fedeli
e così la zucca, subito battezzata la Santa
Cucuzza, fu sistemata in un angolo appartato della
chiesa. E da quell'anno, tutti gli anni,
verso la fine dell'inverno, si ripeteva la
stessa funzione: si contavano i semi, si mettevano
nella zucca e poi la sistemavano al solito posto.
Ogni mattina il prete, entrando in chiesa per celebrare
la santa messa, toglieva un seme dalla Santa
Cucuzza. Quando i semi erano finiti, nella messa
domenicale il prete annunciava la data della Santa
Pasqua. Per tanti anni si andò avanti
così, senza nessun problema. Ma un bel giorno, arrivò un
ragazzo in parrocchia: era il nipote del prete, il
quale vedendo questa zucca in chiesa, un po' incuriosito,
andò a guardare dentro e vide che c'erano dei semi. Non
sapendo perché erano lì dentro, ne prese un po'
e se li mangiò. Poco dopo, parlando con lo zio
prete del più e del meno, venne conoscenza della
storia della Santa Cucuzza e del perché di quei
semi dentro la zucca. Allora pensò di rimediare
subito, prima che lo zio se ne accorgesse. Prese
un'abbondante manciata di semi e li mise dentro la zucca. Dopo
qualche giorno, il ragazzo se ne andò via, senza
dire niente a nessuno dell'accaduto. Così ogni mattina
il povero prete continuava a togliere semi. Fiorivano le rose, i campi da
verdi diventavano gialli di grano, gli alberi da
frutto erano carichi di frutta matura e quei benedetti
semi non finivano mai! I fedeli erano un po'
preoccupati per quel ritardo e di tanto in tanto chiedevano al
prete quanto tempo c'era ancora d'aspettare e lui
rispondeva che quando sarebbero finiti i semi
l'avrebbe detto in chiesa. Ma vedendo che dopo averne già
tolti tanti, ma tanti, nella zucca ne rimanevano
ancora molti, e non sapendo a cosa attribuire un
tale fenomeno, pensò ingenuamente che in quella zucca
era successo qualcosa di soprannaturale e che
l'arrivo o meno della Santa Pasqua dipendeva
tutto dalla zucca. Così, ad un certo punto, decise
di farne partecipi i fedeli. Finita la santa messa invitò
tutti a rimanere seduti e attenti perché doveva fare un
annuncio importantissimo. I fedeli
speravano che, anche se con molto ritardo, finalmente
era giunto il momento dell'annuncio della data della
Santa Pasqua. Invece destò una grande
sorpresa, e nel silenzio più assoluto disse: "Cari fratelli, care
sorelle, con molto dispiacere vi devo dire che come dice la Santa
Cucuzza, Pasqua non veni pe' chist'annu!"1 E i fedeli per quell’anno si
dovettero rimettere alla volontà della Santa Cucuzza. 1 “Pasqua non viene per
quest'anno!” I venditori imbroglioni Una volta nei piccoli paesi al
mattino arrivava sempre qualche venditore
ambulante che a voce alta reclamizzava la sua mercanzia.
Le donne si affacciavano dal balcone,
stavano a sentire per capire cosa si vendeva e, se il
prodotto le interessava, uscivano di casa e
si avvicinavano dove il venditore si fermava. Di
solito si formavano dei capannelli: c'era chi
comprava, chi chiacchierava con l'amica, insomma era anche
quello un modo per incontrarsi e scambiare due
parole. Alla fine si tutti si salutavano e si tornava alle
faccende domestiche. Quasi tutti gli ambulanti erano
conosciuti nel paese, perché tutte le settimane
nei giorni stabiliti passavano a vendere i loro
prodotti quasi sempre di buona qualità. Una mattina però arrivò a bordo
di un furgoncino un nuovo venditore ambulante.
Tutti credevano che fosse come gli altri una brava
persona, invece era un gran imbroglione. Con della farina gialla di
granoturco aveva confezionato tanti sacchettini,
spacciandoli per una polvere prodigiosa per uccidere
le pulci. A questo prodotto aveva dato il nome di
"medicina dii pulici". Il venditore piazzò il suo
banchetto in una delle strade più trafficate e
incominciò ad invitare le persone che si trovavano lì
vicino ad avvicinarsi: "Avvicinatevi, gente!
Avvicinatevi! Venite a vedere la scoperta del secolo: è
arrivata la medicina dii pulici! Un nuovo prodotto
che vi libererà per sempre della schiavitù delle
pulci!" A chi gli chiedeva cosa fosse
quella medicina e come si doveva usare, lui
rispondeva: "Farò una sola spiegazione
per tutti alla fine della vendita. Comprate, gente,
comprate...". La notizia fece immediatamente
il giro del paese e tutti, anche dalle ultime case,
accorsero per comprare questo miracoloso
prodotto. La strada era ormai piena di gente e tutti
aspettavano la spiegazione dell'uso del
prodotto. Ma il venditore continuava a rimandare il
momento della spiegazione e invitava le
persone a fare in fretta perché il prodotto miracoloso
stava ormai per finire. Sentendo così, anche quelli più
scettici si avvicinarono e alla fine tutti
avevano comprato un sacchettino del miracoloso
prodotto contro le pulci, anzi alcuni ne avevano comprato
anche più di uno per tenerlo di scorta non
sapendo quando sarebbe capitata un'altra occasione del
genere. Dopo che tutti avevano pagato il
prezzo stabilito, il venditore salì sul cassone
del furgoncino e disse sottovoce al suo aiutante: "Accendi il
motore...". Poi, come promesso, iniziò a
spiegare in che modo si doveva adoperare il
prodotto per ottenere il miglior risultato: "Allora, cari amici, ora vi
spiegherò come utilizzare al meglio il prodotto
testé acquistato! Innanzi tutto dovete prendete la
pulce con due dita della mano la sistemate fra le
ginocchia e la stringete. Poi con una mano le
aprite la bocca e con l'altra mano - state bene
attenti! - prendete un pizzico di questa medicina dii
pulici e la mettete nella bocca della pulce.
Chiudetele la bocca e tenetela ferma per qualche
istante, il tempo che il miracoloso prodotto faccia il
suo effetto! Continuate, con la stessa procedura con
tutte le altre pulci e cosi in pochi giorni vi sarete
liberati per sempre da questi fastidiosi insetti! Mi
raccomando di non mettere tanta polverina perché è
così potente che ne basta veramente poca e ne avrete
per tanti mesi!". A questo punto, tutti iniziarono
a guardarsi stupiti della spiegazione che il
venditore aveva dato. Il silenzio scese sulla piazza e
lentamente lo stupore si trasformò in rabbia. Ad un certo
punto, il silenzio fu rotto dalle imprecazioni contro
il venditore e i più animosi cercarono anche di
menarlo ma, ingranata la marcia, il furgoncino partì
velocemente avvolto da una nuvola di polvere. E da
quel giorno il venditore della medicina delle
pulci non tornò più in quel paese. Ma dopo qualche tempo, un altro
venditore di fumo ci provò con un’altra
trovata molto interessante: cosa fare per non
rimanere mai senza pane che, a quei tempi, si
faceva in casa. Il venditore, arrivato in paese,
si diresse verso la piazza dove vide visto che
c'erano tante persone e pensò di fermarsi ad illustrare
il suo metodo: "Cari amici, volete sapere
come non mancherà mai il pane nelle vostre
case?" Sentendo queste parole, tutti si
avvicinarono e invitarono il venditore ad
essere più chiaro e a spiegare cosa dovevano fare per
ottenere quanto lui sosteneva. Il venditore , prima
di iniziare ad esporre il suo metodo, invitò i presenti
a stare bene attenti su quanto lui stava per dire ma per
essere certi di non dimenticare qualche particolare
potevano comprare il libro che lui aveva scritto e
consultarlo ogni qual volta ne avessero avuto di
bisogno. Ma questa volta le persone presenti non
cascarono nell'inganno come la volta della medicina delle
pulci e si guardarono bene dal comprare il libro prima
di aver sentito la spiegazione. Finalmente dopo tutti i
convenevoli del caso, il venditore iniziò a spiegare in
cosa consisteva il suo metodo, rivolgendosi alle donne
che nel frattempo erano accorse numerose: “Gentili signore, mi rivolgo a
voi che siete le regine della casa, l'angelo del
focolare, a voi che sapete quanto è triste quando
manca il pane in casa. Ebbene, state ad ascoltare quanto
sto per dirvi è il problema sarà risolto per
sempre. Come vi accorgete che il pane sta per finire, vi
preparate le fascine che servono per scaldare il forno,
poi preparate il grano lo portate al mulino lo fate
macinare cosi è pronta anche la farina, la setacciate
bene e la mettete da parte. Comprate anche il sale e
lo mettete lì vicino. Poi state tranquille fino a
quando non arrivate a l'ultima pagnotta. A quel punto,
è ora di fare il pane. La sera prima ricordatevi di
preparare il lievito. Al mattino vi alzate presto
accendete il fuoco scaldate dell'acqua e vi mettete ad
impastare la farina con il lievito. Una volta impastato il
pane lo lasciate lievitare e, mentre lievita,
accendete il forno, lo riscaldate fino alla giusta
gradazione e poi infornate il pane. Così a mezzogiorno i
vostri figli e i vostri mariti potranno gustare il pane
caldo e profumato! E adesso, donne, comprate il mio
libro perché è scientificamente provato che
seguendo le mie indicazioni a casa vostra non
mancherà mai il pane! Signore e signori, comprate il
mio metodo! Compratelo!”. Ma questa volta i paesani si
misero a ridere e si allontanarono contenti per non
essersi fatti imbrogliare per la seconda
volta. Anzi, qualcuno si mise anche a prenderlo in giro
dicendo che quel metodo lo conoscevano già molto
bene anche le loro nonne, prima che arrivasse lui
col suo trattato e per tanto non avevano nessun bisogno
delle sue spiegazioni. Non essendo
riuscito a convincerli a comprarne neanche una copia, il
venditore rimase da solo nella piazza. Poi ritirò mestamente le sue
cose e se ne andò via e nessuno lo vide mai più. La visita dal medico Compare Saverio, che da un po'
di tempo non stava tanto bene di salute,
decise di ascoltare il consiglio della moglie e si recò
dal medico del paese. Il medico dopo una lunga e
accurata visita gli disse: "Caro Saverio, non è niente
di grave ma tu devi assolutamente fare una vita più
regolare. Innanzi tutto, ti devi togliere il vizio
del fumo. Poi non devi bere vino, devi mangiare con
moderazione e, soprattutto, non devi andare a
lavorare. Ascolta i miei consigli e vedrai che i
tuoi malanni passeranno." "Va bene, dottore, cercherò
di fare come dite voi." Appena entrato in casa, compare
Saverio trovò la moglie che lo aspettava
impaziente: "Allora, cosa ti ha
detto..." "Stai tranquilla, Lucia,
non è niente di grave però devo seguire una cura che il
medico mi ha dato." "Va bene, faremo tutto
quello che ha detto il medico. E in cosa consiste
questa cura?" "Innanzi tutto mi ha detto
che non devo più fumare" "Te lo dicevo io! Sante
parole, il medico ha fatto bene a dirtelo!" "Poi mi ha detto che non
devo più bere il vino neanche a tavola! E anche col
cibo, mi ha detto di stare attento a guardare un po'
quello che mangio. Insomma devo condurre una vita
più regolare." "Tutto giusto, il dottore
ha ragione, abbiamo proprio fortuna ad avere in
paese un medico così capace! Ti ha detto
qualcos'altro?" "Si! Mi ha detto pure che
non devo andare a lavorare..." Al che la moglie sbottò
contrariata: "E mo' va videndu chiju chi
dinnu i medici!"1 1 “E adesso vai a sentire quello
che dice il medico!” La cacasentera Gregorio e Vincenzo lavoravano
tutti i giorni assieme nei campi. Zappare era
un lavoro molto duro anche se Gregorio, avendo
l'aratro, faticava meno di Vincenzo che lavorava
ancora solo con la zappa. Quando finivano di lavorare,
raccoglievano le loro cose e poi li aspettava ancora
un'ora buona di cammino prima di arrivare
finalmente a casa per potersi riposare. Una sera Gregorio, sapendo che
il giorno dopo doveva lavorare nello stesso
campo, decise di lasciare il vomere, cioè la lama
dell'aratro, dietro un cespuglio. Vincenzo, che aveva visto il
nascondiglio, decise di ritornare indietro e di
rubare il vomere dell'amico. Il giorno dopo, quando arrivarono
sul posto, Gregorio andò dietro il
cespuglio ed ebbe la brutta sorpresa: il vomere non c'era
più! Disperato, si rivolse all'amico Vincenzo: "Mannaggia! E' sparito il
vomere! Ieri sera l'avevo messo qui e ora non c'è
più!" "Davvero? E dove l'avevi messo?" "Qui l'avevo lasciato!
Dietro questo cespuglio! Com'è potuto succedere?" "Mah, secondo me se l'è
mangiato la cacasentera..." "La cacasentera? Ma come è
possibile che un vermicello così piccolo si mangi
un vomere di ferro?" "E' possibile, è
possibile...", disse Vincenzo. Nonostante le argomentazioni
dell’amico, Gregorio faceva fatica a credere
che una cacasentera fosse riuscita a
mangiarsi il suo vomere. Comunque, il vomere non c’era
più e, senza vomere, anche Gregorio fu costretto a
tirare fuori la zappa e a darci sotto per dissodare tutto
il campo. Il tempo passò e un giorno
Vincenzo andò alla fiera di San Gaetano dove comprò
un bel maiale. Tornato a casa, lo mise nel suo
recinto in attesa che crescesse ancora un po’. Ma Gregorio, vedendo quel bel
maiale nel recinto di Vincenzo, pensò di fargli un
bella sorpresa, come quella che aveva avuto lui
quando non aveva trovato il vomere che aveva
nascosto nel cespuglio. Così, nella notte, si avvicinò
cautamente al recinto e si prese il maiale dell’amico. La domenica, Gregorio cucinò il
maiale e si fece una bella scorpacciata di carne.
Poi felice e contento uscì per andare in piazza a fare
due passi per digerire tutto il ben di dio che si era
mangiato. Davanti alla chiesa incontrò
l'amico Vincenzo, che era tutto triste per la
scomparsa del suo maiale. Quando Gregorio si avvicinò per
salutarlo, Vincenzo si accorse che l’amico aveva
tutto il muso unto e allora disse: "Cumpari, aviti u mussu
cundutu?"1 Gregorio, cercando di pulirsi il
mento con la manica della giacca, rispose: "E compare, che volete,
prima di uscire mi sono mangiato un po' di pane con due
cipolle!" Vincenzo, per niente convinto
della spiegazione, gli disse: "Ma cumpari, la cipolla non
cundi mussu!"2 E l'altro gli rispose
prontamente: "...e a cacasentera non
mangia vommaru!"3 1 “Compare, avete il muso unto?” 2 “Ma compare, la cipolla non
unge il muso!” 3 “...e la cacasentera non
mangia vomere!” Un mestiere importante C'era una volta una signorina
molto carina ma tanto vanitosa. Un giorno conobbe un bel ragazzo
e dopo un breve fidanzamento si sposarono. Il marito aveva un lavoro molto
umile ma lei lo fece diventare superiore a una
professione. Spesso ostentava anche una certa
agiatezza che in realtà non aveva. Quando incontrava qualche
sua amica che le chiedeva del suo matrimonio, lei
rispondeva che andava tutto bene, l'unico
problema era il lavoro di suo marito che essendo tanto
impegnativo lo teneva molte ore lontano da casa. Ma un giorno un’amica fu curiosa
di sapere esattamente di che lavoro si
trattava e allora le chiese: "Forse tuo marito è un
dottore!" "Ma quale dottore e
dottore!" "Sarà un ingegnere..." "Ma quale ingegnere!" "E allora si può sapere
cosa è questo lavoro così importante?" E la moglie, tutta orgogliosa
nel dire la professione di suo marito,
rispose: "Mio marito è mastru
accuggjia paggjia allu 'mbastaru!"1 1 “Mio marito è maestro avvicina
paglia all'artigiano che costruisce l'imbasto per gli
asini!” Vacanze d'estate Una volta nei paesi non molto
distanti dal mare, verso la fine di luglio, finite
le celebrazioni delle festività patronali, le donne
iniziavano i preparativi per andare al mare. I mariti di solito rimanevano a
casa e le mogli cercavano di lasciare tutto in
ordine prima di partire. Poi preparavano il pane e i
biscotti al forno e una parte se la portavano loro e
l'altra rimaneva in casa. Per stabilire la data di
partenza si doveva poi parlare con il signore che aveva
l'unico mezzo di trasporto disponibile a quei
tempi. Il mezzo di trasporto non era altro che un
carro agricolo trainato dai buoi. Il giorno stabilito, si
caricavano tutte le masserizie sul carro e la sera si partiva.
Il viaggio, anche se solo di una trentina di
chilometri, durava tutta la notte. Ogni tanto si faceva
qualche piccola sosta per far riposare gli animali e il
mattino seguente si arrivava al mare. Una volta arrivati, si
dividevano in comitive di parenti o amici e ogni gruppo
affittava un unico alloggio e trascorreva due tre
settimane in allegra compagnia. Ma in paese c'erano anche dei
mariti che non la pensavano così, e con la scusa
che non avevano la possibilità di sostenere quelle
piccole spese, le loro mogli non potevano andare al
mare. Una di queste era commare Anna,
la moglie di compare Gianni, che non poteva
andare perché sapeva che il marito non era
d'accordo. Ma quando vide che le amiche si
preparavano per partire, le venne una grande idea: quella di
andare dal medico! Così un giorno si recò dal
medico del paese che come la vide le chiese: "Commare Anna, di cosa
avete bisogno." "Dottore, avrei bisogno di
una visita perché è da tanti giorni che non sto tanto
bene." Il dottore, che conosceva bene i
suoi pazienti, pensò di aver capito quali erano
i veri problemi di commare Anna, perché tutti gli
anni in quel periodo le donne avevano bisogno di cure
per dei malanni che prontamente guarivano con
una ventina di giorni di mare. Iniziò a visitarla e mentre la
visitava le chiedeva: "Commare, avete male alla
schiena?" "E sì dottore..." "E ogni tanto vi fa male
anche la testa..." "Proprio così,.." "E scommetto, cara commare,
che vi sentite sempre stanca..." "Dottore mio, quanto
sapete. Sto proprio, come dite voi!". A quel punto il dottore non
aveva più il minimo dubbio sul vero stato di salute
di commare Anna, che per sua fortuna stava
veramente bene. Dalle risposte che lei gli dava mentre
la visitava, capiva sempre di più che non si era
sbagliato nel pensare che la cura che lei voleva le
fosse consigliata era solo qualche settimana di mare! "Cara commare, la cosa
adesso non è tanto grave ma potrebbe aggravarsi se non
prendiamo provvedimenti subito". "Ditemi, dottore, cosa
dovrei fare?" "Ma cosa vi posso dire,
commare. Invece di prendere tante medicine, vi
consiglierei qualche settimana di aria di mare.” “Dottore, ma questa cura non la
posso fare. Come faccio a dirlo a mio marito che
lui sicuramente dirà che non abbiamo la possibilità
di sostenere le spese. Dottore, ordinatemi qualche
medicina che abbia lo stesso effetto del mare e a me
va bene lo stesso." "A voi può anche andare
bene, ma non va bene a me che sono il medico!" "E come posso fare
io..." "Bah, sentite commare come
arrivate a casa gli dite a vostro marito di venire
da me che gli devo parlare". Commare Anna corse subito a casa
e disse al marito: "Sai Gianni, oggi sono
andata dal medico e mi ha detto se puoi andare da lui che
ti vuole parlare". Il povero marito si preoccupò
molto e andò subito dal dottore. "Dottore, mi ha detto mia
moglie che mi volete parlare e io sono corso subito
da voi. Che succede?" "Siediti, siediti Gianni!
Non ti preoccupare, niente di grave" "Dottore, non lasciatemi in
pensiero..." "Sai, oggi è venuta tua
moglie per una visita e l'ho trovata un po' stanca e
malandata. Così le avevo consigliato di andarsene qualche
settimana al mare, ma lei mi ha risposto di no
perché dice che non avete la possibilità di sostenere le
spese." "Ma voi cosa dite dottore,
che deve proprio andare?" "Io ti consiglio di vendere
qualche cafiso di olio e di farla andare perché
respirando l'aria del mare non deve prendere tante
medicine." "Se le cose sono così, non
vi preoccupate dottore. Adesso ci penso io: la cosa più
importante è la salute!". Compare Gianni ringraziò il
dottore e andò via. Appena entrato in casa, chiamò
la moglie: "Anna, stai tranquilla che
il dottore mi ha detto che hai bisogno solo di qualche
settimana di aria di mare e torni a stare bene come
prima. Prepara tutto il necessario che in questi giorni
i nostri vicini vanno al mare e tu vai insieme a
loro." La moglie ovviamente era tutta
contenta, ma faceva finta di non volere
andare: "Ma no marito mio, come
faccio ad andare al mare se non abbiamo i
soldi?" "Per la salute si deve fare
qualunque sacrificio", rispose il marito. Così, grazie all'intervento
provvidenziale del dottore, commare Anna si fece
"in buona salute" due belle settimane al mare insieme
alle sue amiche. La corona d’oro Un giorno compare Gaetano, che
doveva andare in Sicilia per sbrigare delle
commissioni, decise di portare anche suo figlio per
fargli conoscere dei posti nuovi, che essendo ancora
giovane non aveva avuto modo di vedere. Il viaggio iniziò con la
corriera fino a Villa San Giovanni, dove si imbarcarono
sul traghetto per Messina. Il sole era alto nel
cielo e la giornata calda e luminosa: fu una traversata
bellissima! Il ragazzo era stupito nel vedere posti
così belli. Una volta arrivati a Messina,
compare Gaetano cercò di sbrigare le sue
commissioni prima possibile, in modo da avere più tempo
libero da passare con il figlio. E così fu. Verso mezzogiorno si
incamminarono verso piazza Duomo dove c'è la torre
con un orologio particolare. La particolarità
consiste nel fatto che quando è mezzogiorno, invece di
sentire solo i rintocchi delle campane,
l'orologio si mette in movimento facendo vedere tante
figure: il gallo, l'angelo e tante altre. Era veramente uno spettacolo! Quando l'orologio finì di
suonare, compare Gaetano portò il figlio a vedere
la villa comunale, dove si sedettero su una
panchina per riposarsi un po'. Mentre erano intenti ad ammirare
i fiori che c'erano nei giardini,
incominciarono a sentire qualche tuono, allora compare
Gaetano disse al figlio: "Sai Antonio, è meglio che
ci avviamo verso il porto. Non vorrei che ci
prendesse un bel temporale". Antonio, però, era così contento
della gita a Messina che non aveva nessuna
voglia di andare via e pregava suo padre di rimanere
ancora, ma dopo un po', vedendo che il tempo si
metteva al brutto, anche lui si convinse: "Papà, hai ragione, è
meglio che andiamo". Così si incamminarono verso il
porto. Il cielo che al mattino era
chiaro e luminoso era di colpa diventato scuro. Delle
grosse nuvole cariche di pioggia incombevano sullo
Stretto. Compare Gaetano e il figlio
Antonio fecero appena in tempo a imbarcarsi che
arrivò un temporale così forte,
accompagnato da raffiche di vento, che il traghetto sbandava
da una parte all'altra. I passeggeri erano tutti pieni
di paura e si misero a pregare la Madonna. Pure Gaetano
si mise a pregare per la paura. Tutti promettevano
qualcosa, chi prometteva una cosa chi ne
prometteva un'altra. Ma la tempesta non si placava. Così
compare Gaetano, non sapendo più cosa promettere,
disse: "Madonna mia, se ci portate
in salvo, vi prometto una corona tutta d'oro!" Il figlioletto, che era sempre
rimasto lì vicino al padre, sentendo quella promessa
gli sembrò esagerata: "Ma papà, come puoi fare la
corona d'oro alla Madonna se non abbiamo una
lira?" E il padre rispose: "Lascia che ci porti in
salvo, che poi per la corona d'oro ci pensiamo!" U' scupettolu Una volta quasi tutte le donne
avevano l'abitudine di andare al mulino quando
avevano bisogno di macinare. Portavano con sé i
ferri per fare le calze o l'uncinetto e passavano il tempo
sferruzzando e chiacchierando tra di loro;
spesso si ritrovavano in due o tre amiche e il tempo
passava in chiacchiere, ma nello stesso tempo stavano lì
a tenere sott'occhio il mugnaio. Insomma, stavano lì
a controllare che il mugnaio non si prendesse troppa
farina, ma lo facevano cosi garbatamente che
anche se il mugnaio lo sapeva che stavano lì per
sorvegliarlo, lavorava tranquillamente senza nessun
problema. Ad eccezione di quando capitava
commare Teresa, la donna più petulante
del paese. Una mattina commare Teresa disse
al marito Antonio: "Oggi non andare a lavorare
perché fra poco passa compare Peppe 'u mulinaru a
prendere il grano per macinarlo. Siccome io oggi sono
impegnata a fare il bucato, al mulino devi andare
tu. Però, mi raccomando, stai bene attento,
non ti fare imbrogliare da compare Peppe,
stai sempre vicino al mulino". Dopo poco tempo arrivò compare
Peppe, prese il grano, lo caricò sul suo asino e
insieme a compare Antonio si incamminarono verso
il mulino. A quei tempi i mulini erano
situati fuori dai paesi, tra gli alberi, vicino a
dei corsi d'acqua, perché il loro funzionamento
dipendeva proprio dall'acqua. Una volta arrivati scaricarono
l'asino presero il grano e lo portarono dentro il
mulino. Compare Peppe prese quello che
gli spettava e il rimanente grano lo mise nella
tramoggia. Poi mise in moto le macine e la macinazione
partì. Tutto veniva fatto alla presenza
di compare Antonio che dopo le
raccomandazione della moglie stava molto attento a non farsi
imbrogliare. Una volta messo in moto il
mulino andarono a sedersi fuori della porta: da lì
potevano sentire il campanello che suonava per
avvertire che il grano era finito ed era ora di
raccogliere la farina. Ma compare Peppe aveva capito
che il compito di compare Antonio era quello di
tenere sempre sotto controllo la situazione, visto
che se ne stava sempre vicino al mulino e non si
allontanava nemmeno di un passo. Conoscendo molto bene
quanto era saccente commare Teresa, capì
che questa aveva fatto una buona lezione al
povero marito. Così decise di dimostrarle che
per quanto lo riguardava sarebbe stato lo
stesso se il marito fosse andato ha lavorare invece di
stare lì a sorvegliarlo, e mise in atto un'idea. "Sapete cosa facciamo!
Compare Antonio?" "Cosa? Dite compare, vi sto
a sentire." "Invece di stare ad
aspettare che il grano si macini senza far niente, prendiamo un
ramo di sambuco lo tagliamo a misura e facciamo 'nu
bellu scupettolu!" "E' una buona idea, va
bene", rispose compare Antonio. Il mulino macinava e loro
lavoravano al taglio del ramo di sambuco, che è l'unico
legno che si presta poiché avendo un’anima molto
molle si riesce a svuotarlo e a farne un tubo
adatto per lo scupettolu. Stabilita la misura che sembrava
potesse andare bene, circa una ventina di
centimetri, compare Peppe iniziò il lavoro di finissaggio
per pulirlo per bene di fuori e svuotarlo completamente
dentro. Lo scupettolu era un strumento
di legno che si utilizzava per lanciare delle
palline di canapa bagnata come se fossero dei
proiettili, utilizzando un rudimentale sistema ad aria
compressa. Una volta finito, per provarlo,
prepararono due palline e le misero dentro u’
scupettolu. Spinto lo stantuffo, anch'esso
di legno, la prima pallina schizzò lontana e andò a
fermarsi in mezzo all'erba. Allora il mugnaio disse: "Compare Antonio, chissà se
avete voglia di andare a cercare la
pallina!" "Non vi preoccupate
compare, vado subito". E mentre il compare cercava la
pallina, compare Peppe, senza farsi vedere, entrò
nel mulino e prese un bel po' di farina da quella
che spettava al cliente e la nascose. Poi tornò a
sedersi dov'era prima. Quando compare Antonio tornò
tutto contento perché aveva trovato la pallina,
la campanella del mulino suonò: era il segno che
il grano era finito e si doveva raccogliere la farina. Compare Peppe, sempre sotto gli
occhi attenti di compare Antonio, raccolse la
farina e una volta finito di mettere tutto a posto
caricò nuovamente l'asino e parlando parlando
compare Peppe e compare Antonio arrivarono al
paese. Dopo aver scaricato la farina a
casa di compare Antonio, compare Peppe salutò e
se ne andò via. Commare Teresa, quando aprì il
sacchetto con la farina, rimase molto stupita
vedendone così poca. Allora chiamò il marito e gli
disse: "Antonio, come mai la
farina è cosi poca? Cosa hai combinato? Non sei stato
attento come ti avevo detto io, ti sei fatto
imbrogliare da compare Peppe". "E che ne so io? Io sono
stato attento, sono rimasto sempre vicino al mulino,
non mi sono mosso. Forse sarà lo spreco, sai
la farina vola, il mugnaio è pieno di farina anche
addosso ai vestiti." "Ma che spreco e spreco!
Qui ne manca troppa!" La farina era davvero poca in
confronto al grano che aveva dato da macinare, e
commare Teresa non si dava pace e pregava il marito
di ricordarsi se si era allontanato dal mulino ma lui
rispondeva che era rimasto sempre lì vicino. "Pensa, moglie mia, che
sono stato seduto davanti al mulino con compare Peppe e
abbiamo fatto anche nu bellu scupettolu" "E tu sempre lì?" "E come te lo devo dire che
non mi sono mai mosso!" Ma dopo un po' a compare Antonio
venne in mente una cosa. "Teresa! Teresa! Sai, mi
sono ricordato!” " Cosa? Dimmi!" "Ti volevo dire ca jivi
sulu pemmu pigghjiu a pallina du scupettolu!"1 Allora la moglie capì dov'era
stato l'inghippo e da quel giorno commare Teresa e
compare Antonio non andarono più al mulino e compare
Peppe 'u mulinaru finalmente lavorò
tranquillo. 1 “Ti volevo dire che sono solo
andato a prendere la pallina dello scupettolu!” La volpe e la lumaca In un campo c’era una lumaca che
stava passeggiando tra le foglioline
d’insalata. Una volpe che si trovava a
passare di lì per caso, vedendola muoversi così
lentamente, iniziò a prenderla in giro: “Ma guarda come sei lenta! Io
con due salti sono già dall’altra parte del prato e
tu invece, di questo passo, chissà quando arrivi!” La lumaca, senza fare una piega,
rispose: “Sei proprio convinta?
Scommettiamo che dall’altra parte del prato
arrivo prima io di te?” “D’accordo, cara lumaca, accetto
la scommessa.” La volpe partì quindi di scatto,
così baldanzosa e sicura di vincere che non si
accorse nemmeno che la lumaca era salita di nascosto
sulla sua coda. Quando arrivò dall’altra parte
del prato, la volpe frenò e la lumaca ne approfittò
per scendere di nascosto dalla coda e
nascondersi nell’erba. La volpe – che era convinta di
aver stravinto – si girò per vedere quanto distacco
aveva inflitto alla lumaca ma con grande sorpresa la
vide lì accanto, tutta bella riposata. “Ma tu sei già qui?” disse la
volpe. “Certo – rispose la lumaca – ed
è anche da un po’ che ti aspetto. Come vedi, la
gara l’ho vinta io!” La volpe, allora, guardandola
con sospetto, replicò: “A gara a potisti puru vinciri
tu, ma a faccia i currituri non l’hai!”.1 1 “La gara puoi anche averla
vinta tu, ma la faccia di corridore non ce l’hai!” Conclusione Tutte le storielle da me fin qui
scritte, le ho sentite raccontare tante volte da mio
padre. Amava così tanto raccontare delle storielle
divertenti che anche nei momenti più delicati della
sua vita, trovava sempre il modo per
sdrammatizzare la situazione con una battuta delle sue. Voglio concludere questo umile
libretto con una delle sue storie preferite. E' una storia vera, il che non
toglie che mio padre sicuramente l'avrà colorita con
qualche particolare. E' la storia dei due Presidenti. Un giorno mio padre era stato
ricoverato in ospedale per degli accertamenti.
Sin dal primo giorno del ricovero, aveva manifestato
tutta la sua voglia di uscire da lì.
L'ospedale non era proprio il suo posto ideale, essendo un
uomo libero che amava vivere la vita. Da quando era andato in
pensione, al mattino si alzava, si vestiva con cura e
usciva per la sua passeggiata mattutina. Gli
piaceva chiacchierare soprattutto con le belle signore
che trovava nei giardinetti oppure con i
commercianti della via sotto casa sua. Ed era sempre un
piacere stare ad ascoltarlo! All'ospedale, benché si
sforzasse, non riusciva proprio a trovare nessun motivo
per stare comodo. Così, durante quel ricovero,
continuava a chiedermi: "Maria, ma quand'è che
finiscono 'sti benedetti esami? Non vedo l'ora di tornare
a casa mia." Fortunatamente, dopo una
settimana, il primario disse che si poteva andare via. L'infermiere andò nella sua
stanza e gli disse di iniziare a vestirsi nell'attesa
che preparassero i fogli delle dimissioni. Dopo un
istante, mio padre era già pronto per andarsene a casa.
Ma i fogli tardavano ad arrivare. Ad un certo punto, con il suo
abituale piglio risoluto, mi disse: "Maria, andiamo...". Al che mio marito, che mi aveva
accompagnata, intervenne: "Ma non possiamo andar via!
Dobbiamo aspettare i fogli!" Ma lui, per paura che i medici
potessero cambiare idea, replicò: "Carmelo, andiamo via! Non
fare come Saragat e Pertini! Lascia stare i
gemelli..." E si allontanò deciso e noi
dietro di lui. Salimmo in macchina e finalmente
mio padre si sentì libero. Allora gli chiesi: "Papà, ma cosa intendevi
dire con la storia di Saragat e Pertini?" "Ah! Non la conoscete?
Allora ve la racconto io. E' una bella storia! Saragat e
Pertini - sapete di chi parlo? Due grandi socialisti che
poi sono diventati entrambi Presidenti della
Repubblica - erano stati arrestati dai fascisti per motivi
politici e si trovavano in carcere a Regina Coeli. I compagni socialisti si erano
dati da fare per farli uscire perché c'era il rischio
che da un momento all'altro li facessero fuori.
Grazie soprattutto all'impegno del giovane compagno
Giuliano Vassalli, riuscirono ad ottenere
due lasciapassare falsi. Al momento della scarcerazione,
Pertini capì che la cosa non era tanto chiara e
non vedeva l'ora di uscire dalla prigione. Saragat,
invece, pensava che il lasciapassare fosse autentico e
allora indugiava, raccoglieva le sue cose con
calma e Pertini lo sollecitava a sbrigarsi ad
uscire. Ma Saragat continuava a perdere tempo. Quando finalmente giunsero quasi
sulla porta del carcere, a Saragat venne in
mente che aveva dimenticato qualcosa:
<Sandro! Aspetta, ho dimenticato i gemelli della
camicia; devo tornare indietro a prenderli!> Al
che, il buon Pertini, alquanto irritato, sbottò:
<Ma Santo Iddio, lo vuoi capire che dobbiamo fare in
fretta? Sbrigati ad uscire e lascia perdere i
gemelli!>". Anche quel giorno mio padre era
riuscito come il suo solito a farmi sorridere,
anche se stavamo uscendo dall'ospedale. Da vecchio socialista gli
piaceva paragonare la sua "fuga"
dall'ospedale con quella di Pertini e Saragat dal carcere di Regina
Coeli perché, come tutti i socialisti che avevano
vissuto il periodo della dittatura, amava veramente la
libertà sopra ogni cosa! Moncalieri, aprile-giugno 2006 |
dascalia |